
di Ilaria Colombo
Di tutti i miei libri solo pochi mi sono indispensabili, e due si trovano anzi sempre tra le mie cose, dovunque io sia. “Lettere a un giovane poeta”di Rainer Maria Rilke e “Annalena” di Annalena Benini, giornalista, scrittrice, direttrice del Salone Internazionale del libro di Torino.
Mi colpisce il racconto e il modo di raccontare con profondità e allo stesso tempo con leggerezza, con lessico famigliare, cosa sia la vocazione. « In una vita il non essere può superare l’essere, che non è una bella prospettiva soltanto se ce ne accorgiamo. Ma se ce ne accorgiamo, magari non subito, magari dopo molti anni o persino in sogno, è perché abbiamo ricevuto una scossa ».
Annalena Benini è una scrittrice che, mutuando le parole da Virginia Wolf, « è devota ai suoi momenti eccezionali che le permettono di comprendere la realtà e di trasformarli in parole. ».
È andata incontro alla sua « scossa » raccontando il suo incontro fondamentale con sua cugina Annalena Tonelli, una donna quasi mistica che a diciannove anni, incontrando i poveri del ghetto di Harlem, aveva trovato la sua vocazione,« perché non è possibile amare i poveri senza desiderare di essere come loro».
Annalena Tonelli nella sua tesi di laurea scriveva che gli adulti hanno il preciso ed entusiasmante compito di far fiorire i bambini e citava Dostoevskij che diceva che le prigioni non hanno mai curato un delinquente.
L’incontro fondamentale per l’Autrice cambia per sempre qualcosa, nel senso che muove e spinge verso una strada diversa, oppure disorienta e non ha nulla di passeggero. Costruisce.
Il suo modo di raccontare l’incontro e la vita di Annalena Tonelli è un rimando continuo tra due nomi identici, tra due vite intense ed è descritto perfettamente dai versi di Patrizia Cavalli :« Ma per favore con leggerezza raccontami ogni cosa anche la tua tristezza ».
L’Autrice racconta con grazia e autoironia di come sia nato tutto una domenica mattina in ospedale, dopo la sua quasi morte per incuria, quando l’infermiera bionda con accento romagnolo le disse che si chiamava proprio come Annalena Tonelli, e poi guardandola meglio in faccia le ha detto che sembrava proprio il fantasma del Louvre, usando il suo lessico famigliare, la stessa frase che sua madre le diceva sempre d’inverno quando diventava pallidissima.
Colpisce la forza delle parole.« E se morissi oggi? Se morissi senza aver amato di più » . Ha ricopiato questa frase dalle lettere di Annalena Tonelli, che raccontano la sua vita in Africa dal 1969 al 2003, ha attaccato il foglietto con una molletta da bucato alla scrivania. Le lettere in questi anni si sono gonfiate di sottolineature, di foglietti infilati dentro, di scritte, di nutella, di caffè rovesciato e di macchie di purè. Sono le parole di una giovane donna quasi mistica, sola in Africa, cristiana non sposata tra i mussulmani, dedita ai poveri e ai malati; una donna che scelse di essere per gli altri quando da ragazza a Forlì andava in bicicletta avanti e indietro per aiutare gli abitanti del Casermone: sfollati, senza tetto, reietti. Una donna intelligente e bella, la prima tra gli amici a ballare il twist che a diciannove anni aveva visto il problema concreto della dignità dell’uomo e illuminata dall’ amore per Dio e ispirata dal pensiero di Gandhi,Simone Weil ed Etty Hillesum, riteneva che la soluzione fosse buttarsi piuttosto ad amare aiutando uomini e donne a fiorire, a liberarsi a imparare a vivere. Non l’astrattezza dell’amore, ma il realismo di amare. Annalena Benini ha invidiato tutti quelli che hanno potuto farle domande anche stupide, quelli che l’hanno vista al lavoro in Africa, quelli che hanno mangiato il riso con lei e l’hanno fatta ridere, quelli che l’hanno vista camminare con i bambini in braccio e parlare in somalo e la giornalista italiana a cui non ha concesso l’intervista, ma a cui ha prestato la sua gonna perché in Somalia le donne non indossano i pantaloni.
L’altra Annalena, l’Autrice del libro, convinta che scrivere sia il mestiere più utile che ci sia, il più esaltante, il più appagante del creato. Non l’astrattezza dello scrivere ma il realismo di usare le parole per mostrare il senso della vita.
Annalena Tonelli persuasa che i giornalisti sono una perdita di tempo incredibile, mentre l’Autrice è convinta che nessuna parola possa aggiungere qualcosa al valore di questa vita di donna, ma sente la vocazione di osservare la realtà dei fatti e mostrare anche la forza del suo pensiero radicale, in cerca di assoluto.Per farlo deve disubbidire ad una specie di divieto: Annalena non voleva che si parlasse di lei.





