
Segue da: IL SERPENTE HA DUE TESTE (3) – BRITANNIA, RULE THE WAVES
Riprendo, per il lettore, dallo spunto con il quale sono iniziate queste riflessioni.
Elon Musk ha concesso un’intervista all’ex anchorman di Fox News, Tucker Carlson, nella quale ha affermato che i miliardari che sostengono e finanziano la campagna elettorale della vicepresidente Kamala Harris, tra cui Reid Hoffman e Bill Gates, temono che Donald Trump possa vincere le elezioni presidenziali e diffondere così la “lista dei clienti” del magnate-pedofilo Jeffrey Epstein, morto per un apparente suicidio nell’agosto 2019 presso il Metropolitan Correctional Center di Manhattan.
Musk ha dichiarato apertamente che “alcuni dei miliardari che stanno dietro Kamala Harris sono terrorizzati da una vittoria di Trump”, in quanto, se Trump dovesse vincere, uno degli effetti più temuti sarebbe la pubblicazione della famigerata lista dei clienti di Jeffrey Epstein, il finanziere legato a uno scandalo di traffico sessuale di minorenni.
Considerato che a gennaio, secondo quanto disposto dalla giudice di New York, Loretta Preska, erano stati desecretati i nomi di persone associate al finanziere Jeffrey Epstein e che alcuni nomi assai noti, come Bill Clinton o il principe Andrea Windsor, sono noti da tempo, è da presumere che il possibile “terrore” di cui parla Elon Musk non riguardi solo una questione di scandali sessuali, ma qualcosa di ben più inquietante, come potrebbe essere, ad esempio, una setta.
Abbiamo analizzato negli articoli precedenti, la setta ebraica eretica frankista e lo schiavismo inglese, come possibili componenti di quella che oggi potrebbe essere l’ideologia dominante in un mondo elitario che pensa di governare il mondo.
In questo nuovo capitolo di questa nostra riflessione, poniamo attenzione ad uno dei personaggi più ignobili, satanici, inumani, ributtanti che la storia recente ci ha messo dinnanzi: Leopoldo II del Belgio, un lurido bastardo.
Il regnante belga appartiene a quella dinastia tedesca dei Sassonia. Coburgo- Saalfeld dalla quale discendono le case regnanti di mezza Europa.
Il 13 giugno 1777 a Ebersdorf erano avvenute le nozze fra Francesco Federico di Sassonia- Coburgo-Saalfeld (1750-1806) e Augusta di Reuss-Ebersdorf (1757-1831). I loro dieci figli s’imparentarono con le più grandi case reali d’Europa e molti di essi diedero vita a dinastie reali nel Regno Unito (dal 1917 si ridenominerà Windsor), nel Belgio e nel Regno di Bulgaria.
C’è voluto oltre un secolo perché un sovrano belga rompesse finalmente il muro del silenzio e dell’ipocrisia riconoscendo gli orrori commessi in Congo dal suo predecessore Leopoldo II a partire dalla fine del XIX secolo. “Esprimo il mio più profondo rammarico per gli atti di violenza e le sofferenze inflitte al Congo belga”, ha scritto re Filippo in una lettera indirizzata al presidente della Repubblica Democratica del Congo in occasione del sessantesimo anniversario dell’indipendenza del Paese.

Edmund Dene Morel (Parigi, 10 luglio 1873 – Bovey Tracey, 12 novembre 1924) è stato un giornalista, scrittore e politico britannico.
Morel lottò contro la schiavitù nello Stato Libero del Congo e nel 1904, in collaborazione con Roger Casement, fondò l’Associazione per la Riforma del Congo (CRA). Durante la prima guerra mondiale ebbe un ruolo importante nel movimento pacifista inglese, partecipando alla fondazione dell’Union of Democratic Control di cui divenne segretario.
Bertrand Russel disse di lui: «Fra tutti gli uomini che ho conosciuto, nessuno possiede la medesima eroica semplicità nel creare e proclamare verità politica».
Eppure, già nel 1899, Joseph Conrad aveva fatto pronunciare quel famoso grido di fronte alle teste impalate degli indigeni (“Che orrore! Che orrore!”) al protagonista del suo Cuore di tenebra.
A partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento la popolazione congolese fu dimezzata a causa degli omicidi di massa, della fame, della malattia e del lavoro forzato, sotto il dominio satanico di re Leopoldo II del Belgio, che andrebbe annoverato tra i principali delinquenti diabolici del XX secolo.
Quella del Congo belga, sotto il regno di Leopoldo II è stata una delle più grandi tragedie dell’epoca moderna.
Quando ascese al trono belga nel 1865, il trentenne Leopoldo II si trovò a governare un piccolo paese nelle vesti di monarca costituzionale. Il Belgio non era però sufficiente per soddisfare la sua megalomania senza scrupoli e così reclutò l’esploratore Henry Morton Stanley, il quale percorse la foce del fiume Congo gettando le basi di un complesso sistema di sfruttamento delle immense risorse naturali della foresta, in primo luogo l’avorio e il caucciù.
Ed ecco che ci troviamo di fronte ad una dei tipici travestimenti del satanismo: la filantropia.
Ne sono ottimi narratori Soloviev e Roth.
Prima di proseguire con il mostro belga, è utile ricordare come tracciano le caratteristiche del filantropo alias Anticristo Soloviev e Roth, al fine di meglio identificare gli attuali “anticristi” presenti sulla scena del globalismo mondiale.
Scrive Roth: “Ma lui, l’Anticristo, è peggio, dunque, di questo brutale re, perché un simile re appunto lo si vede, lo si sente, lo si percepisce e lo si subisce. L’Anticristo, invece, ha il potere di trasformare ciò che è fiorente in un deserto, e di abbagliarci tanto da farci credere che proprio ciò che è desolato sia ciò che è fiorente. E mentre annienta, così noi crediamo, costruisce. Quando ci dà delle pietre, crediamo che ci dia del pane. Il veleno dal suo calice lo assaggiamo come fosse una fonte di vita. E lui stesso, il principe dell’inferno, lo consideriamo come un figlio del cielo e della terra al tempo stesso; cosa che finché viviamo lo fa apparire più che se fosse soltanto il figlio del cielo. Così egli compare, così egli parla: “Vi si vorrebbe promettere il cielo. Ma io Vi do la terra. Voi dovreste credere in un Dio inconcepibile: ma io faccio di Voi stessi degli dei. Credete che il cielo sia più della terra: ma la terra stessa è già un cielo!”.
Soloviev dal canto suo, scrive: “C’era in questo tempo, tra i credenti spiritualisti, un uomo ragguardevole – molti lo chiamavano superuomo -, il quale era lontano dall’infanzia della mente e dall’infanzia del cuore. Egli era ancor giovane, ma grazie al suo genio eccelso a trentatré anni godeva fama di grande pensatore, di scrittore e di riformatore sociale. Cosciente di possedere in sé una grande forza spirituale, era sempre stato un convinto spiritualista e la sua vivida intelligenza gli aveva sempre indicato la verità di ciò a cui si deve credere: il bene. Dio, il Messia. Egli credeva in ciò, ma non amava che se stesso. Credeva in Dio, ma nel fondo dell’anima involontariamente e senza rendersene conto preferiva se stesso a Lui. Credeva nel Bene, ma l’Occhio dell’Eternità, che vede tutto, sapeva che quest’uomo si sarebbe inchinato davanti alla potenza del male, appena appena questa riuscisse a corromperlo, non con l’inganno dei sentimenti e delle basse passioni e nemmeno con la suprema attrattiva del potere, ma solleticando il suo smisurato amor proprio. Del resto questo amor proprio non era ne un istinto incosciente ne una folle pretesa. A parte il suo talento eccezionale, la sua bellezza e la sua nobiltà, anche le altissime dimostrazioni di moderazione, di disinteresse e di attiva beneficenza, parevano giustificare a sufficienza lo sconfinato amor proprio che nutriva per sé il grande spiritualista, l’asceta, il filantropo”.
Edotti sulla figura del filantropo, possiamo tornare al mostro di Bruxelles.
Leopoldo II si impossessò di un vasto e inesplorato territorio costruendosi una reputazione di filantropo, ma riducendo in schiavitù la popolazione locale, saccheggiando le ricchezze del territorio e trasformando il Paese in una sua colonia personale.
Gli orrendi crimini di Leopoldo II sono costate al Congo un tributo di circa dieci milioni di vite umane. Un tragico conteggio che lo pone tra i più miserabili dittatori della storia recente: un disgustoso vizioso indegno di essere annoverato tra i membri dell’umanità.
Nel suo ponderoso saggio: Gli spettri del Congo. La storia di un genocidio dimenticato (Garzanti), lo storico statunitense Adam Hochschild racconta la pianificazione e l’attuazione dello sterminio di massa del popolo congolese.
Gli spettri del Congo è il racconto di un uomo dalla crudeltà megalomane e mostruosa, del regime di terrore che Leopoldo II del Belgio instaurò nell’allora Stato Libero del Congo tra il 1885 e il 1908, ma è anche il ritratto commovente di quanti hanno avuto il coraggio di combatterlo. Porta infatti alla luce le gesta eroiche di missionari, viaggiatori, idealisti diventati testimoni del terribile olocausto: da Edmund Morel, il giovane dipendente di una compagnia di navigazione diventato guida del movimento internazionale di protesta, a George Williams e William Sheppard, i due coraggiosi afroamericani che a rischio di enormi pericoli hanno mostrato al mondo le prove di quanto stava succedendo in quella regione dell’Africa. Con grande forza Adam Hochschild pone nuovamente sotto gli sguardi e le coscienze dell’Occidente una tragedia troppo a lungo dimenticata, che scava alle origini del razzismo e del colonialismo di oggi.
Leopoldo II re dei Belgi, della casata tedesca di Sassonia-Coburgo-Gotha, fu il secondo monarca a governare sul nuovo regno del Belgio, dopo la proclamazione dell’indipendenza ottenuta nel 1830.
Matilde Giunti, nella sua tesi di laurea dal titolo: “La campagna contro le atrocità di Leopoldo II del Belgio nello nello Stato Libero del Congo” (Università per stranieri di Siena, Facoltà di lingua e cultura italianatraccia un ritratto del mostro belga che ne identifica la rete parentale e le tare psicologiche.
“Nato a Bruxelles nel 1835, il re, conosciuto anche con il titolo di Duca di Brabante, vantava una parentela illustre: il nonno materno era Luigi Filippo I, Re di Francia, cugini di primo grado da parte di padre erano i regnanti di Gran Bretagna, la regina Vittoria e il principe consorte Alberto, e, in ultimo, la sorella Carlotta aveva sposato Ferdinando Massimiliano d’Austria, dal 1864 imperatore del Messico”.
Nasce dai qui la sua frenetica impresa di imitare gli illustri parenti e di ricavare alla piccola entità belgica un posto al sole in Africa.
Un frustrato all’opera, in buona sostanza.
Matilde Giunti riferisce anche del “difficile rapporto con la moglie Maria Enrichetta d’Asburgo-Lorena, con la quale, sottolinea Hochschild, «si erano odiati fin dal primo momento», la delusione nel non riuscire ad avere figli maschi che potessero succedergli sul trono, le frequenti controversie con le figlie Luisa, Stefania e Clementina e le varie relazioni adulterine”.
Soggetto evidente da psichiatria e come tale capace di mostrare una doppia personalità (il filantropo e l’assassino seriale), come dimostrano le affermazioni dal re belga pronunciate durante la Conferenza Geografica di Bruxelles del 1876: “Ouvrir à la civilisation la seule partie du globe où elle n’a pas encore pénétré, percer les ténèbres qui enveloppent les populations entières, c’est si j’ose le dire, une croisade digne de ce siècle de progrès. Il s’agit de planter l’étendard de la civilisation sur le sol de l’Afrique centrale et de lutter contre la traite des esclaves.”.
“ Il monarca – scrive opportunamente Matilde Giunti – per raggiungere l’obiettivo scelse inizialmente una via traversa rispetto alla prassi comune, che si rivelò però efficace e funzionale. Decise cioè di costruire una “nuova” immagine di se stesso, modellata ad hoc per essere proposta all’opinione pubblica: quella del filantropo, dell’uomo di cultura ossessionato dalla difesa dei diritti umani e dalla necessità di diffondere il progresso e la civiltà. […]. L’intento di Leopoldo era aggirare il governo belga, camuffando subdolamente la sua volontà di arricchimento con propositi umanitari. Alla luce di come si sono poi svolti i fatti, si può affermare che egli riuscì in pieno in questo obiettivo perché il governo gli lasciò carta bianca su tutto ciò che aveva a che fare con le colonie. Sfortunatamente questa decisione ebbe ripercussioni terribili per la sorte del popolo congolese perché, come approfondiremo in seguito, permise al sovrano di gestire in modo autonomo i propri affari in Africa e nella fattispecie in Congo come un privato cittadino, senza supervisioni né vigilanze da parte di nessuno”.
In questa accezione il serpente che ha due teste sta anche per la coppia infernale filantropo-assassino.
Leopoldo II in un primo momento ci si concentrò sul commercio dell’avorio: gli abitanti dei villaggi, se non volevano essere sterminati, erano costretti a consegnare enormi quantità di zanne di elefante. Poi gli schiavi vennero obbligati a raccogliere il caucciù. Chi non riusciva a garantirne una certa quantità era punito con una violenza disumana: agli uomini venivano tagliate le mani o i piedi, alle donne erano asportati i seni, e non c’era alcuna pietà neanche nei confronti dei bambini. Contro i ribelli si ricorreva a spedizioni punitive, alla distruzione di villaggi, a massacri e torture indicibili.


Una vittima congolese guarda i suoi arti tagliati.
“In questo clima di miseria, abbandono ed ingiustizie continue – riferisce nella sua interessante tesi Matilde Giunti – non si risparmiavano umiliazioni neanche ai morti: il taglio delle mani passò col tempo dall’essere “esclusivamente” una dolorosissima punizione inflitta ai vivi, al diventare una pratica per dimostrare l’avvenuta uccisione degli indigeni. Infatti, poiché secondo gli ordini dei superiori i soldati non dovevano sprecare cartucce a vuoto, ad esempio per la caccia, per ogni africano ucciso dovevano consegnare la prova lampante della loro morte, cioè la mano mutilata. Il rituale dell’amputazione degli arti superiori ai cadaveri veniva praticato da quasi tutti i soldati e gli agenti ed in molti lo concepivano allo stesso modo dell’esibizione di un trofeo”.
La tragedia del popolo congolese, che avvenne sotto gli occhi indifferenti delle case regnanti europee, anch’esse protese a fare affari sulla pelle delle nazioni colonizzate, ha portato, grazie all’opera nefanda del mostro di Bruxelles ad un massacro che viene valutato intorno ai dieci milioni.
L’Encyclopædia Britannica stima una riduzione della popolazione da 20 a 8 milioni.
L’indifferenza delle case regnanti era dovuta non solo a un compiacente lasciar fare, ma anche ad una modalità che le schierava sulla stessa linea di condotta.
Un esempio è lo sterminio degli Herero in Namibia perpetrato dai colonizzatori tedeschi tra il 1904 e il 1907, con la popolazione diminuita 75-80%.
Hochschild riporta testimonianze di uomini che fuggivano dal Congo Belga per recarsi in quello francese sperando di trovare sollievo alle proprie sofferenze e poi ritornavano in patria perché il sistema era addirittura più crudele del primo.
Il serpente ha due teste e quella delle case regnanti europee, protagoniste del colonialismo, è una delle più ributtanti e odiose.
Per quanto riguarda il Belgio, va detto che l’amministrazione coloniale belga, finita solo nel 1960, non trasformò il sistema di sfruttamento di Leopoldo II in maniera radicale. Il passaggio dalla proprietà privata di Leopoldo II allo Stato belga vide quest’ultimo intento a non privarsi della possibilità di guadagnarci a sua volta.
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