di Antonio Foccillo
Le contrapposizioni fra le anime massimalista e riformista hanno sempre caratterizzato la lunga marcia del sindacato italiano, e ciò ha prodotto tanti distinguo proprio sul ruolo che dovesse avere nella società.
Negli anni 50 il movimento sindacale visse una stagione molto complessa. L’Italia era uscita dal conflitto semidistrutta e affamata, con le fabbriche e i servizi paralizzati, la disoccupazione di massa creava problemi sociali angosciosi, mentre un processo inflazionistico violento falcidiava il magro potere di acquisto dei lavoratori.
In questa situazione bisognava intervenire attivamente per accelerare il processo di ricostruzione del paese e, nello stesso tempo, assicurare ai lavoratori il massimo dei benefici possibili. Si trattava di scegliere anche strumenti contrattuali più idonei per affrontare con immediatezza e con valore generale i più importanti problemi del momento.
Per tali ragioni l’iniziativa fu assunta dall’allora unitaria CGIL. Il risultato di tale iniziativa furono una serie di accordi interconfederali, stipulati con la Confindustria che riguardavano il trattamento economico-normativo di tutti i lavoratori dei vari settori industriali e la regolamentazione di particolari istituti normativi quali le Commissioni interne, la scala mobile dei salari e degli stipendi, le procedure dei licenziamenti individuali.
L’assetto caratteristico di quegli accordi interconfederali, era la loro natura di accordi “quadro” che fissavano direttive di carattere generale. Conseguentemente la contrattazione sindacale di quel periodo presentava un accentuato carattere di centralizzazione e non era ancora interessata ai risvolti economici generali.
Gli impegni su vari fronti non limitavano le tensioni fra le componenti all’interno della confederazione e sulle quali pesavano non poco, l’incolmabile vuoto lasciato da Buozzi e la morte di Achille Grandi, avvenuta il 28 settembre 1946, ultimo segretario della CIL prefascista e sicuramente il dirigente cattolico più influente e maggiormente impegnato nella salvaguardia dell’unità conseguita.
Ad acuire le tensioni fra le componenti pesarono anche le diverse valutazioni che di volta in volta venivano fatte sulle lotte, in particolare sull’attribuzione della caratteristica di sciopero politico o meno, i rapporti con i partiti, in alcuni casi anche sui contenuti delle piattaforme rivendicative e non ultimi gli effetti importati a causa di accadimenti esterni, come la scissione di palazzo Barberini, con la costituzione del PSLI nel ‘47, che dopo la fusione con il PSU diventerà PSDI nel ‘51.
La prima circostanza per misurare il grado di politicizzazione di uno sciopero fu in occasione dell’eccidio di Portella della Ginestra il 1° Maggio del 1947 con la proclamazione a maggioranza dello sciopero generale per il 3 Maggio, così come quelli seguenti quale reazione contro gli interventi della polizia che provocarono morti e feriti fra i lavoratori in sciopero. Agitazioni ritenute dalla minoranza della Confederazione scioperi politici e non di natura sindacale, anche se i caduti erano lavoratori radunatesi per festeggiare il 1° Maggio, e quindi non condividevano la loro proclamazione.
Nel I° Congresso tenutosi a Firenze dal primo al sette giugno del ‘47 lo scontro fra le componenti fu aspro, principalmente sull’art. 9 (rapporto con i partiti) e alcuni contenuti delle piattaforme, con mediazioni difficili e faticose, con accordi sottoscritti e dopo poco smentiti.
L’organizzazione superò con grande difficoltà la prova congressuale, ma la resa dei conti fu solo rinviata, neanche l’intesa raggiunta il 7 agosto del 1947 sull’accordo per la elezioni delle commissioni interne attenuò le tensioni.
I prodromi della rottura della convivenza si ebbero nella vertenza dei chimici con lo sciopero indetto dalla componente comunista, con l’opposizione dei socialisti – Viglianesi era il segretario generale della federazione – e dei cattolici per le modalità di attuazione con le quali si imponeva lo spegnimento degli impianti a ciclo continuo. Anche se Di Vittorio nell’esecutivo confederale sconfessò la componente comunista dei chimici ma non riuscì ad attenuarne l’effetto negativo nei confronti delle altre componenti.
Il tempo della scissione era ormai maturo e con la proclamazione dello sciopero generale da parte della maggioranza comunista dopo l’attentato a Togliatti del 14/7/48, proclamato per lo stesso giorno, vista la drammaticità della situazione e i duri scontri che avvenivano nel Paese si lavorò alacremente per far finire lo sciopero.
Dopo due giorni, faticosamente la situazione rientrò anche grazie alle sollecitazioni rivolte dallo stesso Togliatti ai lavoratori che manifestavano. Sulle tensioni interne pesò anche il risultato elettorale del 18/4/48 con la sconfitta del fronte popolare e la vittoria della DC.
Le divisioni proseguono con la nascita di Uil e della Cisl, nel 1950, fuoriuscite dall’unica organizzazione sindacale di allora. Il 5 marzo 1950, quindo nasce la Uil, ma le sue origini vanno ricercate in fermenti più lontani nel passato che ci fanno dire che, in effetti, essa ha più di cento anni, come tutto il movimento sindacale in Italia.
La UIL si dichiarò, nel 1950, immediatamente organizzazione disposta alla lotta per i diritti dei lavoratori e contro l’offensiva combinata del capitalismo e del comunismo.
ItaloViglianesi fu artefice, insieme con altri che poi fondarono la Uil, della grande svolta che modificò l’organizzazione del sindacato di allora, rompendo il conformismo dominante e creando una rottura con l’area comunista, per puntare sulla nascita di una nuova aggregazione sociale che avesse i connotati della libertà, dell’indipendenza, del laicismo e del riformismo.
A leggere oggi quella scelta, può sembrare naturale e scontata, ma allora era una scommessa al buio ed anche rischiosa perché si lasciava il certo per l’incerto anche sotto il profilo umano.
Con questa iniziativa si rompeva il sindacato unico di allora per motivi di divisione sul connotato da dare alle lotte: troppo ideologico e più politico nell’impostazione dell’area comunista, rivolto essenzialmente all’attività sindacale quello dell’area repubblicana, socialista e cattolica. Questo portò alla fuoriuscita dalla Cgil e alla fondazione della Uil e della Cisl.
Gli uomini che poi si riconobbero nella Uil erano di impostazione laica e per questo volevano riunire tutte le forze che si rifacevano a quei valori, convinti che questi fossero importanti in una nuova Repubblica democratica come l’Italia. Valori quali la tolleranza, il pluralismo, il rispetto del dialogo e del confronto di idee che essi non solo asserivano ma anche praticavano.
Questa iniziativa vide l’adesione entusiastica di vari sindacalisti e fu ben vista anche da uno dei sindacalisti più rispettati da Turati, Rinaldo Rigola. Egli espresse un giudizio molto positivo, nonostante che fosse pessimista per la limitatezza della dimensione dell’iniziativa e per il fatto di avere diviso il movimento sindacale.
Il primo nucleo su cui si costruì la Uil fu quello dei sindacalisti saragattiani e repubblicani, insieme ai socialisti autonomisti di Romita. Essi si rifiutarono di legarsi con il filone cattolico di Pastore e dei suoi, che poi fondarono la Cisl e per questo ebbero contro anche l’opposizione e l’ostracismo di forze esterne e interne al nostro Paese che, invece, immaginavano di costruire una grande centrale sindacale unica in contrapposizione alla Cigl guidata dai comunisti.
Furono anni difficili, di duro scontro e di lacerazioni, molti di quegli uomini, all’improvviso, si dovettero confrontare con il non avere più una casa dove svolgere il loro lavoro e, addirittura, si trovarono senza stipendio.
Italo Viglianesi ebbe il coraggio di mettere in discussione tutto per una fede più grande, quella d’essere fedele ai suoi ideali e difenderli e sostenerli contro tutti. La Uil, nata in quel momento, fu in grado di vincere resistenze, ed ebbe notevole consenso, proprio perché quel gruppo dirigente, a partire da Viglianesi, gli diede un connotato di sindacato libero dai condizionamenti politici, autonomo e indipendente dalle forze politiche, che a quei tempi pretendevano una subordinazione delle lotte sindacali ai voleri dei partiti, e senza mai dimenticare la lotta per l’emancipazione dei lavoratori in tutti i campi.
Nella sua relazione al primo congresso della Uil, così si concludeva: “Abbiamo riacceso nelle fabbriche e nei campi del nostro Paese una speranza. La fiammella accesa il 5 marzo del 1950 oggi è una grande fiamma. Sta a voi tutti mantenerla viva e a renderla sempre più grande e luminosa. Alimentatala con la vostra generosità, col vostro sacrificio, con la vostra fedeltà ai lavoratori. Ai principi del progresso e della democrazia, all’amore della libertà”. Quanta passione e idealità in quelle parole.
Erano gli anni della guerra fredda e la minaccia antidemocratica era reale. Possiamo affermare che la Uil sorge da una specifica necessità storica, quella di contrastare e rifiutare l’intenzione comunista di egemonizzare il sindacato, attraverso una prevaricazione della strumentalità politica dell’opposizione e della funzione contrattuale.
Infatti, una volta allontanato il Partito comunista dal Governo a opera di De Gasperi, il sindacato rappresentava per il Pci il terreno fertile ove spingere e dilatare un antagonismo politico di matrice extra parlamentare e destabilizzante.
Dall’altra però si andava consolidando invece quella componente di origine cattolica che costituì la Cisl, che all’opposto mirava a contenere il movimento sindacale all’interno di un’azione diversamente egemone da quella comunista, ma ugualmente riduttiva del pluralismo sociale e politico del sindacato.
Il ruolo dei partiti, in quegli anni, era molto condizionante sul sindacato e la conseguente mancanza di autonomia da parte dello stesso, fece manifestare i primi scontri politici interni e il verificarsi delle lacerazioni che portarono alla scissione della Cgil e alla formazione della Uil e della Cisl.
Così si formarono tre organizzazioni che avevano specificità ideologiche propositive che andavano a contribuire in maniera uguale alla crescita del movimento sindacale, diversa era invece la considerazione che veniva a propagarsi nel mondo sindacale sulle tre organizzazioni.
Grazie a una maggiore capacità organizzativa e politica, Cisl e Cgil potevano lanciare più capillarmente i loro propositi, attutendo per contraltare l’estensione del messaggio lanciato della Uil. È da questo fatto che derivava in molti, una non corretta visione del ruolo esercitato di questa confederazione nel contesto sindacale italiano.
Un’osservazione però attenta ai fatti della storia sindacale del nostro Paese riesce a far emergere la funzione “storica” svolta da questo sindacato, sia nel difendere un patrimonio di cultura sindacale, non espresso dalle altre organizzazioni, che nel proporre contributi innovativi.
Inizialmente la Uil ha rappresentato e ancora rappresenta una garanzia indispensabile al pluralismo sindacale, non ridotto alla contrapposizione di due orientamenti monolitici e selettivi, i quali avrebbero altresì alimentato politicamente la funzione dei sindacati in una presenza determinata da motivazioni estranee al loro effettivo compito sociale.
La Uil non rifiutava la battaglia per un mutamento del sistema, ma lo vedeva in senso riformistico e presupponendo, conseguentemente, un sindacato portatore di un progetto forte di proposte politiche. In tal senso va valutata la sua proposta per politiche di partecipazione alla macro e microeconomia.
Una politica che legava lo sviluppo del Paese a un’analisi dei comparti produttivi, per un’incentivazione delle aree considerate in ritardo per lo sviluppo dell’intero sistema. Un’impostazione che vedeva come avversario, non il singolo soggetto produttivo e il sistema nel suo insieme, ma quelle parti del sistema che erano obsolete e incapaci di rispondere in maniera adeguata allo sviluppo economico in atto.
Per questo accettava un’impostazione finalizzata alla realizzazione di forme cogestionali destinate a migliorare sia la produttività che naturalmente il reddito, e quindi il benessere dei singoli lavoratori. Sul terreno più propriamente sindacale la Uil rifiutò l’impostazione ugualitaristica ritenendola demagogica. Da qui emergeva la necessità di tutelare la responsabilità e la professionalità nel lavoro.
Possiamo dunque affermare che la Uil ha contribuito in maniera determinante alla necessità per il mondo del lavoro di un pluralismo, e quindi alla possibilità di una rappresentatività complessiva del sindacato, fondata sul rapporto diretto fra strategia politica e consenso sociale. La Uil ha mantenuto in vita un patrimonio di proposizione sindacale che sarebbe andato disperso senza la sua nascita. Un contenuto che è servito a migliorare tutto il movimento sindacale.
In questo ruolo la Uil ha saputo così accrescere una propria specificità di organizzazione, dapprima quale soggetto di mediazione al bipolarismo politico sindacale, in seguito maturando un ruolo più fortemente propositivo, capace di aggregare l’intero movimento sindacale sui progetti e smuovendo così la tendenza alla staticità e al conservatorismo che caratterizzava le altre organizzazioni.
Un’azione che è diventata non solo di ricerca e riconoscimento della progettualità, ma ha anche innescato mobilità e dinamismi nel movimento sindacale e nella società. La Uil ha saputo incessantemente fermentare i parametri e le modalità politiche della propria azione anche con una velocità travolgente addirittura, a volte, anticipatrice degli eventi.
Ricordo i tanti passaggi di questa strada: prima il protagonismo e la partecipazione, in seguito la concertazione e la politica dei redditi, poi l’attenzione per la professionalità e le nuove identità sociali, per arrivare alla fase del sindacato dei cittadini e adesso al sindacato delle persone.
In questi anni travagliati di grandi stravolgimenti politici, di riproposizione di un bipolarismo più accentuato e di fronte alle adesioni più da tifosi che da protagonisti oggettivi delle vicende politiche la Uil ha sempre saputo svolgere un’azione di confronto sui contenuti, a prescindere dall’interlocutore che li proponeva, riprendendo nella società italiana quelle sue motivazioni ideali che l’hanno fatta forte in questi tanti anni di attività: il riformismo, la laicità, la tolleranza, la difesa del pluralismo e la valutazione delle proposte solo sul piano dei contenuti.
L’azione della Uil, in questi anni non si è solo indirizzata a superare vecchi tabù o a trovare rimedi a difficoltà di ruolo contrattuale del sindacato, ma ha cercato di far ritrovare al sindacato uno spazio di impegno sociale che interpreti in modo moderno le esigenze nuove del lavoratore-cittadino. Ha saputo tradurre in progetti politici e in realtà contrattuale quello che sempre di nuovo la società e il sistema economico – sociale mano a mano venivano maturando.
La Uil in tutti questi anni si è pienamente affermata nella sua identità sociale, consolidata nel riconoscimento storico e culturale, nonostante la sparizione dei partiti di riferimento ideale che aveva all’inizio della sua storia.
Si tratta di proseguire, oggi, la battaglia per spiccare un ulteriore salto di qualità in termini di strategia, organizzazione, presenza nell’opinione pubblica di grande respiro anche se con i piedi per terra e il conforto di risultati reali.




