
di Carlo Di Stanislao
“Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il nostro prodotto nazionale lordo, ora, è di oltre 800 miliardi di dollari l’anno, ma tale prodotto nazionale lordo – se giudichiamo gli Stati Uniti d’America in base ad esso- conta anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana…”
Robert Kennedy, 1968
Valutare il benessere di una nazione con il Pil è una illusione.
Questo perché il Pil misura tutto ciò che viene prodotto: cose buone e cose cattive senza fare alcuna differenza. Macchine che inquinano, armi che uccidono, bottiglie di alcool che creano dipendenza. Più ce n’è, meglio è. Basta aggiungere cose, non importa quali, per far sembrare le nostre economie migliori. Il Pil misura efficacemente la quantità ma malissimo la qualità. È utilissimo per calcolare la produzione di materiale, ma è pessimo per misurare i servizi che ora rappresentano oltre il 70% della produzione economica dei Paesi più avanzati. La verità è che dovremmo trattare i Paesi come un’azienda e invece ci facciamo fregare da un +1 o -1%.
David Pilling, editorialista economico del Financial Times smonta tutti i falsi miti sul prodotto interno lordo ne “L’illusione della crescita” (Il Saggiatore): «Compatta tutto in un unico numero grande facile da capire, ma è contraddittorio. Esistono almeno altre quattro misurazioni alternative»
Il concetto di Prodotto Interno Lordo (PIL) si è perfezionato nel tempo, e gradualmente non solo è diventato l’unità di misura della ricchezza prodotta in un Paese, ma si è anche andato a guadagnare una posizione di preminenza nell’esprimere e simboleggiare il benessere di una collettività nazionale.
In conseguenza della crisi economica del 1929, l’allora presidente degli Stati Uniti d’America Franklin Roosvelt, si rivolse al Dipartimento per il Commercio per l’elaborazione di un mezzo di misurazione standardizzato, che consentisse di verificare in maniera costante le condizioni economiche generali del Paese. Fu così elaborato il PIL, alla cui determinazione contribuì in modo significativo l’economista Simon Kuznet (premio Nobel per l’economia nel 1971).
Nel corso della storia sono stati apportati numerosi aggiustamenti nel modo di calcolare il PIL, che ad oggi viene definito come: “il valore totale dei beni e servizi prodotti in un Paese da parte di operatori economici residenti e non residenti nel corso di un anno, e destinati al consumo dell’acquirente finale, agli investimenti privati e pubblici, alle esportazioni nette (esportazioni totali meno importazioni totali). Non viene quindi conteggiata la produzione destinata ai consumi intermedi di beni e servizi consumati e trasformati nel processo produttivo per ottenere nuovi beni e servizi.”
Ma i limiti dell’utilizzo del Pil come indicatore non solo economico, ma anche di benessere di una collettività in un paese sono insiti proprio nella sua definizione, infatti:
ll Pil tiene conto solamente delle transazioni in denaro, e trascura tutte quelle a titolo gratuito: restano quindi escluse le prestazioni nell’ambito familiare, quelle attuate dal volontariato (si pensi al valore economico del non-profit) ecc. Il rischio di utilizzare il PIL per valutare l’economia si può vedere meglio proprio nei paesi cosiddetti “in via di sviluppo” (termine che già di per sé è definito principalmente attraverso il PIL). In questi paesi molta della produzione avviene all’interno di un’economia di tipo famigliare ed è quindi al di fuori della comprensione del PIL. Una strategia di sviluppo basata sulla crescita del PIL può minare questa economia familiare e quindi diminuire il benessere della popolazione.
Il PIL non fornisce una misura della distribuzione del reddito all’interno della società, quindi non indica il livello di equità all’interno del paese. In letteratura è ampiamente riportato come il livello di disparità di reddito in una società sia fortemente correlato con una serie di outcomes di salute e sociali come l’aspettativa di vita, i tassi di mortalità, l’obesità, le gravidanze in età adolescenziale, la prevalenza di patologie psichiatriche, il tasso di omicidi e di violenza, la qualità delle relazioni sociali, le performance scolastiche e la mobilità sociale3. Stati con PIL simile possono avere differenze notevoli in termini di distribuzione del reddito e quindi differenze enormi anche in termini di benessere.
Il PIL tratta tutte le transazioni come positive, cosicché entrano a farne parte, ad esempio, i danni provocati dai crimini (riciclaggio di denaro), dall’inquinamento, dalle catastrofi naturali. In questo modo il PIL non fa distinzione tra le attività che contribuiscono al benesseree quelle che lo diminuiscono: persino morire,
Il PIL non attribuisce i profitti di una multinazionale allo stato dove questa ha sede (dove i profitti al finale tornano) ma li attribuisce allo stato dove la fabbrica o attività è locata. Questo nasconde un fatto fondamentale: le Nazioni del “Nord” prendono le risorse dei paesi del Sud e lo chiamano un guadagno per il Sud.
Concetti brillantemente riassunti dal sociologo e filosofo Zygmunt Bauman che denunciando “un potere, quello finanziario, totalmente fuori controllo”, descriveva così l’assurdità della situazione: “Se lei fa un incidente in macchina l’economia ci guadagna. I medici lavorano. I fornitori di medicinali incassano e così il suo meccanico. Se lei invece entra nel cortile del vicino e gli dà una mano a tagliare la siepe compie un gesto antipatriottico perché il PIL non cresce. Questo è il tipo di economia che abbiamo rilanciato all’infinito. Se un bene passa da una mano all’altra senza scambio di denaro è uno scandalo. [..] C’è una crisi di valori fondamentali. L’unica cosa che conta è la crescita del PIL. E quando il mercato si ferma la società si blocca”.
Nel 2008 i premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen hanno coordinato la ricerca che prende appunto il loro nome, insieme a quello dell’economista Jean-Paul Fitoussi, titolare di molte cariche pubbliche in Francia e all’estero. Il voluminoso studio – trecento pagine – prova che il Pil non è affatto un buon indicatore del vero benessere di una nazione.
Esempi di ora: negli Usa il Pil cresce e il benessere decresce a vista d’occhio.
E ancora: il nostro governo gongola per un aumento decimale del Pil, mentre l”ISTAT certifica che in Italia il numero dei poveri è salito alla drammatica cifra di 7,5 milioni di individui.
La produzione è in calo vertiginoso da 18 mesi e vi è anche di peggio nel tessuto sociale.
C’è un tacito accordo, un gioco delle parti tra Gen Z e Boomer, una segreta connivenza dove gli uni ripuliscono la coscienza agli altri, in un conflitto edipico perennemente pacificato, un parricidio sempre rimandato nel Paese dove i vecchi non muoiono e i giovani malgrado Millennial e Gen Z si lamentino del contrario, sono mediaticamente sovraesposti: sui social, in televisione (da Sanremo a Xfactor), e tutti i grandi brand devono allinearsi, almeno comunicativamente, ai «valori» delle nuove generazioni per non subire shitstorm e fenomeni di boicottaggio.
Ma sopratutto giovani che non sanno ribellarsi, poiché «la disobbedienza – come scriveva Calvino – acquista un senso solo quando diventa una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui si ribella” .
Altro che Pil, il problema riguarda una nazione in cui i giovani non hanno fantasia nelle loro pretese:
il posto fisso, la casa assicurata a vent’anni, l’istruzione accessibile ma con riserve sulla meritocrazia: praticamente lo stesso programma politico di Checco Zalone. Micro-concessioni, assistenzialismo, paghetta obbligatoria, reddito di giovinezza, sesso automatizzato.
I giovani che si riconoscono in questa categoria sintetica, sintetizzata in laboratorio, eleggendo le istituzioni dei vecchi a loro interlocutori (Ghali si dice contento di essere diventato l’idolo delle mamme), utilizzando il loro stesso linguaggio burocratico, muovendo la loro ribellione nel perimetro che esse concedono, sono una forza costituente, anzi ricostituente di uno Stato in carenza vitaminica, sono lo Stato di domani.
Questo ahimè conta, non il Pil.





