di Antonello Tomanelli
«Mille saggi non possono rendere il mondo un paradiso, ma basta un idiota per trasformarlo in un inferno». È una frase dello scrittore pakistano Raheel Farooq, che si definisce «musulmano, cristiano ed ebreo». Frase attualissima, perché riflette alla perfezione la realtà cui stiamo andando incontro.
La Russia ha lanciato un missile Oreshnik, di nuova concezione, inintercettabile perché non lo si vede nemmeno arrivare. Partito dalla regione dell’Astrakhan, si è abbattuto sul plesso industriale della città ucraina di Dnipro, percorrendo più di 1000 km alla velocita ipersonica di 10 mach, ossia oltre 12 mila km/h. Può montare testate nucleari multiple indipendenti e ha una gittata di 6000 km. I russi ne hanno appena annunciato la produzione in serie.
Una realtà, dunque, molto più drammatica di quella che immaginava lo stesso Farooq, quando coniò quella frase. Perché oggi, di idioti, o meglio di soggetti inadeguati, ne abbiamo ben più di uno.
E smettiamola di pensare che un soggetto inadeguato non possa riuscire ad insediarsi nelle stanze del potere. La differenza tra un inadeguato comune, condannato all’eterno dileggio, e l’inadeguto che arriva ad impadronirsi di uno Stato, è che quest’ultimo è un inadeguato pericoloso.
Li troviamo tutti sullo stesso piano, questi inadeguati. Biden, con i suoi limiti fisici e non solo, che dal 5 novembre non rappresenta un solo americano, invita Zelensky a dar fuoco alle polveri autorizzandolo ad usare i missili ATacMS per colpire in profondità la Russia, sapendo entrambi che il neoeletto Donald Trump tra meno di due mesi farà esattamente il contrario.
A costoro nulla hanno da invidiare, quanto a inadeguatezza, Jean Noel Barrot e David Lammy, i ministri degli Esteri francese e britannico: «Putin va fermato perché sta cercando di riscrivere l’ordine internazionale».
Se non vogliamo rischiare di passare per idioti anche noi, dovremmo ammettere con onestà intellettuale che Putin ha sì violato il diritto internazionale invadendo l’Ucraina, ma ha voluto, anche se con atto arbitrario, ristabilire quell’ordine internazionale sancito negli accordi di Minsk, sottoscritti nel 2015 da Ucraina, Russia, Francia e Germania, con il beneplacito degli USA e sotto l’egida dell’OSCE.
Accordi che prevedevano l’autogovernance degli oblast russofoni di Doneck e Lugansk, ovvero il martoriato Donbass, da inserire nella Costituzione ucraina, insieme alla smilitarizzazione di un’area che dai suoi confini si estende per 140 km verso Kiev. Accordi recepiti all’unanimità, quindi anche con il voto dei cinque membri permanenti, dal Consiglio di Sicurezza ONU con la Risoluzione n. 2202 del 2015.
Accordi che presto sono divenuti carta straccia. Zelensky, eletto nel 2019 con la promessa di porre fine al sanguinoso conflitto nel Donbass, anziché inserire nella Costituzione la nascita delle due repubbliche russofone, come prevedevano quegli accordi, vi ha infilato l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, e in ben cinque articoli. Una vera provocazione.
Dalla parte opposta rispetto agli inadeguati suddetti, troviamo Vladimir Putin. Laureato in giurisprudenza con una specializzazione in diritto internazionale, judoka nonché abile scacchista, cresciuto nei bassifondi di San Pietroburgo, quando ancora si chiamava Leningrado. Pare che lo si sentisse spesso ripetere: «Quando la rissa è inevitabile, colpisci per primo».
La sera del 9 novembre 1989, caduto il muro di Berlino, era a Dresda a difendere la sede del KGB da una folla minacciosa. La affrontò da solo sulla scalinata dell’ingresso principale, arma in pugno: «Sono un ufficiale. Questa pistola è carica con 12 pallottole. Una la lascio per me. Ma compiendo il mio dovere, dovrò sparare».
Quella folla di Dresda rappresenta i mille saggi di Raheel Farooq. E che sia pericolosissimo scherzare con uno così, non lo capirebbero soltanto gli inadeguati.




