
Come sempre è accaduto nella storia, quando il centro (imperiale) s’illanguidisce le periferie si agitano. Oppure, se volete, quando le periferie si agitano il centro soffre e talvolta perisce.
Dal 1991 stiamo vivendo un progressivo avanzamento nella direzione del caos nell’intorno vitale dell’antico Occidente (Europa) ma anche dentro il nuovo centro transatlantico dell’Occidente (Stati Uniti d’America). Nell’ultimo decennio questa tendenza si è molto accelerata. Vediamo perché e qual è la situazione attuale.
I quattro teatri di crisi che ci riguardano da vicino:
- gli Stati Uniti d’America
- l’Europa e l’Unione europea
- il Vicino Oriente e il Mediterraneo orientale
- il fianco orientale della penisola europea, dall’area balcanico-danubiana a Kaliningrad.
Nei primi due – gli Stati Uniti d’America; l’Europa e l’Unione europea – è in crisi il modello interno di organizzazione politico-sociale liberal-democratico e quindi economico ma non quello capitalista. La progressiva e costante ritrazione della partecipazione popolare nell’organizzazione politico-sociale (apatia elettorale e declino dei partiti politici di massa) è stata sospinta dalla depressione economica causata anche da ripetuti massicci piani di austerità che hanno impoverito gli Stati, fatto esplodere i debiti (pubblici e privati), e hanno ridotto i consumi interni favorendo le delocalizzazioni industriali. Si diceva: “There is no alternative – TINA!”. Invece, il modello capitalista, più cosmopolita che mai, sin dagli anni Ottanta ha dettato la linea politico-ideologica liberoscambista e dopo gli anni Novanta si è proiettato sull’insieme del globo propugnando una cultura post-moderna e iper-individualista. Il risultato, ben visibile già nel 1999 e poi esploso dopo il 2008, è una concentrazione di ricchezza, mai avvenuta prima ai livelli attuali, che assume le forme del super-dominio iper-oligarchico. Contemporaneamente, la liberal-democrazia non ha resistito alla trasformazione dei cittadini-elettori in consumatori-debitori e degli eletti nei Parlamenti legislatori in lobbisti di secondo e terzo livello proni a ratificare le decretazioni governative e recepire acriticamente i desiderata dei nuovi oligarchi. In pratica, la formula dello Stato sociale di mercato (welfare state), cioè dell’incentivo socioeconomico per l’adesione volontaristica ai principi e ai valori degli Stati liberal-democratici, è stata sostituita dalla regolamentazione della sottomissione al modello debitore/creditore. In epoca clintoniana c’era la nota formula: “It’s the economy, stupid!”. Il cittadino non è più soggetto (politico) ma è un’unità di calcolo binario (debito/credito-consumo). Una rivoluzione iniziata dai primi anni Ottanta ed esplosa dopo il 2008. Il suo nome è Neoliberalismo e il suo meccanismo esecutivo è il Neoconservatorismo americano, da un lato, e le Socialdemocrazie-Neoliberiste europee, dall’altro. L’Europa e l’Unione europea post-Maastricht sono figlie di questo processo perverso. Le masse che nel sangue emersero a soggetto politico nel XIX secolo non esistono più, ma anche le élite che si rivoltarono nei primi decenni del XX secolo (borghesia), dopo aver tradito la democrazia, ne sono state travolte. Oggi, restano i pochissimi padroni degli algoritmi che gestiscono senza compromessi il novello tutto unico collegato in un quadro di egemonia oligarchica post occidentale in una matrice universale. Non è un caso che persino la geopolitica della Chiesa guidata da Francesco consideri ormai persa l’America del Nord (calvinista e protestante) ed è indifferente all’Europa sempre più arida spiritualmente. Le nomine cardinalizie lo testimoniano!
Venendo alle crisi attuali, a breve gli Stati Uniti d’America dovranno eleggere un nuovo presidente. Il voto popolare del 4 novembre mostrerà una spaccatura insanabile dell’elettorato. A prescindere da chi verrà effettivamente prescelto, il clima è da guerra civile con i due campi contrapposti e pronti a ribellarsi contro il risultato elettorale, oltre a presentare valanghe di ricorsi. Chiunque sarà dichiarato vincitore avrà pochi margini di manovra legislativa e di budget. Augurandoci che non esploda la violenza, si tratterà di una presidenza di transizione che dovrà portare ad un superamento del “sistema” (democrazia oligarchica) sostanzialmente invariato da due secoli. Gli Stati Uniti d’America resteranno una grande economia, il dollaro e il suo modello egemonico difficilmente potranno essere sostituiti nel breve periodo, ma la credibilità egemonica mondiale sarà sostanzialmente ridimensionata. Ciò sarà così se nel frattempo l’Europa e l’Unione europea non tracollerà, e se le due crisi militari locali/regionali in corso non degenereranno in un conflitto mondiale. In un tale scenario anche la potenza degli Stati Uniti d’America ne sarà coinvolta e probabilmente travolta.
L’Europa e l’Unione europea a breve dovranno eleggere una nuova Commissione europea. La situazione è molto grave. Gli Stati che compongono “l’Europa” e che sono divenuti membri dell’Unione europea hanno perso la loro principale caratteristica acquisita nel 1945: vassalli degli Stati Uniti d’America nel quadro strategico del Patto Atlantico. La degradazione del vassallaggio a irrilevanza ha avuto come prima conseguenza il tracollo dei partiti politici e delle classi dirigenti che nei decenni di vassallaggio avevano comunque potuto gestire situazioni con ridotti ma utili ed efficaci margini di manovra. Situazione platealmente esplosa negli anni Novanta e seguita negli ultimi due decenni da movimenti e leader populisti. Nessuno dei grandi Stati d’Europa ha più alcuna rilevanza autonoma, e neppure nel quadro dell’Unione europea o in quello transatlantico. Nessuno di questi Stati o le loro organizzazioni sovranazionali è stato capace di gestire in modo perlomeno utilitaristico le guerre civili nei/attorno ai suoi confini: Balcani occidentali (1991-95-oggi latente), spazio russo, Georgia e Ucraina (2008- in corso), spazio arabo-israeliano nel Vicino Oriente (in particolare dal 1982 ad oggi – in corso). L’Unione europea oggi semplicemente non esiste e il suo corrispettivo strategico, la NATO, è disertata dagli USA che preferiscono agire al di fuori dell’Alleanza attraverso accordi bilaterali o coalizioni ad hoc. Il conferimento a Ursula von der Leyen di un mandato a costituire nuovamente una Commissione europea ne è la drammatica rappresentazione. Con la crescente polarizzazione sociale e politica degli Stati membri e degli eletti al Parlamento europeo il futuro dell’UE è segnato. Emblematico è stato il suicidio britannico con una pesante perdita di influenza esterna, quello francese che ha subito la cacciata dalla “sua” Africa, e quello tedesco che ha subito le sanzioni apparentemente antirusse oltre che la “distruzione” del gasdotto Nord Stream. Tre grandi Stati d’Europa che scivolano concretamente verso l’ingovernabilità e il consolidamento dei populismi di estrema destra. Più che sul piano politico e strategico, la gravità della situazione dell’Europa e dell’Unione europea si misura nell’irrilevanza culturale. Una situazione di egemonia culturale mondiale durata almeno Cinque secoli che è semplicemente evaporata in tre decenni. Un’egemonia culturale che non può essere certo sostituibile dalle scialbe tecno-burocrazie europee.
Nel terzo teatro di crisi – Vicino Oriente e Mediterraneo orientale – l’influenza plurisecolare dell’Europa è stata innegabile. Oggi è inesistente. Con un’Europa ignorata, anzi sgradita, gli equilibri di potere stabiliti dagli europei franco-britannici nel 1916 (Sykes-Picot), seguiti da quelli americani del 1945 (Quincy), nel cui ambito allargato all’URSS fu costituito lo Stato di Israele (1948), non esistono più. Lo sanno bene lo Stato ebraico di Israele (2018-modifica della legge fondamentale), e gli Stati post-imperiali, quello trans-continentale della Repubblica di Turchia (1923) e quello della Repubblica Islamica d’Iran (1979), ma anche l’Iraq, la Siria, l’Egitto, e vari movimenti etnici e religiosi che reclamano la propria identità (armi in pugno). Nella narrazione occidentale (americana) il grande assente è lo Stato successore dell’URSS, la Federazione Russa che invece è più presente che mai sul piano politico e militare. Nella stessa narrazione, vengono quasi occultate altre due presenze alternative, nonostante la comune appartenenza ai BRICS: la Cina che da Tre decenni ha un’influenza diretta economico-politica sempre più significativa, e l’India che ha celebrato con enfasi il centenario delle battaglie di Jaffa e Haifa (1917-città portuali oggi dominate dalla Cina, già palestinesi e oggi israeliane). È in questo quadro che Israele ha deciso di riconfigurare con le armi l’equilibrio di potere nel Vicino Oriente e Mediterraneo orientale, in reazione alla barbara aggressione terrorista dei movimenti palestinesi di Gaza (7 ottobre 2023). La vera contesa di Israele non è con i Palestinesi o gli sciiti Hezbollah del Libano, obiettivi evidentemente locali e più deboli, ma con i due ex-imperi, cioè la Turchia e l’Iran. Nonostante le pesanti frizioni con la Turchia, finora Israele ha evitato ogni rappresaglia “ufficiale” sul suolo turco. Non è così con l’Iran. I due Stati si sono scambiati attacchi missilistici, cibernetici ed esecuzioni killer senza finora travalicare i limiti impostigli (o mediati) dagli Stati Uniti d’America e, meno visibilmente, dalla Russia. Israele è uno Stato nucleare non controllato (non è firmatario del Trattato di non proliferazione, accreditato di possedere più di 200 bombe), e l’Iran, dopo il ritiro americano dall’accordo sul nucleare JCPOA (2018), ha continuato ad arricchire l’uranio con l’occhiuta collaborazione della Russia che tendenzialmente vuole evitare un Iran Stato nucleare. I Sette fronti di guerra aperti di Israele oggi difficilmente saranno chiusi nel prossimo futuro. L’esito delle elezioni americane è cruciale. Una vittoria di Trump darebbe ulteriore sostegno a Israele, ma un’eventuale vittoria della Harris non avrebbe concrete possibilità di deterrenza (come Biden). Il pericolo che le guerre di Israele trascendano i confini locali (Gaza, Cisgiordania, Libano/Hezbollah) e regionali controllati (Iran e Yemen/Houti) è molto alto. Basta un errore di troppo! Comunque sarà, Israele non sarà più lo Stato che fu creato nel 1948 (già mezzo milione di ebrei ha lasciato il paese) e il Vicino Oriente, ma anche il Mediterraneo orientale, subiranno concrete e pesanti riconfigurazioni (regimi e confini a rischio). Per ora, oltre ai Palestinesi evidentemente abbandonati al loro destino dagli europei e dai Paesi arabi, sono le comunità cristiane d’Oriente che subiscono un tradimento indegno da parte della Chiesa romana.
Nel quarto teatro di crisi – fianco orientale della penisola europea, dall’area balcanico-danubiana a Kaliningrad – una sottile linea rossa collega la Georgia ai Balcani occidentali, all’Ucraina, fino a Kaliningrad. Si tratta di una lunga area geografica che nei colloqui Reagan-Gorbacev doveva restare “neutrale”, ovvero, dopo la fine programmata e gestita dell’URSS nessuno di quei Paesi avrebbe dovuto far parte dell’Unione europea o della NATO. Accordi orali, certo, ma mai smentiti. Così non è stato. Infatti, l’Unione europea oggi si affaccia direttamente sui confini della Russia, e la NATO ha fatto altrettanto. Mentre tra il 1998 e il 2002 l’UE e la NATO invitavano la Russia (Putin) a unirsi all’Occidente, tutto è franato nel 2008 con il drammatico vertice NATO di Bucarest (Romania) del 2008, i successivi allargamenti UE e l’inizio della guerra civile in Ucraina. Ciliegina finale, è stato l’intervento militare franco-inglese, ahimè sostenuto anche dall’Italia, con il supporto aereo americano che nel 2011 ha annientato il regime libico (emanazione italiana/ENI) uccidendo Gheddafi e diffondendo sui media le barbare immagini. Per esigenze di spazio non possiamo qui entrare nei dettagli. Vale la pena citare il francese Emmanuel Todd: “Sarebbe ora di ammettere che il tentativo occidentale di isolare la Russia è clamorosamente fallito e di sedersi attorno ad un tavolo per negoziare. Ma l’Occidente non lo farà”. Se la previsione, purtroppo credibile di Todd, si avvererà, il destino europeo è segnato senza alcuna possibilità di recupero.





