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PIANO DRAGHI, ESERCIZIO ASTRATTO?

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di Giuseppe Augieri

Se Ursula von der Leyen ha commissionato a Draghi un rapporto sulla competitività, è perché si aspettava qualcosa spendibile sul piano politico. Non è stato questo l’esito ed ora c’è il serio rischio che esso venga “cestinato”.
E’ il giudizio di molti. Il rapporto Draghi sembra essere slegato dalla realtà politica e le reazioni dei Paesi del Nord Europa lo testimoniano. Se Ursula pensava che Draghi avrebbe redatto un rapporto sulla competitività un po’ cerchiobbottista, ha dovuto fortemente ricredersi: Draghi non ha avuto riguardi per nessuno e ha delineato, con dettagli, le azioni concrete e gli ingentissimi sforzi finanziari necessari perché l’unione esca dall’angolo in cui l’hanno messa gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Popolare Cinese. Una programmazione di investimenti e realizzazioni che si richiama a Keynes. Chi ha la mia età ricorderà uno sforzo analogo proposto al nostro Paese dall’allora giovane ministro socialista Giorgio Ruffolo. Restò un “libro dei sogni” che io ancora nutro.
Ma non basta. Draghi sostiene che Bruxelles è la patria di eccessi di regolamentazioni che riducono la competitività dell’Europa. Ha ragioni da vendere: nel decennio passato negli Stati Uniti sono state approvate 3.500 leggi a livello federale, nell’Unione Europea sono state 13.000. E poi ci sono tutte le vicende legate agli aiuti di stato: dove le furbizie e le “falsificazioni” non hanno portato ai risultati sperati, ed hanno invece ostacolato di fatto la nascita di colossi transnazionali, impedendo alla economia europea di competere con gli altri grandi attori mondiali. Lo dice Draghi.
Tutte analisi corrette, ma la soluzione? La conseguenza logica sarebbe di chiedere che Bruxelles legiferi di meno secondo un principio di sussidiarietà. Invece, il rapporto Draghi punta tutto sull’ulteriore accentramento dei poteri in mano alle istituzioni comunitarie. Esso persegue esplicitamente la nascita del “superstato” per dare impulso all’innovazione con un super piano Marshall da 800 miliardi di euro all’anno, il 5% del Pil. Dove prenderebbe l’Unione Europea tanto denaro? A debito: il termine non è esplicito ma si ripropone gli Eurobond sul modello del Next Generation Eu. Proposta accompagnata dalla riproposizione del concetto di debito buono.
Bello e impossibile, direbbe Nannini. Riforme strutturali, addirittura una «rifondazione» dell’Unione europea, è solo un pio desiderio. Di una Europa che faccia l’Europa non c’è traccia. Molti Paesi membri – e non solo l’Italia – hanno indicato per il nuovo esecutivo di Bruxelles possibili candidati che sembrano più adatti a difendere il proprio Paese da «intrusioni» europee, piuttosto che a far nascere una nuova Europa.
Lo confesso: avevo molte perplessità nell’evidenziare i miei dubbi sul documento di Draghi. L’operazione “Unicredit-Commerzbank” (uno di quei rari casi in cui la pratica sopravanza la teoria) mi ha stimolato a dire il mio pensiero ed a proporvelo.
Unicredit ha acquistato azioni della banca tedesca arrivando a detenere il 9% del capitale: secondi dopo il Governo tedesco (12%) e facendo scivolare al terzo posto Blackrock con il 7,2%. Solo citare questo nome, pensando che possa essere un nemico, fa accapponare la pelle. L’operazione non è ancora conclusa e un’ulteriore crescita della quota di Unicredit in Commerzbank, appare estremamente probabile sino a dar luogo alla possibile nascita di un gruppo bancario davvero europeo. Ed inoltre Unicredit controlla in Baviera un’importante «retail bank» con milioni di clienti tra famiglie e piccole imprese e con partecipazioni di rilievo anche in Austria e in Polonia. Il sito del «Financial Times» osserva che la combinazione delle due banche ha il potenziale per far sorgere una concentrazione di credito in grado di sfidare la Deutsche Bank. Dal punto di vista della finanza l’operazione è buona e giusta. E viene premiata.
Ma veniamo alle reazioni, per ora solo politiche.
Emmanuel Macron  infuriato: aveva contattato, a suo tempo, Angela Merkel per offrire un’integrazione bancaria franco-tedesca (e l’inizio di una parallela integrazione di tipo militare). Non so se accetterà di passare in secondo piano.
Il cancelliere Scholz cerca di prendere tempo e pensa a cosa dirà la “sua” destra; ma intanto il consiglio di sorveglianza (Wittmann) ha dichiarato che si opporrà a qualsiasi potenziale acquisizione. E che bisogna «preferire una cooperazione con una banca francese» e «Ci capiamo meglio con i francesi in termini industriali che con i milanesi».
Il sindacato dei servizi Ver.Di, ha chiesto al Ministro delle finanze di impedire l’acquisto da parte di Unicredit. «Faremo tutto il possibile per impedire un’acquisizione di Commerzbank da parte di UniCredit, la combatteremo».
La stampa tedesca, sempre schierata in difesa dell’interesse nazionale, ha lanciato appelli drammatici contro quello che è stato definito un “attacco senza precedenti”. Dimentica quello contro Berlusconi.
Al dunque: l’asse franco-tedesco resta fortissimo. Il sovranismo ha molte facce e non solo quella di Orban.
La chiamiamo Europa? Ne immaginiamo possibile una diversa a breve? E Draghi lo ha tenuto presente?

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  • Redazione

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