
In questo periodo nel quale si parla della Dèa Madre come Gaia, super organismo vivente, così come lo ha ipotizzato nel 1979 Jeames Lovelock, oppure come Pacha Mama, Madre Terra, collegandola alle teorie della salvaguardia del pianeta, è opportuno riportare l’attenzione alla Grande Madre nella sua complessità e nella sua essenza di Vergine.
La Madre Terra è solo uno degli aspetti di un’Origine, così come lo è il cielo stellato.
Non va confusa la Dèa Madre Vergine, la Potente, con tutte le varie definizioni e con tutti i vari accostamenti a realtà particolari che poco hanno a che fare con la sua essenza.
Il sole, ad esempio, non è maschile, nonostante qualcuno continui ad associarlo al maschio, così come associa la luna alla femmina. I dio Sin (da cui Sinai) è la luna (il luno), così come la Dèa Amaterasu è il sole. Accostare il maschile e il femminile ai luminari è una scelta arbitraria.
Stabilire che il sole è maschio e la luna è femmina significa fare del maschio il luminare sorgente di luce e della femmina il luminare che vive di luce riflessa. Banale riflesso tardo del dominio patrilineare pastorale sul mondo gilanico agricolo, con la sostituzione dei riti della fertilità con quelli solari.
Per arrivare all’eterno femminino, ossia alla Déa Madre Vergine, è necessario risalire dalle sue determinazioni datate verso la fonte, per approdare, per quanto possibile, vicino alla sua essenza di generante di ogni manifestazione energetica e materiale e, al contempo, di agente della eterna metamorfosi, incessante trasformazione.
In questa accezione di generatrice e di trasformatrice, la Grande Dèa Madre è una e trina: manifestante come Brighit, accudente e nutriente come Dana, metamorfosante come Morrigane.
Non intendo affrontare qui la distinzione energetica e funzionale di queste tre divinità del pantheon celtico, se non per indicarne l’aspetto uni-trinitario che ritroviamo, guarda caso, in molte religioni e in molte mitologie.
Qui è interessante tentare di soggiornare presso l’Origine, stando seduti sull’orlo del nero luminoso, osservando la danza dei mondi.
L’etimologia della parola vergine, in latino virgo, si riferisce alla radice indoeuropea varg- = essere gonfio, turgido, rigoglioso e, quindi, in senso lato, maturo.
In sanscrito urg’- è spingere, da cui turgido, rigoglioso, lussureggiante.
Da sottolineare che la stessa radice sanscrita varg- o urg’ si ritrova nell’etimologia del termine orgasmo che, letteralmente, esprime l’idea dell’esuberanza o nel termine greco orgàs = ubertoso, fertile (riferibile sia ad un terreno, sia ad una donna pronta a procreare).
La radice vaurg- urg’ ha il senso di agire, muovere.
La parola vergine, pertanto, non ha alcunché a che fare con l’illibatezza e si riferisce piuttosto alla condizione di maturità sessuale.
Ûrg’a è forza, energia e ûrg’asavat è rigurgitante. L’indoeuropea Durgā, in sanscrito è “colei che difficilmente si può avvicinare” o “luogo impossibile da invadere” ed è colei che è soprannominata l’inaccessibile, l’invincibile, l’inavvicinabile.
Durgā è una delle tante espressioni del principio divino femminile.
Se consideriamo che la D per Franco Rendich (L’origine delle lingue europee) ha il significato di luce, torniamo al concetto di una forza che contiene in sé una luce che manifesta: una luce implicita, che è resa esplicita.
Dall’insieme della radici indoeuropee e sanscrite si evince che la vergine, che possiamo chiamare anche Dèa Madre, è una forza che erompe nel campo mediante la sua azione.
In altri termini potremmo dire che l’Arché è la forza che erompe nel campo mediante il Logos, che ne è l’azione improntante e illuminante.
In altri termini ancora, la Vergine è Na, l’oceano primordiale indoeuropeo, che contiene Ka (la luce primordiale implicita), la quale erompe come Eka.
Se volgiamo lo sguardo all’Egitto antico troviamo la stessa relazione in Amon-Ra, dove il nascosto Amon/Amonet. (Mn=nascosto), si rende visibile con una vibrazione che è descritta come luminosa (campo elettromagnetico nell’intervalle del visibile umano).
Da queste descrizioni etimologiche e archetipiche possiamo dedurre che la stessa relazione appartenga al nucleo essenziale dell’essere umano, il Sé, che contiene entro di sé la sua luce implicita e primordiale e che, come forza in azione, quindi energia (da ergon=azione) entra nel campo come vibrazione elettromagnetica, anima animante e determinante la forma, che è percepibile visivamente come aura.
In una concezione olistica dell’universo, la stessa forza che lo ha originato appartiene anche agli esseri umani che ne sono parte distinta, ma non separata.
In questo senso la Vergine è madre, in quanto è la forza che progetta e proietta nel limite.
La M indoeuropea, infatti, significa limite e così madre è, nel suo determinarsi nella vita materiale, matrix, matrice costruttrice di forme.
Trova conferma la grande regola trasmessaci dalla Tavola Smeraldina, attribuita al mondo egizio antico, che “ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare il miracolo della cosa unica”.
La sorgente è unica ed è la Virgo, la Forza che entra nel campo e come energia determina i mondi egli esseri viventi.
C’è da chiedersi cosa sia la Vergine Forza, anche se è assai difficile poterla definire e che cosa sia questa Forza.
Alcuni scienziati e alcuni filosofi, recentemente, ne hanno elencato le qualità in termini di informazione, intelligenza, coscienza.
Possiamo pensare un Grande Sé (Brahman) al quale corrisponde un piccolo Sé, il nostro, l’Atman, distinto, ma non separato.
Questo grande Sé lo possiamo anche chiamare Noûs, intelletto.
Possiamo pertanto pensare la Vergine come un Forza intelligente, cosciente, informata, dalla quale scaturisce tutto ciò che è, tutto ciò che è stato e tutto ciò che sarà.
Per quanto riguarda l’essere umano, il suo Sé, il suo nucleo essenziale, può essere inteso come un nucleo di forza, intelligente, cosciente, informata, parte distinta, ma non separata dalla Vergine.
L’anima è ben descritta nel linguaggio ermetico degli alchimisti, dediti all’Opera. La rugiada celeste, ros, è l’anima, la vita metallica che dà vita ai corpi; è quella “magnesia”, “calamita filosofica” che ha la virtù attrattiva e che oggi potremmo definire luce come campo elettromagnetico, che attrae e forma la materia corporea.
La “magnesia” sorge dall’Occulta Fontana (Libethra) accanto alla quale c’è un’altra sorgente chiamata La Roccia.
“Ambedue – scrive Fulcanelli – scaturivano da una grossa roccia la cui forma assomigliava ad un seno di donna; di modo che l’acqua sembrava colare da due mammelle come fosse latte. Ora, noi sappiamo che gli antichi autori chiamavano materia dell’Opera la nostra Magnesia e che il liquore estratto da questa magnesia è chiamato Latte della Vergine”.
L’eterno femminino (dal Faust di Goethe) indica la femminilità nella sua essenza immutabile e perennemente generatrice e trasformatrice.
Per comprendere l’immutabilità in perenne generazione e trasformazione, è necessario fare un salto nel paradossale e provare a pensare a quella strana teoria in base alla quale l’Origine manifesta tre quarti di se stessa, rimanendo l’altro quarto l’unità indistinta, ossia quattro quarti.
Quando ci si approssima al mistero la logica serve a poco, va usata l’intuizione, che è prerogativa dell’intelletto, ossia di quella parte di noi che è simile al Noûs.





