
di Sergio Restelli
La crisi energetica, la gestione inadeguata della transizione verde e l’atteggiamento conflittuale verso potenze come la Russia e la Cina stanno mettendo in pericolo il modello economico tedesco, fondato su una forte base industriale e su un approccio pragmatico alle relazioni internazionali. È necessario ripensare queste politiche per evitare che la Germania subisca un declino economico irreversibile.
Ci opponiamo fermamente alla crescente militarizzazione della politica estera tedesca, che sta portando a un’escalation dei conflitti verso una possibile guerra. Il nostro obiettivo è promuovere un nuovo ordine di sicurezza europeo, che, nel lungo termine, includa anche la Russia. La pace e la stabilità in Europa non possono essere garantite se si continua a mantenere un conflitto con la Russia, una potenza nucleare, senza cercare alternative diplomatiche. Riteniamo inoltre che l’Europa debba evitare di farsi trascinare in una competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina, mantenendo invece una politica estera basata su partenariati commerciali ed energetici diversificati. Per quanto riguarda l’Ucraina, chiediamo con urgenza un cessate il fuoco e l’avvio di negoziati di pace per fermare il conflitto in corso.
L’economia tedesca, d’altro canto, sta attraversando una crisi profonda e complessa, caratterizzata da una serie di fattori convergenti. L’impennata dei costi energetici, causata dalla guerra in Ucraina e dal blocco delle forniture di gas russo, ha avuto un impatto devastante sull’economia. A questo si aggiungono la crescente inflazione, l’aumento dei tassi d’interesse e la diminuzione dei salari reali, aggravati da un’austerità fiscale imposta dal freno costituzionale al debito, mentre altrove, come negli Stati Uniti, si punta a politiche fiscali espansive. La transizione verde, necessaria ma impegnativa, mette sotto pressione settori chiave come l’industria automobilistica, l’acciaio e la chimica. Inoltre, la trasformazione della Cina, da partner commerciale essenziale a potenziale concorrente in settori strategici come i veicoli elettrici, aggrava ulteriormente la situazione.
Le regioni industriali tedesche, cuore pulsante dell’economia del paese, stanno soffrendo in modo particolare. Aree come la Grande Monaco, il Baden-Württemberg, il Reno-Neckar e la Ruhr, un tempo simbolo del successo industriale, stanno ora affrontando gravi difficoltà. Durante la pandemia, il settore dei servizi e del commercio al dettaglio era stato particolarmente colpito, ma ora è il comparto industriale, e in particolare le imprese del Mittelstand, a subire il peso maggiore della crisi. Nel 2022 e 2023, le industrie ad alta intensità energetica hanno visto un calo della produzione del 25%, una cifra senza precedenti. Il rischio di licenziamenti di massa è ormai concreto, minacciando la stabilità economica e sociale di queste regioni.
Il Mittelstand, la spina dorsale dell’economia tedesca, è costituito da piccole e medie imprese a conduzione familiare, spesso specializzate in settori come l’ingegneria e la produzione di macchine utensili. Queste aziende non sono quotate in borsa e sono radicate nelle loro comunità locali, con una cultura aziendale che guarda al lungo termine e si preoccupa del benessere dei propri dipendenti. Tuttavia, l’attuale crisi energetica e le politiche governative stanno mettendo a dura prova queste imprese, e il rischio è che molti posti di lavoro ben retribuiti nel settore manifatturiero vadano persi, con conseguenze devastanti per l’economia locale e nazionale.
Il declino del Mittelstand è il risultato di scelte politiche sbagliate adottate nel corso degli ultimi decenni. Il governo di Gerhard Schröder, all’inizio degli anni 2000, ha avviato un processo di liberalizzazione che ha spezzato il vecchio modello bancario tedesco, in cui le banche locali detenevano blocchi di azioni di società locali. Questo sistema proteggeva le imprese tedesche dalle pressioni degli investitori internazionali e dagli hedge fund, che puntano a massimizzare i rendimenti a breve termine. Le politiche neoliberiste, invece, hanno favorito il capitale globale, esponendo il Mittelstand a maggiori rischi e rendendolo più vulnerabile.
Nonostante il Mittelstand presenti alcune criticità, come il possibile sfruttamento dei lavoratori in alcune aziende, la sua cultura aziendale resta diversa rispetto alle grandi società quotate in borsa. La distruzione di questo tessuto industriale sarebbe un errore politico grave, poiché molte delle attuali difficoltà economiche della Germania derivano da decisioni politiche errate. La guerra con la Russia, la gestione della transizione energetica e l’atteggiamento ostile verso la Cina sono tutte scelte che stanno andando contro gli interessi economici della Germania.
In particolare, l’aumento dei costi energetici è una conseguenza diretta della guerra in Ucraina. L’invasione russa, sebbene spesso attribuita al nazionalismo revanscista di Mosca, poteva forse essere evitata attraverso una diplomazia più incisiva. L’espansione della NATO e dell’UE verso l’Ucraina senza un accordo di sicurezza condiviso con la Russia ha contribuito a inasprire le tensioni. Quando l’amministrazione Biden ha rifiutato di discutere il futuro status dell’Ucraina nel 2021-22, si è aperta la strada a un confronto che avrebbe potuto essere prevenuto con mezzi diversi dalle armi.
In sintesi, le scelte politiche adottate in questi anni stanno avendo conseguenze profonde sull’economia e sulla società tedesca. La crisi energetica, la gestione inadeguata della transizione verde e l’atteggiamento conflittuale verso potenze come la Russia e la Cina stanno mettendo in pericolo il modello economico tedesco, fondato su una forte base industriale e su un approccio pragmatico alle relazioni internazionali. È necessario ripensare queste politiche per evitare che la Germania subisca un declino economico irreversibile.





