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CONTROCORRENTE

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di Carlo Di Stanislao

Quando tutti vanno in una direzione chiediti se è quella giusta”
Hu Lie
 
Il conflitto fra Israele e Palestina mette bene in luce la disparità di vedute in corso. Una vasta maggioranza globale giudica criminale e immorale l’attuale comportamento dello stato israeliano, anche quando condanna passate azioni di Hamas. Basta leggere la stampa non occidentale, o contare i voti all’assemblea delle Nazioni Uniti, dove le condanne per Israele sono continue, e non diventano politica ufficiale dell’ONU solo perché gli Stati Uniti, in barba alla democrazia, pongono  continuamente il veto. La Corte internazionale di Giustizia ha messo in questione Israele, riconoscendo che c’è un caso possibile di genocidio in corso. Il sostegno occidentale all’aggressione israeliana a Gaza è oggi in una posizione che viola legalità e democrazia. I media e politici occidentali difendono una curiosa narrazione in cui chiamano “comunità internazionale” il piccolo gruppo formato da America, Europa, Canada, Australia e Giappone, ignorando tutto il resto, comprese grandi democrazie come India e Brasile. I leader dei paesi occidentali si comportano come ai tempi del colonialismo e del dominio europeo globale. O non si rendono conto, o fingono di non rendersi conto, del fatto che l’Occidente ormai è non solo una minoranza demografica (come è sempre stato) ma anche economica. Un esempio stupefacente di questa cecità sono le dichiarazioni fatte ai tempi delle sanzioni alla Russia, due anni fa:  tutti i leader Occidentali, Mario Draghi in testa, ci hanno assicurato che le sanzioni avrebbero schiacciato l’economia Russia. Nei giorni scorsi sono uscite le previsioni di crescita del FMI, e la Russia è data in crescita al 2,6%, mentre la Germania è in decrescita. Le sanzioni, in altre parole, hanno schiacciato un’economia, ma quella tedesca, non quella russa. Possibile che i nostri politici fossero così ciechi? L’interpretazione buona è che siano stati e siano ancora ciechi. L’interpretazione cattiva è che non guardino lontano e pensino al loro tornaconto immediato.
 
Da circa settant’anni tutte le guerre vedono come protagonista gli Stati Uniti e/o i suoi partner occidentali. Nell’articolo “Tianxia. Sotto un unico cielo” scritto da Carlo Rovelli per «La Lettura» del Corriere della Sera il 4 settembre 2022,  egli sostiene che: “l’Occidente deve decidere se essere pronto a scatenare l’inferno per mantenere il predominio, oppure ripensare al pianeta in termini di collaborazione, invece che di competizione, polarizzazione, «avversari strategici», «contenimento» degli avversari, malvagi «autocrati», «decoupling» delle economie.” 
 
Per questo serve una logica in cui si riconosca il valore della collaborazione rispetto alla competizione. Il neo-liberalismo, che ha sempre più eroso la componente socialista nelle società occidentali, è basato sull’assunzione opposta: competizione e conflitto anziché collaborazione. Il risultato del neo-liberismo è stata la concentrazione attuale della ricchezza, che nelle nostre società non si vedeva dal medioevo, e quindi una disparità sociale sempre più marcata. Penso che la battaglia culturale sia la stessa: costruire una società equa ed evitare la catastrofe della Terza Guerra Mondiale che si avvicina e cercare di ribaltare questa logica della sopraffazione. In fondo la Prima Guerra Mondiale, e la sua appendice, la devastante Seconda Guerra Mondiale, hanno avuto come cause maggiori proprio la feroce reazione contro i grandi sogni di socialismo e di comunismo.
 
Per quanto riguarda il nostro Paese, i politici italiani in grande parte vedono l’Italia come un feudo di Washington. Pensano che se non si inchinano al volere dell’Impero, non possono avere spazio.  Il governo attuale è arrivato al potere facendo propaganda elettorale sull’idea di un’Italia con più indipendenza, e poi appena arrivato al potere si è steso a zerbino sotto l’America più di quanto l’Italia abbia mai fatto in passato. 
 
Per i media, penso che sia lo stesso. Ognuno pensa a fare contento i politici di turno, o l’opposizione di turno, se no pensa che non farà carriera. Pochi hanno il coraggio di guardare al bene comune, di guardare un po’ più lontano. Io non mi considero più acuto o intelligente degli altri, ma sono nella posizione privilegiata di poter dire interamente quello che penso, almeno fino a qui.  A tutto questo si aggiunge un’altra cosa: l’Italia produce e vende armi, guadagnando soldi. Produrre armi è estremamente lucrativo, perché si vendono agli amici al governo, facendo i prezzi che si vuole. In cambio, l’industria delle armi foraggia la politica. Tutto questo sul sangue di centinaia di migliaia di esseri umani, e giocando con il fuoco (letteralmente) per il nostro futuro.
 
La politica, anche la politica migliore, è compromesso, perché è l’arte di vivere insieme nonostante vorremmo cose diverse. Ma se un partito va in una direzione che credo sia devastante, penso che faccio male a sostenerlo. Purtroppo però le disuguaglianze aumentano in virtù di un sistema economico, quello neoliberista, che sopravvive solo grazie alla sempre maggiore concentrazione di capitali.  Alcuni sostengono che il liberismo è vera libertà perché tutti possono esprimere la propria opinione.
 
Orbene lo ha spiegato Marcuse molto chiaramente, anni fa. Il potere ha imparato che il dominio è più facile lasciando parlare tutti invece che cercando di zittire chi non è d’accordo. Le voci del dissenso si perdono in una cacofonia di espressioni diversissime, e le voci che emergono sono quelle di chi ha i soldi per controllare i media mainstream.  La rete non ha diminuito questo fenomeno, lo ha aumentato. Una piccola rivista di dissenso ai tempi di Stalin era infinitamente più efficace di mille riviste di dissenso in America o nell’Occidente di  oggi.
 
Assange era stato bravissimo. Il motivo per cui il potere si accanisce così ferocemente contro di lui non è stato per quello che ha detto e fatto, ma per l’abilità in cui è arrivato a catturare l’attenzione globale. Ce ne fossero altri come lui il mondo sarebbe migliore.
 
Bisogna distinguere la limitazione della libertà di pensiero dalla potenza della propaganda. Il fascismo di Mussolini ha aggiunto al primo metodo, che esisteva da sempre,  il secondo. Oggi il potere ha capito che basta il secondo. Le società occidentali lasciano completa libertà di pensiero.  Ma questo non impedisce che le élite controllino la piazza pubblica. Non è vero che basta dire una cosa vera per convincere. La convinzione si forma in altri modi. Ha più potere di convinzione il semplice fatto di aggiungere “brutale” ogni volta che si parli dell’attacco russo all’Ucraina, e non usare mai l’aggettivo “brutale” per gli attacchi condotti dagli Americani, che non mille considerazioni intelligenti e articolate.
 
In Occidente siamo tutti troppo grassi e satolli per avere il coraggio di sognare un mondo migliore. Spero di più nel resto del mondo. Lula in Brasile qualche passo interessante lo ha fatto. La Cina ha sollevato mezzo miliardo di persone dalla povertà estrema in 40 anni. Ha portato l’analfabetismo dal 96% allo 0.01% in trent’anni. Ha creato benessere diffuso a una rapidità mai vista prima. Ci è riuscita perché è guidata da un partito comunista che pone radicalmente l’interesse comune al di sopra dei privilegi singoli. 
Per questo una parte del capitalismo occidentale la odia. Non è perfetta, tutt’altro, ma è decisamente meglio di quanto abbiamo qui. Dalla fine della guerra mondiale la Cina è sempre stata in pace, con la sola esclusione di una breve apparizione in Corea, durante l’invasione americana, e un paio di settimane in Vietnam, peraltro ritirandosi subito da entrambi i conflitti. Mentre i governi occidentali hanno scatenato un guerra dopo l’altra pressoché ininterrottamente, evidentemente per assicurarsi un dominio sul pianeta. Quello che è surreale è che i nostri media chiamano la Cina, che non fa guerre da decenni, “aggressiva”.  Mentre le portaerei americane, con i cannoni ancora caldi e le pile di cadaveri che hanno sparso nel mondo, sfilano davanti alle nostre coste.
 
Penso, perché lo spero, che prima o poi l’Occidente si renda conto che il suo proprio interesse è cambiare strategia. Se solo accettasse un po’ più di democrazia, invece di predicarla per poi agire sempre unilateralmente e rapacemente, forse potremmo evitare la catastrofe.
 
A qualche settimana dalla presentazione del suo rapporto sul futuro della competitività europea, l’ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi si è detto favorevole a perseguire specifiche cooperazioni rafforzate nei settori nei quali l’integrazione latita. Appoggiando nei fatti la posizione francese, l’economista ha citato espressamente l’unione dei mercati dei capitali, strumento ormai ritenuto prioritario per raccogliere denaro fresco.
Capitale e capitalismo ancora e con il turbo, anche se crea disuguaglianze di ogni genere e allontana dalla democrazia.
E questo sembra essere il meglio della intellighentia europea, tanto che la Meloni lo convoca sperando possa sostenere un ruolo di peso per Fitto nella UE.
 
Tornando all’Italia quando si sentiva parlare Fausto Bertinotti, con quell’affabulazione dotta, declinata con la sua aristocratica erre moscia, sembrava che avesse sempre ragione lui. Salvo poi, per esempio, far cadere il governo Prodi e chiudere anzitempo una stagione della sinistra che avrebbe avuto ancora molte cose da dire e da fare.
Non che amassi Prodi ma, insomma, vediamo cosa è accaduto poi.
 
’”Cè un Paese lontano dalla politica perché la politica è lontana dalla vita” ha detto all’ Espresso di recente Nichi Vendola,  uno che la politica la mastica e la sa fare.
La forbice tra il Paese reale e la politica si allarga ogni giorno di più perché la politica non sa dare risposte alla gente. Una volta, quando c’erano i partiti di massa e non quelli personali come adesso, la colla era l’ideologia che nasceva dall’idealismo e dal movimentismo del tardo Ottocento e del primo Novecento, forgiati nell’inferno delle due guerre mondiali e del fascismo. Finito il tempo dell’ideologia è arrivato faticosamente quello del benessere che sembrava rendere tutto più facile.
 
È passato invece il ciclone dei mercati globali che ha spazzato via un sacco di certezze. La classe media è sparita, inghiottita dalla crisi immobiliare e finanziaria, sono nati i nuovi poveri, figli del lavoro malpagato o che non c’è, la tecnologia ha spaccato il mondo del lavoro tra nuove occupazioni e fine delle vecchie.
Chi non ha saputo adeguarsi è stato travolto. «Qual è la tua idea del mondo?», si chiede ancora Vendola per concludere che «la politica è innanzitutto rispondere a questa domanda». Vero.
 
O almeno è vero se si pensa alla Politica con la P maiuscola, ma se la politica diventa populismo, familismo,  assistenzialismo sterile, la P si affloscia e diventa politica di bottega, una lotta per la sopravvivenza soprattutto dei capi-partito che non hanno più niente da dire ma devono solo sfamare una pletora crescente di cortigiani. E la gente? Si fa finta di ascoltarla. Tanto per lei parlano i social. E i social, si sa, si orientano come si vuole.
 
Due visioni apparentemente diverse e anche due toni, due stili, due modi di occupare il palco diversi. Il primo e forse unico duello televisivo tra Kamala Harris e Donald Trump ha messo a confronto due mondi in apparenza opposti, in un’ora e mezzo di scontro, che però non è mai degradato perché in fondo l”America resta sempre uguale a se stessa e Democratici o Repubblicani non si differenziano molto sulle questioni pratiche e centrali e sopratutto sull’idea di come si domina il mondo.
Negli studi ABC di Philadelphia i candidati alle Presidenziali 2024 non si sono  risparmiati colpi bassi nell’apprendere dibattito  cruciale per il voto del prossimo 5 novembre.
Ma è tutto falso, tutto preparato,  tutto fatto solo di apparenza, poiché nella sostanza nulla né cambia né deve cambiare. 
 
I messaggi finali sono stati sul solco dei comizi: Harris ha ricordato il suo impegno per la classe media, Trump le ha contestato di non aver fatto niente per tre anni e mezzo. Per la prima volta la campagna elettorale ha finito per oscurare un evento che, negli anni, ha sempre rappresentato un momento di unione: l’11 settembre, i ventitré anni dall’attacco terroristico agli Stati Uniti. È mancato un riferimento nel messaggio conclusivo da parte di entrambi. Quando è finito il dibattito, ognuno è andato via, voltando le spalle all’altro. Stavolta, niente stretta di mano, che è però tornata il giorno dopo per “Ground Zero”
I duellanti debbono duellare e far credere che il duello sia vero, sicché sguardi torvi e cattivi. 
 
Invece, talvolta,  il vero sembra finizione, racconto, narrazione. 
 
Riguardo al caso Sangiuliano-Boccia, in molti hanno accostato la vicenda al cinema: chi alla commedia all’italiana, chi alla commedia sexy, sopratutto quella pecoreccia. 
In effetti, non c’è dubbio che la storia, i suoi risvolti, i suoi protagonisti, si siano sin da subito evidenziati come buffi e farseschi, e continuano a esserlo: le ultime notizie riportano che l’ex ministro Sangiuliano e sua moglie Corsini si sono ritirati in un eremo francescano per recuperare il matrimonio.
 
La commedia all’italiana nasceva per “castigare ridendo” i costumi nazionali e  ha finito con il diventare un modello a cui ispirarsi, un’educazione sentimentale. Il ridicolo come stile di vita. In Italia ogni giorno assistiamo alla magia al centro de “La Rosa Purpurea del Cairo” di Woody Allen: sembra di vedere i protagonisti della nostra commedia uscire dagli schermi e aggirarsi per il mondo reale, alcuni persino arrivando al ministero – o a ricattarlo.
 
Siccome io però continuo e continuerò sempre a credere al primato della fantasia sulla realtà, esigo che il cinema italiano faccia uno scatto d’orgoglio e porti sul grande schermo questa vicenda, sublimandola ulteriormente. La sceneggiatura – o, in questo caso, la sceneggiata – è oggettivamente imbattibile; ma la vicenda può essere trattata come i grandi classici a teatro: le parole non si cambiano, il testo è quello, è l’interpretazione degli attori e la regia a fare la differenza. 
Solo che con questa chiusa mi metto nella direzione della corrente nazionale che continua a ridere su una vicenda tanto frivola quanto tirata così a lungo da diventare tragica e  che ci inchioda agli occhi del mondo.
 
E crediamo di riscattarci con il libro di Elly Schlein che ci “offre una nuova visione del futuro” ma è del tutto uguale allo stagniante passato del vetero più vetero comumismo.
Per poco che sia, per gonfiato che sia c’è chi dal 10 settembre va da Feltrinelli col pugnetto chiuso a comprare l’auto-autobiografia della compagna svizzera, come gesto politico, di giustizia sociale, di militanza pavloviana. 
 
Ma perché poi quella foto tutta storta in copertina? Mah, sarà per sottolineare il contenuto enigmatico, da sinistra criptica, nel senso tombale del voler dire. “Si può solo dire nulla”, per scomodare Carmelo Bene, l’immenso ( ma che ne sanno questi di Carmelo), il provocatore implacabile, anche a se stesso, salito “dal sud del sud dei santi”?
E sopratutto, a noi,  cosa resta della  sua  eredità controcorrente?

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  • Redazione

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