
di Giorgio Cattaneo
Silenziare, zittire. E nel caso, annientare. Al bottino di Netanyahu mancava ancora un gioiello di famiglia, il quotidiano “Haaretz”, storica voce libera degli israeliani dissidenti: un giornale glorioso, letto in tutto in mondo. Fino a quando? Con un brutale atto di censura, il governo di Tel Aviv l’ha ora messo al bando. Dal 24 novembre, ogni ente pubblico dovrà astenersi da qualsiasi rapporto col giornale: non potrà più comunicare nulla ai suoi reporter né pagare annunci pubblicitari istituzionali (misura, questa, che punta a strangolare la sostenibilità finanziaria della testata, spingendola verso la chiusura). Con i suoi tanti articoli controcorrente, secondo il governo, “Haaretz” avrebbe «danneggiato la legittimità dello Stato di Israele e il suo diritto all’autodifesa».
Il pretesto finale perché si abbattesse su “Haaretz” la scure dell’Inquisizione governativa sarebbero state le dichiarazioni rilasciate a Londra il 27 ottobre dall’editore del quotidiano, Amos Schocken, favorevole all’embargo delle armi contro Tel Aviv. In una conferenza, aveva affermato che «il governo Netanyahu non si cura di imporre un crudele regime di apartheid alla popolazione palestinese». Inoltre, «disconosce i costi, per entrambe le parti, per difendere gli insediamenti e contrastare i combattenti per la libertà palestinesi, che Israele chiama terroristi». Schocken ha apertamente denunciato la spietata attuazione di una “seconda Nakba”, alludendo alla cacciata in massa dei palestinesi nel 1948, avvenuta già alla nascita dello Stato di Israele.
CHE FASTIDIO, LA LIBERTÀ DI STAMPA
Di fronte alle immediate reazioni suscitate in patria, Schocken aveva tentato di correggere il tiro, precisando che avrebbe dovuto aggiungere che alcuni combattenti palestinesi «fanno uso anche di tattiche del terrore» (e ovviamente, il ricorso al terrore «non è legittimo»). Hamas? «Quelli non sono “combattenti per la libertà”, perché la loro ideologia essenzialmente dice: “È tutto nostro, gli altri se ne vadano”». Contromossa inutile, comunque: “Haaretz” sarà colpito duramente. E così, di fronte all’aggressione del governo contro il suo giornale, oggi Schocken replica: «È un altro passo nel tragitto di Netanyahu verso lo smantellamento della democrazia israeliana».
«Come i suoi amici Putin, Erdoğan e Orbán – aggiunge l’editore del quotidiano progressista – Netanyahu sta tentando di silenziare un giornale critico e indipendente». Un giudizio decisamente tranciante, il suo, che si abbatte anche sul democratico presidente ungherese dell’Unione Europea. Non solo: l’assedio cui è sottoposto deve aver impedito a Schocken di ricordare che il decantato Zelensky poté vincere le elezioni in Ucraina, nel 2019, solo dopo che il regime del suo predecessore e sodale, Poroshenko, aveva chiuso i principali partiti e giornali d’opposizione, arrivando a minacciare l’incolumità dei reporter scomodi per il governo di Kiev attraverso una famigerata “lista nera”, degna di altri periodi storici.
NEMICI UTILI PER MACELLERIE A COMANDO
A proposito: sembra che l’attualità ce la stia proprio mettendo tutta, per dare il peggio di sé. Il che, se non altro, sgombra il campo da possibili equivoci sul vero ruolo degli attori in campo. Le macellerie in corso non sono in alcun modo giustificabili: servono solo a seminare terrore e odio, prolungando all’infinito la sterilità mortifera dell’ostilità continua. Persino la censura contro “Haaretz” contribuisce a rendere ulteriormente leggibile la biografia di Netanyahu: sfruttando politicamente l’ottusa ferocia di Hamas è arrivato a far uccidere il libanese Hassan Nasrallah, carismatico leader di Hezbollah (avversario temuto perché intelligente, selettivo e non fanatico, benché insidiosamente assistito dall’Iran).
Il solo leader israeliano deciso a spegnere il grande incendio mediorientale concedendo credibilmente uno Stato ai palestinesi, sfrattati già prima del 1948, fu Yitzhak Rabin: assassinato alla vigilia della pace da un fondamentalista israeliano. Agli antipodi, rispetto a Rabin, si colloca proprio Netanyahu. Erede di rinomati falchi del calibro di Ariel Sharon, non ha esitato a coltivare il lato peggiore degli avversari, per poi legittimarsi come giustiziere. Oggi, la grottesca mannaia calata su “Haaretz” lo riporta ancora una volta in testa alla classifica degli antieroi, dopo l’affronto mondiale rappresentato dalla clamorosa condanna appena inflittagli dalla Corte Penale Internazionale, che lo espone al pubblico imbarazzo.
HAARETZ COME ASSANGE, UN BOOMERANG
Tutti eventi traumatici e prodotti da retroscena molto controversi, in cui nessuno ha davvero le carte in regola. Esempio: perché i leader arabi non insorgono, in difesa dei palestinesi? Quanto è vasto e variegato, il fatturato politico della strage permanente, al netto delle tante indicibili connivenze tra poteri tirannici, contrapposti quasi solo dalle rispettive retoriche di facciata? Gli ultimi avvenimenti, particolarmente atroci, sembrano destinati innanzitutto a svegliare le coscienze dormienti, comprese quelle delle croniche tifoserie mediatiche e politiche, malate di unilateralismo. Che cosa può accadere, se il male getta definitivamente la maschera? Persino il caso di “Haaretz”, giornale ora “martirizzato”, potrebbe trasformarsi in un boomerang (Assange docet).
Altra domanda: fino a quando potrà continuare, la devastante offensiva di Netanyahu, pure sostenuto formalmente da Trump? La volontà di silenziare la stampa domestica “non allineata” tradisce intanto un’inquietudine: il primo ministro ha paura dell’opposizione sociale israeliana. Una corrente che attraversa l’oceano: non si contano, negli Usa, gli arresti dei rabbini sanzionati sotto l’amministrazione Biden per aver protestato ad alta voce contro il bombardamento a tappeto di Gaza. Analogo terremoto nei tanti campus occupati dagli studenti, indignati per le sofferenze inflitte alla popolazione civile palestinese. Dunque: quanto potrà reggere, ancora, una situazione di tensione che sta ormai agitando anche le piazze europee?
QUANDO KENNEDY LITIGAVA CON ISRAELE
Il gruppo di Netanyahu pensa di potersi avvalere all’infinito dell’appoggio incondizionato dello Zio Sam, anche grazie alla capillare presenza, nel Parlamento statunitense, del potente gruppo di pressione israeliano. L’unica grande crepa nell’alleanza si aprì nel 1961, quando John Fitzgerald Kennedy si batté per impedire che Israele avesse accesso all’energia nucleare. La tensione esplose, al punto che il premier David Ben Gurion, padre dello Stato ebraico, preferì dimettersi dalla guida del governo piuttosto che accettare di essere convocato alla Casa Bianca per dare spiegazioni a JFK, fortemente contrariato dalle notizie ricevute dalla Cia.
«Kennedy voleva impedire a tutti i costi che Israele avesse una bomba atomica», ha riportato proprio “Haaretz”, accedendo a documenti desecretati solo nel 2019. «C’era addirittura un funzionario anziano, l’ex comandante della forza aerea israeliana, generale Dan Tolkowsky, che nutriva seriamente il timore che Kennedy potesse inviare truppe aviotrasportate americane a Dimona», la città che accoglieva la struttura del programma nucleare con il suo reattore al plutonio. Nel cuore del deserto del Negev, ricorda il “Giornale”, quell’installazione (supervisionata sottobanco dalla Francia) doveva essere assolutamente fermata.
L’INCOGNITA DEL NUOVO TRUMP
Da allora in poi, morto Kennedy, eventuali screzi tra Washington e Tel Aviv non sono mai più finiti sulle prime pagine. I media fingono di ignorare la stessa esistenza del poderoso network che tuttora si vanta – sulle proprie pagine social – di contribuire alla sconfitta, nelle elezioni statunitensi, dei candidati alla Camera e al Senato che, in campagna elettorale, si permettono di assumere posizioni critiche nei confronti della politica di Tel Aviv. Una realtà ordinaria e assolutamente clamorosa, che i giornalisti occidentali vogliono ignorare rigorosamente: come se si trattasse di un tabù intoccabile, troppo scomodo da riferire agli ignari lettori.
Proprio l’intransigente difesa di Netanyahu imbarazza svariati tifosi di Trump, anche nostrani, che al presidente oggi rieletto conferiscono il crisma quasi mistico di immacolato salvatore del mondo. In tanti, allineatisi agli anatemi di monsignor Carlo Maria Viganò (che condanna la modernità come opera del demonio, oggi alle prese con l’empio “transumanesimo”), sono rimasti spiazzati dall’ascesa di Elon Musk accanto al capo della Casa Bianca. Notoriamente, Musk è un paladino dell’ibridazione uomo-macchina, caldeggiata a Davos. E una delle sue società, Neuralink, promuove l’introduzione dei microchip cranici per realizzare un’interfaccia digitale tra cervello e computer.
MUSK, RUBIO E L’EX FACTOTUM DI SOROS
Analogamente, i vecchi fan del primo Trump (quello dell’America First, imbeccato da Steve Bannon sulla strada del suprematismo bianco) sono rimasti disorientati dall’ingresso dei “latinos” al vertice del potere yankee, con il cubano Marco Rubio elevato al rango di Segretario di Stato. In effetti aveva funzionato, la narrazione cucita addosso alla penultima reincarnazione politica di Trump: Bannon e soci avevano presentato il presidente come un inveterato e “affidabile” tradizionalista, cancellando il suo passato di gaudente miliardario newyorchese amico dei Clinton, progressista e grande finanziatore del partito democratico.
Non deve stupire più di tanto, quindi, la pur clamorosa rivalutazione governativa di figure chiave dell’ultra-sinistra americana, come Robert Kennedy Junior (alla sanità) e la stessa Tulsi Gabbard, vicina al mondo arabo, prenotata addirittura come futuro ministro incaricato di supervisionare l’intelligence. E che dire dell’uomo che si occuperà dell’economia? Si tratta del finanziere Scott Bessent, già braccio destro di Soros. Omosessuale dichiarato, Bessent è regolarmente sposato con un uomo, John Freeman, ex procuratore di New York. I due hanno costruito una famiglia con un paio di figli, avuti grazie alla gestazione eterologa.
CROLLANO TRAVESTIMENTI E IPOCRISIE
Del vecchio cavaliere bianco, dipinto come omofobo e xenofobo, non resta più nulla. Scompaiono, in un colpo solo, tutte le qualità per le quali era stato detestato o, viceversa, amato: il rozzo Trump “law and order”, il paladino dell’umanità contro il Deep State, l’irriducibile nemico di Davos e dei tizi alla Soros. Sembra di assistere a un carnevale al contrario: oggi le maschere cadono. E non è affatto una cattiva notizia. A pensarla così, quantomeno, sono gli americani: stando ai sondaggi, almeno il 60% della popolazione approva le prime scelte del presidente appena rieletto. E senza che i suoi sostenitori storici si sentano traditi: i trumpiani statunitensi sono al settimo cielo, anche se The Donald sta compiendo mosse decisamente inattese.
In altre parole, proprio dagli Usa – se non oggi, domani – potrebbe scaturire un cambiamento radicale nella governance planetaria, che corrisponda al multipolarismo vagheggiato dai BRICS. Primo passo: cominciare a rottamare tutte le vecchie narrazioni (inattendibili, sfocate, erronee o disoneste) che hanno sin qui tenuto banco, completando lo sfacelo della politica. È di fronte a noi l’incancrenirsi delle crisi, dal Medio Oriente al conflitto russo-ucraino, che ora è giunto sulla soglia più estrema: lo spettro, sempre più concreto, dei missili a testata atomica. Se davvero la guerra escogitata da Trump fosse innanzitutto quella contro le maschere di ieri e di oggi, tutto potrebbe iniziare a cambiare: e magari, secondo modalità completamente imprevedibili.
Il futuro resta un’incognita: chi sogna la pace avverte l’assenza di leader davvero idonei. Mancano culture politiche realmente promotrici di un cambio di paradigma convincente, per lo sviluppo armonico del pianeta. Spariti i partiti e le ideologie capaci di immaginare un avvenire diverso, dominano gli oligarchi: finanza, tecnologia, armamenti. Le opposizioni, soffocate e censurate, non vanno oltre la denuncia: l’orizzonte non offre ancora alternative spendibili. Nel frattempo, da ogni parte piovono le bombe. Se non altro, in mezzo alle macerie, cominciano a crollare anche i travestimenti. La stessa censura di Netanyahu contro “Haaretz” testimonia una debolezza intrinseca: il timore di non riuscire più a reggere il contraddittorio, di fronte all’impietosa verità dei fatti.





