
di C. D. S.
Cosa accade politicamente a casa nostra in questi giorni.
In primo luogo i 60 giorni di tregua in Libano ottenuta da Biden e Marcon con Italia e Germania tagliati fuori come inconsistenti.
Poi le divisioni fra Lega e Forza Italia che preoccupa non poco la Meloni. Continua il muro contro muro tra Lega e Forza Italia sul canone Rai. Oggi, nel silenzio di Giorgia Meloni, si è consumato un nuovo duello a distanza tra alleati. “La proposta del Carroccio non fa parte del programma di governo del centrodestra e quindi non la condividiamo”, taglia corto da Pechino Antonio Tajani. Secca la replica a stretto giro del partito di via Bellerio per bocca della deputata Elena Maccanti, membro della Vigilanza Rai: “Sorprendono le parole di Tajani, anche perché si tratta di confermare una misura approvata, nella manovra dell’anno scorso, anche con i voti di Fi”. In Transatlantico, a Montecitorio, girano due versioni sullo stato dei rapporti all’interno della coalizione.
C’è chi sostiene che Giorgia Meloni abbia lasciato fare Matteo Salvini, quando quest’ultimo ha deciso di far presentare ai suoi l’emendamento ad hoc al decreto fiscale sul taglio a 70 euro del canone Rai. Una mossa, quella della premier, per capire l’effetto che fa, ma anche per non creare frizioni ora con l’alleato, su un tema considerato dal Carroccio un cavallo di battaglia elettorale e non solo. C’è chi, invece, ritiene – e secondo i boatos, la maggioranza nel centrodestra la penserebbe così – che Salvini voglia andare fino in fondo su un tema prioritario per lui. Insomma, il suo puntare i piedi sarebbe una sorta di clava da agitare per alzare il prezzo. Da qui la scelta di presentare un emendamento nonostante i dubbi di Fratelli d’Italia e il secco no di Forza Italia.
In casa Lega non vogliono sentire ragioni. “Penso che la Rai più che spendere troppo spende male, il nostro obiettivo è di diminuire le tasse agli italiani e quindi proseguiremo su questa strada”, la posizione espressa dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio e senatore Alessandro Morelli, fedelissimo di Salvini.
Ma gli azzurri non ci stanno e mantengono il punto. Per il partito di Silvio Berlusconi, raccontano fonti autorevoli, “è una follia pensare di farsi finanziare dagli italiani il taglio del canone da 90 a 70 euro come è successo l’anno scorso”. Nel 2023, infatti, fanno notare le stesse fonti, i 420 milioni di euro che non sono stati recuperati dalle bollette sono stati prelevati dalla fiscalità generale e “questo non deve ripetersi”.
Alessandro Cattaneo, responsabile nazionale dei Dipartimenti di settore di Forza Italia, sottolinea: “La domanda di fondo dovrebbe essere se e come manteniamo un presidio pubblico nel comparto televisivo. La nostra risposta è che questo presidio, al pari di altri Paesi, compreso il Regno Unito con la Bbc, è opportuno mantenerlo e quindi, di pari passo, va conservato un finanziamento congruo che oggi ritengo adeguato con un canone a 90 euro”. Da Fratelli d’Italia viene accolta con freddezza la richiesta leghista di tagliare ulteriormente il canone. “Questo taglio non è una nostra priorità, ora bisogna trovare una sintesi in maggioranza, evitando strappi senza senso”, dice all’Adnkronos il senatore di Fdi Raffaele Speranzon, membro della Vigilanza Rai e vicepresidente vicario del gruppo di Fratelli d’Italia a palazzo Madama. “La proposta della manovra – aggiunge Speranzon, a proposito della legge di bilancio – è arrivata dal governo, immagino che al di là delle dichiarazioni fatte attraverso i media, il Consiglio dei ministri nella sua interezza abbia già definito in modo coeso le linee guida principali che riguardano la manovra. Ora, se c’è qualche aggiustamento da fare lo farà il Parlamento”.
Una gran voglia di far trapelare l’entusiasmo per il trionfo dell’Italia in Coppa Davis e assai meno di far filtrare voci e concetti dal vertice dei leader. L’atteggiamento tenuto dai «big» di maggioranza nelle ore dell’incontro a cinque, a porte rigorosamente chiuse, rivela che Giorgia Meloni aveva l’esigenza di placare l’agitazione dei partiti, dopo giorni di forti tensioni. E l’urgenza di spiegare agli alleati che fine faranno le deleghe di Raffaele Fitto su Pnrr, Sud, Coesione e Affari europei: la premier pensa di tenerle a Palazzo Chigi fino a gennaio, dividendo i dossier sui tavoli dei sottosegretari Mantovano e Fazzolari.
Scrivere nella nota ufficiale «piena condivisione di vedute» serve a spazzar via l’immagine di un governo spaccato, anche in politica estera. «La linea sul mandato di arresto per Netanyahu è quella di Chigi e della Farnesina», ha chiarito la fondatrice di Fdi, prima di stoppare l’assalto alla diligenza che si è scatenato sulla legge di bilancio. I soldi sono pochi e le bandierine sventolate dalle forze politiche sono troppe, è il richiamo della leader: «La coperta è corta, per cui in Parlamento faremo solo scelte condivise, quelle che avranno le coperture e il via libera di Giorgetti». La prima invocazione della presidente è «abbassare i toni» e i vessilli, per non prestare il fianco agli attacchi delle opposizioni rinvigorite dalle elezioni regionali. Argomento spinoso, perché è proprio la doppia botta in Emilia Romagna e Umbria ad aver raffreddato ancor più i rapporti tra i due vice.
Con la premier in missione tra Brasile e Argentina fino al 21 novembre, i due vicepremier sono entrati in conflitto pressoché su tutto. Finché il segretario di Forza Italia è partito in pressing e le ha chiesto di battere un colpo: «Giorgia, noi abbiamo accettato riforme per noi indigeribili, alle quali la Lega teneva per questioni di posizionamento. Ora sta passando il messaggio che il problema è una sfida personale tra me e Salvini e io non lo posso accettare». Dove la prima delle cose «indigeribili» per gli azzurri è l’autonomia, che a sentire un dirigente di FI «rischia di farci saltare il partito».
Tajani vuole che la premier prenda atto dei risultati elettorali, che hanno visto FI superare stabilmente la Lega. Il ministro degli Esteri invoca un riequilibrio, che non vuol dire rimpasto e ministri ma (per ora) «compensazioni» nella manovra.
Salvini non resta a guardare. Il primo punto cruciale per la Lega è l’aggiornamento della flat tax, la «tassa piatta» al 15%. Il segretario sollecita un solenne impegno politico a includere la questione nel Documento di economia e finanza pubblica (Def) di aprile. Quello che nelle intenzioni leghiste dovrebbe invece finire in manovra da subito è l’innalzamento a 50 mila euro del tetto che oggi è a 20 mila euro per avere diritto alla flat tax disponendo di redditi diversi. Il secondo punto cruciale per Salvini è una nuova rottamazione, simile al saldo e stralcio del 2018. Allora era riservato ai redditi Isee fino a 20mila euro, adesso la Lega chiede che si salga a 30mila.





