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GIOVENTU’ VIOLENTA

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di Carlo Di Stanislao

Dalla Londra di Dickens alle riot xenofobe in Inghilterra, dai besprizornye sovietici alla gioventù bruciata di Putin. Così la criminalità minorile mette in crisi i benpensanti e scatena l’odio” 
Seigmund Ginsberg


I morti tra i giovanissimi sono ormai cronaca fin troppo ricorrente. A Napoli, ma non solo. La furia omicida di assassini poco più che adolescenti colpisce anche a Roma, a Milano, a Piacenza. Lascia sgomenti e crea un allarme sociale non più sottovalutabile.
 
L’elenco delle giovani vittime si allunga di settimana in settimana, mentre le parole di condanna da parte delle autorità politiche e religiose e le riunioni d’urgenza dei comitati per l’ordine e la sicurezza somigliano sempre più a un rituale sterile e infruttuoso, utile solo a certificare un’emergenza a cui evidentemente non si è preparati.
 
Emanuele 15 anni, Santo Romano 19 e ancora Arcangelo 18 anni. Mesi prima la morte di Giogiò e Francesco Pio Maimone. Ragazzini poco più che bambini che uccidono o vengono uccisi, espressione di una gioventù con vocazione da criminali. E il fenomeno non riguarda solo l’Italia.
 
La scena di un’altra delitto ci è familiare. Un muretto di mattoni rossi sormontati da una siepe di more. All’interno, un edificio scolastico. Dove si teneva il corso di danza intitolato alla superstar Taylor Swift. 
 
Ce ne sono in tutta l’Inghilterra. Una volta c’erano solo minuscole casette a un piano, o due. Tutte uguali. Affittate ai minatori o agli operai dai proprietari di miniere e fabbriche. In mezzo un edificio più imponente, elegante: il pub, stesso proprietario. Serviva a riprendersi parte del salario. I pub antichi sono rimasti, sono edifici protetti. E’ in una strada simile, in un edificio simile che talvolta, quando sono lì, accompagno al suo corso “da ballerina” – come dice lei – la mia nipotina di 4 anni. 
 
E’ lì che un ragazzo diciassettenne ha ucciso a coltellate tre bambine, rispettivamente di 6, 7, e 9 anni, ne ha gravemente ferite altre sei, e due adulti. Folle inferocite hanno accerchiato la locale moschea e gli ostelli per richiedenti asilo. E’ iniziata una caccia al musulmano e all’immigrato. I social, e anche il solito X di Elon Musk, avevano diffuso la notizia che l’assassino sarebbe stato un migrante clandestino. Un video messo in rete da uno dei più noti leader xenofobi, in cui si diceva “un immigrato senza documenti, arrivato nel Regno Unito via mare, ha accoltellato sei bambine”, aveva registrato 14,9 milioni di visioni. Un altro noto agitatore islamofobo si era chiesto in un post “perché mai il nostro governo (ora guidato dal laburista Starmer) consente che questo immigrato siriano uccida bambini innocenti”.  Il giudice, per smentire le fake news, ha autorizzato che si pubblicassero nome e generalità del diciassettenne assassino, contrariamente a quel che di norma si fa per i minori. E’ nato a Cardiff, è figlio di rifugiati dal Ruanda, scampati al genocidio. Non è neanche musulmano.
 
E ancora, storie a non finire di ragazzini che stuprano in gruppo ragazzine. L’accoltellatore di Liverpool è un mostro isolato. Quelli che volevano linciare gli immigrati erano un branco. “La follia è rara negli individui – ma è la regola per i gruppi, le fazioni, i partiti, le nazioni”, aveva intuito Nietzsche.
 
Altra scena ancora. Dall’altra parte del mondo, in Cina. Una ragazzina di otto anni viene accoltellata, e il corpo lasciato in un boschetto di pioppi. Il padre della ragazzina è disperato che il perpetratore non sia punibile con la sentenza capitale. L’assassino è un ragazzino tredicenne. Ha confessato di aver agito “per odio verso le femmine”, perché ce l’aveva con la mamma che lo maltrattava da piccolo. Ma le confessioni in Cina si sa, lasciano il tempo che trovano. La mamma, intervistata dal giornale locale, Stella rossa, dice che il ragazzino veniva bullizzato a scuola: i compagni lo avrebbero costretto una volta a mangiare feci. 
 
Bambini che ammazzano altri bambini. E’ un fatto di cronaca diventato molto comune. Suscita sempre molta emozione e un intenso dibattito sui media. Il caso di due ragazzini tredicenni che avevano attirato un compagno di scuola in una serra in cui avevano scavato una buca, e l’avevano ucciso e sepolto lì, ha prodotto oltre un miliardo – sì, un miliardo – di click. 
 
L’argomento è sempre lo stesso: il fatto che i minori non siano punibili alla stregua degli adulti. Gli interventi chiedono maggiore severità. Qualcuno invoca la pena di morte. Indigna che si cerchi di giustificare i colpevoli col fatto che spesso provengono da famiglie disagiate, povere. I ragazzini diventano criminali perché sanno di non essere punibili, l’argomento degli indignati. Un professore di diritto criminale, che ha 30 milioni di followers, accusa di “relativismo morale” chi è contrario a punire i ragazzini come se fossero adulti. 
 
Il paradosso è che la Cina, così severa nel punire, anche con la pena di morte, delinquenti e dissidenti, supera in clemenza l’occidente in fatto di severità nel giudicare e nel punire i minori. Le convenzioni internazionali suggeriscono un’età minima di 12 anni per essere incriminabili e punibili. Negli Stati Uniti varia da stato a stato, in molti non c’è nemmeno età minima. 
 
In Cina l’età minima era 14 anni. Nel 2021 è stata abbassata a 12. Le autorità incoraggiano i tribunali ad alternative alla prigione, come programmi di rieducazione o servizio civile. Anche se la cosiddetta “rieducazione” in Cina non è mai stata rose e fiori. Tanto che qualche genitore preferisce che vadano in prigione. Tra 2008 e 2022 le condanne di minori sono diminuite del 70 per cento. L’opinione pubblica protesta. Chiede a gran voce inasprimenti delle pene. Pare che alcuni tribunali abbiano già deciso di ascoltare la vox populi, comminando ai minori pene che vanno ben oltre quelle previste dalle leggi.
 
Torniamo in Italia, a Pescara.  Un sedicenne viene accoltellato, in un parco pubblico in stato di abbandono. E’ un ragazzino difficile. Figlio di madre colombiana e padre italiano, era stato abbandonato dai genitori e cresciuto dalla nonna. Pregiudicato per piccolo spaccio, era stato affidato a un centro di riabilitazione, che aveva lasciato per incontrare i suoi aggressori. Questi sono ragazzi “di buona famiglia”.
 
Diciassettenni che vanno a scuola. Uno è figlio di un’avvocata. Un altro è figlio di un ufficiale dei carabinieri. Gli hanno assestato venti coltellate. Gli hanno anche spento una sigaretta in faccia, e coperto di sputi mentre era agonizzante. Poi si sono fatti un selfie, e sono andati a fare il bagno in spiaggia, come se nulla fosse. L’hanno ucciso per una “mancanza di rispetto”, un debito di 200 euro, hanno raccontato agli inquirenti. 
 
Il branco è sempre un moltiplicatore della violenza. E ancora, storie a non finire di ragazzini che stuprano in gruppo ragazzine. L’accoltellatore di Liverpool è un mostro isolato. Quelli che volevano linciare gli immigrati erano un branco. “La follia è rara negli individui – ma è la regola per i gruppi, le fazioni, i partiti, le nazioni”, aveva intuito Nietzsche.
 
Si tratta di un dilemma che si è già presentato in altre epoche e ad altre latitudini. 
La Russia degli anni 20 e 30 era percorsa da orde di besprizornye, bambini abbandonati, orfani creati dalle guerre civili, dalle collettivizzazioni forzate e dal terrore staliniano, dalla carestia e dalla repressione dei kulaki. “Bambini senza tetto” è la traduzione dell’espressione russa. Si contavano a milioni. Vivevano per strada, nei cassonetti, negli anfratti delle stazioni ferroviarie (ci sono foto d’epoca impressionanti). Campavano di espedienti, furti, rapine, promiscuità, accattonaggio. Si cibavano di rifiuti, e in qualche caso anche di carne umana. Bevevano miscugli alcoolici micidiali. Per tirarsi su, sniffavano colle, o anche cocaina. L’uso del marafet, la “polvere bianca”, pare fosse abituale non solo tra intellettuali e artisti, ma anche tra i più disagiati. Erano organizzati in bande. Erano feroci, crudeli. Si ammazzavano tra di loro (e di questo nessuna se ne curava). Ma ammazzavano anche gente per bene. E viene in mente Pasolini e i suoi ragazzi violenti e di vita decreto già 60 anni fa.
 
I ragazzi di strada a Mosca ci sono ancora. Ma si vedono, e soprattutto se ne parla molto meno. Li chiamano ora bomzhi, senza fissa dimora. Un tempo li avrebbero chiamati huligani, teppisti, termine che sotto il comunismo si applicava a tutta la gioventù disubbidiente. L’Arbat, ristrutturato per assumere le sembianze di una via russa dell’Ottocento, è diventato zona franca per balordi: ragazzini scappati di casa o da situazioni violente, punk, hippie, raver, skinhead, satanisti, “tolkienisti”, travestiti da fantasy medievale. Oltre che di giovani appassionati di musica, poesia, canzoni, come ai bei tempi della protesta dei “dissidenti”. 
 
Certi studi parlano addirittura di un “sistema Arbat”, con le sue regole e i suoi riti. E’ un magnete per ragazzini e ragazzine scappati di casa, lasciati indietro dai genitori migranti da un angolo all’altro della Russia, clandestini a Mosca. Ce ne sono di provenienti dalla Moldavia o dalla Bielorussia. E’ tollerato l’askat (accattonaggio soft, neo-russo dall’inglese to ask, chiedere). Non il borseggio o i fatti di sangue. Infastidirebbero i turisti. I ragazzini dell’Arbat sono un po’ l’élite della gioventù bruciata. Un gradino sopra quelli della Russia profonda. Putin ha la possibilità di arruolarli nei riformatori e mandarli a morire in Ucraina. 
 
E passiamo all’America piena zeppa di violente gang giovanili e non solo nei quartieri difficili di New York e non da ora. Ho due immagini in testa. Una è una scena di un film in bianco e nero. L’avevo rivisto anche di recente, ma continuo a cancellare dalla memoria il titolo del film. Un bambino ruba una borsetta. Si nasconde in un luogo umido e scuro, dove gronda dell’acqua dalle pareti. Forse un cesso pubblico. Apre la borsetta e ne esamina il contenuto. La tensione è insopportabile.  L’altra è una lettura, sempre da bambino. Anche qui la memoria vacilla. L’ho ritrovata da qualche parte, non molto tempo fa. Poi mi si è ricancellata dalla memoria. Ma anche in questo caso l’inconscio censura. Forse si tratta de Il principe e il povero di Mark Twain. 
 
Il protagonista povero, sosia del principino, è un ragazzo di strada che vive di espedienti. E’ orfano, la mamma è stata giustiziata in modo atroce: calata in una calderone di olio bollente. 
 
Non mi angosciò invece la storia che ci raccontò l’insegnante di religione in terza elementare. Un figlio, spinto a ciò da cattivi maestri, o cattive compagnie, uccide la propria madre, e le strappa il cuore. Mentre corre a portare il trofeo a chi lo ha messo sulla cattiva strada, inciampa e cade. Il cuore della mamma gli dice: ti sei fatto male figlio mio? La trovai semplicemente stupida. Chiesi a mio padre di farmi esonerare dalle lezioni di religione.   Non lo fece, purtroppo.
 
I bambini delle favole non sono particolarmente edificanti. Sono capaci di crudeltà terrificanti a danno dei loro “nemici”. Va bene che quelli sono orchi e streghe, gli volevano fare anche di peggio, è legittima autodifesa. Nelle guerre in giro per il mondo i più cattivi, i più spietati sono sempre i giovanissimi, i soldati bambini. Carnefici e vittime al tempo stesso.
 
Rileggere Pasolini.
 

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  • Redazione

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