Home Opinioni MORTE E MEDITAZIONE, UN EPISODIO CHE FA PENSARE

MORTE E MEDITAZIONE, UN EPISODIO CHE FA PENSARE

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di Carlo Di Stanislao

“Il parere di 10.000 uomini non ha alcun valore se nessuno di loro sa niente sull’argomento”
Marco Aurelio 
 
Quarantuno cadaveri donati per sviluppare la meditazione. Sta facendo scalpore la notizia del ritrovamento di una caterva di salme in un monastero buddista thailandese. Si tratta del tempio di Pa Nakhon Chaibovorn, nella provincia centrale di Pchichit, nel quale un team di cronisti ha scoperto i cadaveri.
 
Probabilmente si tratta di volontarie donazioni da parte dei singoli defunti, o autorizzate dai loro parenti, per rendere più efficace una pratica meditativa relativa al buddismo. 
 
Rimane il fatto che, come riportano le testate asiatiche, l’Ufficio del Buddismo nella provincia di Phichit, non approva affatto le meditazioni con i cadaveri e ritiene che una pratica religiosa siffatta non sia normale.
 
«La vita genera la vita, senza fine»: recita così mia antichissima massima cinese con caratteri che «tuonano come colpi di cembalo»,  una sapienza plurimillenaria ci trasmette intatto il senso del nostro essere qui e ora. Noi viventi ci aggiriamo nell’indissolubile reame di vita e morte, ma l’unico modo per dire pienamente sì alla vita è lasciare che la morte si riveli come la nostra dimensione più segreta e personale, il nostro bene più prezioso.
 
Ecco perché secondo un certo buddismo  dobbiamo disporci a «integrare la morte nella nostra visione».
 
Ma siamo latini,  eredi della visione di Diogene, Epicuro, Seneca e Marco Aurelio.
 
Le Meditazioni (o Colloqui con sé stesso) sono un capolavoro della filosofia antica scritto dall’imperatore romano Marco Aurelio. In realtà l’autore non aveva intenzione di pubblicare l’opera, ritenendola piuttosto una raccolta di annotazioni personali scritte con l’unico obiettivo di sforzarsi di essere un governante migliore e, soprattutto, una persona migliore. Marco Aurelio elaborò le Meditazioni sul finire della sua vita e (almeno in parte) durante la lunga e sanguinosa guerra che condusse tra il 169 d.C. e il 180 d.C. contro le tribù germaniche insediate lungo il Danubio. 
 
Di fronte all’avvicinarsi della morte, sua e degli altri, Marco Aurelio cercò conforto nella filosofia: non gli restava più tempo per scrivere le sue memorie, né per leggere i testi che si era riservato per la vecchiaia. L’unica cosa da fare era prendere coscienza di sé stessi e del senso ultimo della vita per prepararsi all’incontro finale con la divinità. Il risultato di questo sincero esercizio d’introspezione sono dodici libri di annotazioni apparentemente scollegate, forse scritte nei momenti lasciati liberi dalle campagne militari, che assumono forme differenti – dalle massime incisive alle brevi dissertazioni sulla vita e l’essere umano.
 
Marco Aurelio non scriveva in latino, ma in greco, la lingua della filosofia forgiata da Platone e Aristotele, che aveva imparato dalla madre e che padroneggiava fin dall’infanzia, tanto che citava con scioltezza Omero ed Euripide. In greco erano stati scritti anche i precetti morali raccolti nell’Enchiridion (Manuale) di Epitteto, un ex schiavo greco diventato filosofo stoico. 
 
Fu questo il modello più diretto a cui si rifece Marco Aurelio per le sue riflessioni, contribuendo con un’opera originale a questa tradizione filosofica.
 
Leggendo le parole dell’imperatore si resta colpiti da quanto poco si rallegri delle sue vittorie sugli avversari: sarebbe, dice, come se un ragno s’insuperbisse di aver catturato una mosca. È vero che certi versi evocano l’esperienza del combattimento: «Hai mai visto una mano mozza, o un piede, o una testa tagliata, che giace, da qualche parte, senza il resto del corpo?». Ma Marco Aurelio non si crogiola in tali visioni, al contrario: «Disprezza questo po’ di carne», ricorda continuamente a sé stesso, «è sangue putrido, un po’ di ossa, un sottile reticolo di nervi, venuzze e arterie, niente di più». L’importante per lui è trovare la pace dello spirito dopo le lunghe giornate trascorse accanto al Danubio, durante le quali ricorda che «il tempo è come un fiume di eventi e un torrente impetuoso». Non è nel suo quartier generale che Marco Aurelio si rifugia a scrivere, ma piuttosto dentro di sé: «In nessun luogo, infatti, né più tranquillo né più calmo che nella sua stessa anima può ritirarsi un uomo». 
 
La ragione – che per i filosofi stoici non è altro che quel piccolo dio che risiede in ogni essere umano – serve a Marco Aurelio come guida interiore nell’unica lotta che per lui conta davvero: quella per la salvezza eterna.
 
 
Le Meditazioni sono una sorta di “resa dei conti” con cui vuole rendere omaggio a tutti coloro che hanno avuto un’influenza positiva su di lui nel corso della sua vita. Ringrazia ad esempio i suoi precettori per averlo allontanato dalla superstizione e dal vizio, e per aver moderato la sua passione per gli spettacoli circensi e il gioco d’azzardo, orientandolo verso una vita più austera e virtuosa. 
 
Il più importante di questi, come ricorda lo stesso autore del testo, fu Quinto Giunio Rustico, che corresse il suo carattere impetuoso e lo introdusse alla lettura dei filosofi stoici. Grazie a queste raccomandazioni, Marco Aurelio imparò che la felicità dipende dalla pratica della virtù e che bisogna sempre farsi guidare dalla ragione di fronte alle difficoltà della vita. 
E sulla morte scrive:” Non è la morte che un uomo dovrebbe temere, ma dovrebbe temere di non iniziare mai a vivere”.
 
E questo senza bisogno di cadaveri attorno.

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  • Redazione

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