Home Politica RICETTA DRAGHI: LE MANI UE NELLE NOSTRE TASCHE

RICETTA DRAGHI: LE MANI UE NELLE NOSTRE TASCHE

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Sono ripartite le svendite.

Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, alla Conferenza sulle Privatizzazioni tenutasi sullo yacht Britannia, del 2 giugno 1992, dettò le regole per privatizzare il patrimonio pubblico italiano, dando il via alla svendita del Paese.

Nell’occasione, l’allora direttore generale del Tesoro ebbe a dire che “un’ampia privatizzazione è una grande, direi straordinaria, decisione politica, che scuote le fondamenta dell’ordine socio-economico, riscrive confini tra pubblico e privato che non sono stati messi in discussione per quasi cinquant’anni, induce un ampio processo di deregolamentazione, indebolisce un sistema economico in cui i sussidi alle famiglie e alle imprese hanno ancora un ruolo importante. In altre parole, la decisione sulla privatizzazione è un’importante decisione politica che va oltre le decisioni sui singoli enti da privatizzare. Pertanto, può essere presa solo da un esecutivo che ha ricevuto un mandato preciso e stabile”.

Di lì a poco, il 28 giugno, entrò in carica il Governo Amato, che rimase in carica fino all’aprile dell’anno successivo, seguito da quello presieduto da Ciampi.

Fra i provvedimenti principali del Governo Amato si ricordano una manovra finanziaria da 93. 000 miliardi di lire, la più importante dal dopoguerra, e il prelievo forzoso retroattivo del 6 per mille dai conti correnti delle banche italiane, nella notte di venerdì 10 luglio 1992, legittimato con decreto d’urgenza pubblicato alla mezzanotte tra il 10 e l’11 luglio.

Mani nelle tasche degli italiani. Un esproprio finanziario molto simile all’esproprio proletario.

Soluzione stalinista.

Un ripassino di storia patria non fa mai male per capire quale è il retroterra culturale che presiede a certe proposte e a certe analisi.

Oggi non siamo sulla barca reale inglese, ma su un barcone che ospita 30 mila burocrati, ossia l’Unione Europea, che Mario Draghi propone di rilanciare con i soldi dei privati (ossia con i nostri soldi, con le nostre tasche), togliendo il potere di veto ai singoli stati, e dando maggiore potere ai vertici sovranazionali dell’Unione, ossia a coloro che in questi anni i problemi che sono all’ordine del giorno li hanno creati.

Le politiche dell’Unione in mano a burocrati autorizzati a metterci le mani in tasca senza chiederci il permesso. Riguardo agli strumento la fantasia è libera.

Questo il futuro disegnato da Draghi nella sua più cruda sintesi e realtà.

Il progetto Draghi, affidato all’ex presidente della BCE dalla baronessa von der Leyen, avrebbe dovuto essere presentato prima delle elezioni europee, così avremmo potuto votare sulla base della conoscenza del programma di chi si appresta a governare la Commissione.

Non è stato così.

Il messaggio che ne consegue è: votate chi volete, tanto alla fine decidiamo noi, ottimati competenti assieme al kombinat burocratico.

Un secondo messaggio riguarda la logica più ampia con la quale si ragiona in quel della maggioranza che dovrebbe dar vita alla nuova Commissione: la pianificazione economica in stile piani quinquennali dell’Unione Sovietica. Puro stalinismo tecno finanziario.

Un terzo messaggio, il più disastroso, è che gli Stati non devono più avere potere e che il potere deve essere verticalizzato e consegnato alla Commissione (leggi kombinat burocratico).

Dire che l’Unione Europea, così com’è, è un niente nemmeno più vestito a festa è solo una banalità. Non c’era bisogno di Draghi per saperlo.

Dire che per rimettere a posto le cose, per rilanciare l’Unione Europea, si deve dare più potere ai poteri sovranazionali, è semplicemente un atto di aiuto alla diffusione delle metastasi.

Tutte le cose dannose prodotte in questi anni sono dovute proprio ai poteri sovranazionali, purtroppo delegati al kombinat burocratico al quale fa da paravento politico la Commissione.

Il kombinat burocratico risponde alla logica tecno-finanziaria dei fondi e delle multinazionali e il Parlamento, in questo contesto, è semplicemente una simpatica palestra dove si discute del nulla o si avallano decisioni prese altrove.

L’Unione Europea è un pasticcio fin dall’inizio. C’era chi pensava bastasse fare una moneta per dare il via ad un’unificazione fiscale ed economica e, in seguito, politica. Così non è stato.

Nel 2005 si è tentato di dare all’Unione una carta costituzionale. Progetto fallito.

L’Unione non è una federazione. La Bce non è una banca che si appoggia su uno Stato, come la Federal Reserve.

La parte sovranazionale dell’Unione è fatta dal Parlamento e della Commissione, ma quando si affronta questo lato della realtà istituzionale europea si deve sempre aver presente il kombinat burocratico. Ricordiamolo ancora una volta: 30 mila burocrati circondati da lobbisti.

La parte del rapporto tra gli Stati, fino ad ora vero punto di decisione finale e di convergenza o divergenza, è il Consiglio, organismo che andrebbe potenziato, perché se si vuole che l’Unione Europea non sia un mostro burocratico, ma una realtà che si regge sul consenso vero tra le nazioni e gli stati che la compongono, allora il passaggio del rapporto politico tra stati è inevitabile.

Una vera Europa democratica, che sappia decidere di dare corpo ad alcune linee di condotta, deve reggersi sul consenso e non su logiche totalitarie da Unione Sovietica.

Da qui la considerazione che è necessario fare l’esatto contrario di quanto propone Mario Draghi, ossia rafforzare il Consiglio, dando sempre maggior vigore al rapporto di convergenza e di consenso tra gli stati, da conquistare di volta in volta sulla base della politica, dei programmi, delle questioni sul tappeto e non dell’imperio burocratico.

L’idea di fondo di Draghi è sempre la solita fino alla noia e si traduce nel dare potere ad un vertice burocratico che comanda indifferentemente dalle posizioni che emergono dalla volontà dei popoli.

L’Europa, indipendentemente da Draghi, sta dicendo no a chi l’ha condotta sin qui ad essere un mostro burocratico asfissiante per i cittadini, destrutturante le capacità produttive, umiliante in politica estera, incapace nel reperire risorse energetiche, ottusa nella continua adesione a ideologie idiote.

Un’Europa diversa deve essere l’Europa dei cittadini, dei popoli, degli stati, non degli ottimati e dei burocrati.

Quella che serve è un’Europa che sia l’esatto contrario di quella che prefigura l’ex banchiere divenuto progettista istituzionale.

 

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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