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TRUMP E MUSK, FUGA DAL CIRCO, PAURA DEL TERREMOTO IN ARRIVO

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di Giorgio Cattaneo

«Mi fa molto ridere la fuga precipitosa, dal social di Elon Musk, da parte di certi personaggi da circo, come Piero Pelù e il gruppo “Elio e le Storie Tese”. Con loro si è schierata addirittura Milena Gabanelli, che un tempo era stata reputata una giornalista seria, avendo contribuito a scavare in tanti misteri della storia italiana». Per lo storico e saggista Nicola Bizzi, editore di Aurora Boreale, starebbero tutti «ricevendo ordini di scuderia». Di fatto, «si stanno adeguando, preparandosi a sparire dallo show business nazionale», visto che il nuovo corso statunitense, anche stavolta, finirà per incidere fatalmente nello scenario europeo, compreso quello italiano.

La levata di scudi contro l’indecifrabile figura di Musk? «È davvero divertente, perché espone il circo nostrano a tutte le sue contraddizioni». Ha fatto notizia la presa di posizione di Mattarella, che ha restituito al mittente le sprezzanti critiche piovute da Mister Tesla sulla magistratura italiana che contesta la recente “deportazione” in Albania dei migranti irregolari. Come osa, il futuro factotum di Trump? Al momento, non essendo ancora ministro, Elon Musk resta un semplice privato cittadino (incidentalmente, il più ricco del pianeta). E comunque: come si permette di interferire nelle scelte di un paese sovrano? Peccato che lo stesso Mattarella – ricorda Bizzi – si sia sempre speso per sottolineare la preminenza della sovranità europea su quella nazionale.

«Parliamoci chiaro: la nostra residua sovranità, ormai scomparsa, fu ceduta già nel ’92 con la svendita definitiva del nostro paese a certi poteri. Purtroppo, tanti italiani non l’hanno ancora capito. Né ricordano che la nostra informazione doveva essere controllata», secondo i britannici. I mini-vip italici ora fuggono rumorosamente da X, già Twitter? «Tranquilli: nessuno sentirà la loro mancanza», se la ride Bizzi. Parlando invece di cose serie: «Oggi, oltre che ai britannici, le nostre agenzie di stampa rispondono soprattutto a Davos: se il World Economic Forum dice ai giornali italiani che non devono dare risalto alla crisi del governo tedesco, i nostri media obbediscono».

Diritto di cronaca? Velo pietoso, ormai, sulla disinformazione dominante: che in questo caso oscurerebbe la vera portata della crisi in Germania, paese che finora è stato il cardine dell’euro-sistema. «Prima, a Berlino volevano far votare la fiducia al governo a metà gennaio, quasi in concomitanza con l’insediamento di Trump, per poi andare ad elezioni a febbraio». Perché non farlo subito? «Una delle scuse, ridicole, era l’assenza della carta per le schede elettorali». Adesso invece anticiperanno tutto, sottolinea sempre Bizzi: «Non è solo in questione l’eventuale ruolo di Alternative für Deutschland: quello che si continua a non dire è che, da ormai quattro anni, la Germania ha pronto un piano per la sua uscita dall’euro». Le elezioni? Sicuramente con Trump ormai alla Casa Bianca.

L’altra notizia oscurata, su cui Bizzi pone l’accento, è quella dell’11 novembre: «Il principe saudita Mohammed Bin Salman ha convocato d’urgenza a Riad un vertice internazionale di tutto il mondo musulmano, arabo e non solo. Per la prima volta, allo stesso tavolo siederanno ex nemici come il siriano Assad e il turco Erdogan». Il tema? Anticipato da una dichiarazione ufficiale del governo saudita: casa Saud «ha detto che è un dovere di qualsiasi paese musulmano sostenere l’Iran e persino Hezbollah». In sostanza, Riad «condanna duramente i devastanti attacchi israeliani alla sovranità del Libano». Si domanda Bizzi: si doveva proprio arrivare alla strage dei palestinesi, per “svegliare” il mondo islamico?

Notoriamente, la situazione è intricata. Ricorda Fausto Carotenuto, già analista dell’intelligence atlantica: «La stessa rivoluzione degli ayatollah fu propiziata dall’Occidente, che permise a Khomeini di lasciare la Francia: si volevano creare le premesse per un “mostro teocratico” capace di spaventare Israele, alimentando la tensione permanente nella regione petrolifera».

Archiviate le favole nere sullo “scontro di civiltà”, mitologia utile a incrementare il bilancio delle stragi e a consolidare il potere “imperiale” nelle colonie del petrodollaro, Fausto Carotenuto insiste nel considerare l’attualità partendo la lontano: un player come Erdogan, sostiene, è il vero capofila regionale dei Fratelli Musulmani, già al potere in Egitto grazie alle “primavere arabe” innescate da Obama. Un network, sottolinea Carotenuto, che è tragicamente genuino solo in apparenza: sarebbe infatti stato confezionato ad arte nelle officine del potere atlantista, specie quello britannico, sempre allo scopo di indebolire (con l’introduzione del fanatismo) la regione mediorientale.

Prime vittime della storica operazione: i leader laici, dall’egiziano Nasser all’iraniano Mossadeq, per finire con Saddam e Gheddafi (uno giustiziato, l’altro trucidato). Se la vide brutta lo stesso Bashar Assad, salvato in extremis dai russi in una Damasco ormai assediata dall’Isis. Contro i terroristi, accanto all’esercito siriano, oltre alle truppe di Mosca combattevano i libanesi di Hezbollah, di cui Israele ha appena ucciso il leader carismatico, Hassan Nasrallah. Altra forza determinante schierata in Siria contro l’Isis: quella dei Pasdaran guidati dal prestigioso generale Qasem Soleimani, eroe nazionale a Teheran, assassinato a Baghdad all’inizio del 2020 con un raid aereo rivendicato dall’amministrazione Trump.

Buio pesto, in quei drammatici tornanti, da parte della grande comunicazione. «Oggi licenzierei nove redattori su dieci», ebbe a dire Seymour Hersh, Premio Pulitzer per i suoi coraggiosi reportage dal Vietnam: «Se i giornalisti avessero detto la verità avremmo avuto meno guerre e meno massacri, perché sarebbero stati smontati gli alibi di tanti politici bugiardi». Una decina d’anni fa fece eccezione Tulsi Gabbard: non giornalista, ma parlamentare statunitense (allora eletta con i democratici). La Gabbard ebbe il fegato di volare fino a Damasco per intervistare il presidente Assad, dipinto come feroce dittatore dai media che fingevano di non vedere la realtà collaterale: per esempio la foto-ricordo di John McCain, allora inviato di Obama, ritratto in Siria in compagnia di alcuni brutti ceffi (tra cui il futuro leader dell’Isis, Al-Baghdadi) presentati dai nostri giornali come campioni della democrazia.

L’ultima notizia? La stessa Tulsi Gabbard – nel frattempo transitata nelle file trumpiane – è stata ora designata come prossima responsabile dell’intelligence Usa. Lavorerà in tandem con John Ratcliffe, futuro capo della Cia, che nel 2020 annunciò l’imminente rilascio di documenti scottanti, in mano al Pentagono, sulla lunga “consuetudine” tra le forze Usa e i dischi volanti, inclusi i loro misteriosi equipaggi. Ratcliffe dovette rinunciare: anche l’agenda degli Stati Uniti fu letteralmente travolta dalla gestione mondiale della totalizzante “emergenza sanitaria”. Oggi cambierà tutto anche su quel fronte, con la nomina di Robert Kennedy Junior al ministero della salute, dove il nipote di Jfk conta di far saltare parecchie teste?

«Ammesso che non succeda l’apocalisse da qui al 20 gennaio – sintetizza Nicola Bizzi – le nomine che sta facendo Trump lasciano presagire cambiamenti stratosferici: immagino che assisteremo a eventi inauditi, molto prima di quanto non si creda. Le premesse sembrano ottime, anche se poi conterà la prova dei fatti». Di sicuro, già si possono pesare gli effetti collaterali del terremoto trumpiano: «Basta vedere come si stracciano le vesti gli esponenti del Pd e in generale la sinistra europea. A proposito: sicuri che Ursula von der Leyen resterà al suo posto? Sembra in forse lo stesso futuro dell’Unione Europea, che di fatto Trump non riconosce. Ha già detto che, se vorranno evitare i dazi in arrivo, gli Stati europei dovranno trattare singolarmente con gli Usa bypassando l’Ue, che nel nuovo mondo trumpiano è vista come un inquilino abusivo».

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  • Redazione

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