
Sentenza Netanyahu. Il vento sta cambiando?
“Verso il campo del non ritorno, molti marciano, prima di marciare venivano raccontate bugie. Nel campo giace la grandezza, questa è la bugia che i maestri hanno detto ai marciatori” Nobilita Asuquo
“Non pensare mai che la guerra, per quanto necessaria e giustificata, non sia un crimine”
Ernest Hemingway
La decisione della Corte penale internazionale (Cpi) di emettere un mandato di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant ha scatenato un’ondata di reazioni a livello globale. L’accusa, legata a crimini di guerra e contro l’umanità durante il conflitto di Gaz, ha polarizzato l’opinione pubblica internazionale, generando condanne, sostegni e prese di posizione diplomatiche.
Ad aprile il procuratore del tribunale con sede all’Aja aveva raccomandato l’emissione di un mandato d’arresto nei confronti dei leader israeliani e palestinesi. Da allora i giudici hanno preso tempo, sottoposti a enormi pressioni affinché si tirassero indietro. Ma alla fine hanno compiuto il passo decisivo.
crimini di guerra e contro l’umanità sarebbero stati commessi da Bibi Netanyahu e da Yoav Gallant, «in associazione con altri», fra l’8 ottobre 2023 e il 20 maggio 2024. Fra questi reati, ci sono «la fame come metodo di guerra» e «l’uccisione, la persecuzione e altri atti disumani», oltre che la responsabilità per attacchi «intenzionali contro la popolazione civile». L’elenco include le restrizioni agli aiuti umanitari; la privazione di cibo, d’acqua, di luce e di carburante; lo stop agli aiuti internazionali, che ha creato condizioni per portare «volutamente alla distruzione di parte della popolazione di Gaza»; il blocco ai valichi di medicinali e di apparecchiature, che ha costretto i medici a operare e ad amputare senza anestesia perfino i bambini, infliggendo loro «sofferenze disumane».
Quanto all’unico leader di Hamas forse processabile, Mohammed Deif, sempre che sia vivo, le accuse riguardano i 1.139 morti del 7 Ottobre, per i 252 ostaggi, per il lancio di razzi su Israele e comprendono le uccisioni, le torture, l’oltraggio alla dignità delle persone, gli stupri.
Da aprile a oggi sono cambiate molte cose: due dei leader di Hamas coinvolti nelle indagini della Cpi sono stati uccisi, mentre la morte del terzo è stata annunciata a luglio (ma non confermata da Hamas). Sul versante israeliano, il ministro della difesa Yoav Gallant, colpito da un mandato d’arresto, è stato defenestrato dal premier all’inizio del mese.
Resta dunque Benjamin Netanyahu, personaggio centrale della vicenda, figura politica dominante nello stato ebraico ormai da tre decenni e soprattutto architetto di questa guerra che dura da oltre un anno. Il mandato d’arresto nei suoi confronti è un fatto senza precedenti, e come tale è stato accolto.
Il primo ministro israeliano si è difeso avanzando un paragone con il famoso affaire Dreyfus. Secondo Netanyahu i leader democratici di Israele sarebbero vittime di una falsa accusa motivata dall’antisemitismo, come lo era stato l’ufficiale ebreo nella Francia della fine del diciannovesimo secolo.
Israele ha respinto con fermezza la decisione della Corte. Netanyahu ha definito le accuse “assurde e false”, accusando l’organismo di essere politicizzato e antisemita. Il presidente Isaac Herzog ha parlato di un “giorno buio per la giustizia”, mentre il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha proposto di rispondere estendendo la sovranità israeliana sulla Cisgiordania. L’opinione pubblica e la politica israeliana si sono schierate compatte nel rigettare la sentenza, considerata un attacco alla sovranità del Paese.
Gli Stati Uniti si sono opposti fermamente al mandato. Il presidente Joe Biden ha definito la decisione “scandalosa” e ha riaffermato il supporto incondizionato a Israele, dichiarando: “Non c’è equivalenza tra Israele e Hamas”. Anche il senatore Lindsey Graham, vicino a Donald Trump, ha chiesto nuove sanzioni contro la Cpi.
La futura amministrazione Trump, secondo fonti di Washington, starebbe valutando di imporre sanzioni contro la Corte, in particolare contro il procuratore capo Karim Khan. Mike Waltz, consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, ha promesso una risposta forte contro quello che ha definito “il pregiudizio antisemita della Cpi”.
L’Europa marcia in ordine sparso, cine quasi sempre. L’Alto rappresentante Josep Borrell ha invitato gli Stati membri a rispettare la decisione della Cpi. Tuttavia, alcuni Paesi hanno assunto posizioni ambivalenti.
In Italia, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sottolineato che la sentenza sarà valutata con gli alleati, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito il mandato “sbagliato” ma ha precisato che l’Italia, aderendo allo Statuto di Roma, sarebbe obbligata ad applicarlo. Divisioni interne emergono anche dai partiti: il Partito democratico ha sostenuto il rispetto della decisione, mentre la Lega l’ha criticata come “filo-islamica”. Salvini ha dichiarato: «Se Netanyahu viene in Italia è il benvenuto, i criminali di guerra sono altri» e poi ha aggiunto che la premier Meloni avrebbe trovato «una sintesi tra le diverse posizioni dei membri dell’esecutivo». Il M5S ha chiesto un embargo sulle armi verso Israele.
“Un punto resta fermo per questo governo: non ci può essere una equivalenza tra le responsabilità dello Stato di Israele e l’organizzazione terroristica Hamas”. Lo ha dichiarato in una nota la presidente del Consiglio Giorgia Meloni commentando la sentenza della Corte Penale Internazionale riguardante il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. ”Approfondirò in questi giorni le motivazioni che hanno portato alla sentenza – ha commentato ancora la premier -. Motivazioni che dovrebbero essere sempre oggettive e non di natura politica. La presidenza italiana del G7 intende porre il tema all’ordine del giorno della prossima ministeriale Esteri che si terrà a Fiuggi dal 25 al 26 novembre”.
Il primo ministro ungherese Viktor Orban ha offerto un sostegno esplicito a Netanyahu, invitandolo in Ungheria per garantire che il mandato non avrà effetto.
La Francia e il Regno Unito hanno dichiarato il loro rispetto per la Cpi, ma non hanno confermato se arresteranno Netanyahu in caso di visita. In Belgio, invece, il governo ha sottolineato l’importanza della lotta all’impunità, dichiarando pieno sostegno alla Corte.
La Svezia, attraverso il ministro Maria Malmer Stenergard, ha confermato il supporto alla Corte e alla sua indipendenza. Similmente, Irlanda e Norvegia hanno espresso fiducia nel ruolo del tribunale, chiedendo di procedere nel rispetto dei più alti standard del giusto processo.
Dall’America Latina, il presidente argentino Javier Milei ha duramente criticato la Cpi, accusandola di ignorare il diritto di Israele all’autodifesa contro Hamas e Hezbollah.
Il Sudafrica, al contrario, ha appoggiato con forza la decisione, definendola un passo significativo verso la giustizia per i crimini di guerra.
La Cina, come fa sempre, ha mantenuto una posizione prudente, chiedendo alla Cpi di adottare un approccio “oggettivo” nel trattare casi così complessi.
Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha ribadito il rispetto per l’indipendenza della Cpi, evitando di entrare nel merito delle implicazioni politiche della decisione. Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Palestina, ha definito il mandato un “momento di euforia” per le vittime dei conflitti a Gaza, lodando il lavoro delle organizzazioni per i diritti umani.
Quanto alla Palestina, i leader ancora presenti hanno accolto con favore il mandato, considerandolo un primo passo verso la responsabilità internazionale. Husam Zomlot, ambasciatore palestinese nel Regno Unito, ha descritto la decisione come una vittoria per l’ordine internazionale e le organizzazioni per i diritti umani palestinesi hanno definito il mandato “una luce di speranza per le vittime di Gaza”.
La Cpi, istituita il 17 luglio 1998 ed entrata in vigore nel luglio 2002, conta 124 Stati membri (33 dall’Africa, 19 dall’Europa orientale e 25 dall’Europa occidentale, e altri come il Canada). Gli Stati Uniti, Israele, Russia e Ucraina non sono membri della Cpi. Anche Cina e India non riconoscono la giurisdizione della Corte. Netanyahu potrà viaggiare in un’intera serie di Paesi del Medio Oriente senza paura di essere arrestato perché non sono parte dello Statuto di Roma. L’Egitto, Turchia, l’Arabia Saudita non sono membri della Cpi, mentre lo è la Giordania.
E ora? Cosa accadrà dopo il mandato di arresto spiccato dalla Corte penale internazionale per il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa, Yoav Gallant (poi cacciato dallo stesso primo ministro), nonché per il capo militare di Hamas, Deif, che però Israele ritiene di aver ucciso in un raid a Gaza, tutti colpiti dalla stessa sentenza?
Si tratta di una misura solo “simbolica”?
No, perché tutti i 124 Stati membri della Cpi hanno l’obbligo legale di arrestare ed estradare chi è colpito dal mandato di arresto. La Corte ha spiccato un analogo mandato di arresto per il presidente russo Vladimir Putin, raggiunto dal provvedimento nel marzo 2023, provvedimento che però non ha avuto seguito. Lo scorso 3 settembre il presidente russo ha incontrato il suo collega mongolo Ukhnaagiin Khürelsükh a Ulan Bator nella prima visita ufficiale in un Paese membro della Corte penale internazionale dopo l’emissione di un mandato d’arresto nei suoi confronti. Quando un Paese membro non adempie ai propri obblighi nei confronti della Cpi, quest’ultima può deferirli all’Assemblea degli stati parte (Asp), che si riunisce una volta all’anno, ma le cui sanzioni si limitano essenzialmente a un rimprovero verbale.
Come detto tuttavia, molti Paesi che riconoscono la Cpi, in realtà, spesso non ne eseguono gli ordini. Celebre il caso del Sudafrica, che nel 2015 si rifiutò d’arrestare il leader sudanese Omar al-Bashir, accusato di genocidio. Ultimo episodio, la visita del presidente russo Vladimir Putin in Mongolia, a settembre, dov’è stato ricevuto sulle passatoie d’onore nonostante sia ricercato per la deportazione dei bambini ucraini. La Cpi non ha modo di costringere i governi firmatari a obbedirle: l’anno scorso il premier slovacco Robert Fico, membro Ue e firmatario della Carta di Roma, disse chiaro che non avrebbe mai eseguito un mandato d’arresto contro Putin.
Tuttavia il mandato di arresto renderà molto difficile per Netanyahu recarsi all’estero d’ora in poi anche nelle sue funzioni di primo ministro. I 124 Stati membri sono obbligati ad eseguire i mandati d’arresto se un ricercato dalla Corte dovesse entrare nel loro territorio, compresi i capi di governo.
Le sentenze della Cpi sono vincolanti, ma s’accompagnano regolarmente a critiche. Una su tutte, quella d’essere forti coi deboli: sono sempre stati trascinati in giudizio soprattutto i Paesi africani, come il Congo o l’Uganda. Con gli Usa e la Gran Bretagna invece, per i presunti crimini commessi in Afghanistan e in Iraq, la Cpi è stata agli occhi di molti assai più accomodante. Negli ultimi tre anni, con le guerre in Ucraina e a Gaza, le cose sembrano essere cambiate: mai nessuno aveva osato toccare i signori del Cremlino. E ora è la prima volta che viene colpito il capo d’un importante governo occidentale.





