
di Francesco Pontelli
Se Draghi volesse veramente l’unità e la crescita della Unione Europea avrebbe proposto, solo per cominciare (1), l’introduzione di una forbice fiscale che prevedesse per tutti gli stati membri una aliquota massima e una minima.
Questa innovativa (termine decisamente abusato) strategia fiscale innanzitutto annientererebbe il dumping fiscale dell’Irlanda e dell’Olanda, e contemporaneamente costringerebbe i paesi come l’Italia ad aumentare l’efficienza della spesa pubblica non potendo oltrepassare la soglia massima delle aliquote fiscali.
In questo contesto, allora, all’interno della medesima visione di una maggiore integrazione europea, invece di abolire l’unanimità (2), avrebbe dovuto proporre di aumentare il peso politico, ma soprattutto decisionale, all’interno delle strategie relative ai diversi asset economici di ogni singolo paese, in rapporto alla importanza economica del singolo settore (industria aeronautica/ automotive/metalmeccanica/tessile abbigliamento/ settore primario o terziario turismo servizi etc.) .
Non ha alcun senso, infatti, che paesi come la Danimarca o la Finlandia con PIL nazionali inferiori a quello della sola regione Lombardia (266 mld Finlandia, 404 mld Danimarca e 483 mld Regione Lombardia) possano disquisire ma soprattutto influenzare le politiche industriali sulla base di semplici approcci ideologici, non avendo interessi nei complessi settori industriali, anche solo in rapporto ai posti di lavoro garantiti dalla loro tutela e sopravvivenza.
In altre parole, ai diversi paesi membri dovrebbe venire riconosciuto un peso specifico in rapporto ai propri asset industriali ed economici, e quindi, se non escludendo, per lo meno limitando di molto la capacità di incidere politicamente da parte di Paesi che esprimono asset economici minimali e completamente diversi.
L’idea di aumentare le spese destinate alla difesa (3) si inserisce all’interno di un non ben specificato ritorno alla centralità della economia industriale.
Come non ricordare che da oltre trent’anni Mario Draghi (assieme a Giavazzi della Bocconi e a buona parte del mondo accademico) rappresenti i vertici di quella corrente di pensiero economico fondato e caratterizzato dal sostegno alle delocalizzazioni produttive, come una inevitabile evoluzione dell’economia occidentale (definita in questo contesto postindustriale), la quale invece si sarebbe dovuta indirizzare verso i servizi.
In più, diventa imbarazzante il riferimento alla tutela della filiera Automotive (uno dei principali asset industriali europei), che assicura in Europa oltre dieci milioni di posti di lavoro e mille (1.000) miliardi di entrate fiscali, ora in forte difficoltà proprio per l’adozione operata nell’Unione Europea dello stop alla vendita dei motori endotermici a partire dal 2035.
Nella redazione a tutela di questo importante asset industriale si indica come soluzione quella di “evitare delocalizzazioni e acquisizioni”: una contraddizione di dimensioni imbarazzanti con quanto affermato negli ultimi decenni dallo stesso Draghi.
Il settore industriale delle armi, inoltre, non conosce crisi proprio in rapporto agli eventi bellici che assicurano una domanda crescente di armi.
Dedicare ora a questo settore, in forte espansione, anche una parte del bilancio statale rappresenta una visione decisamente interventista e bellica, la quale per di più si andrebbe a sovrapporre a quella già nota della NATO, e toglierebbe alla stessa Unione Europea qualsiasi funzione diplomatica all’interno del contesto internazionale.
Se poi si considera il tema dell’energia probabilmente si raggiunge il massimo della contraddizione.
Affermare in primis che “La decarbonizzazione è una opportunità” conferma che, con questa relazione, dall’ambito economico s sia passati direttamente ad un piano squisitamente ideologico e politico.
La decarbonizzazione (4) rappresenta assolutamente un’utopia ideologica e politica, quando invece l’obiettivo da raggiungere dovrebbe essere rappresentato da una massima efficienza nel consumo della stessa energia, anche perché questo diventa economicamente vantaggioso per le imprese e le famiglie.
L’affermazione poi che fa dipendere i notevoli costi dell’energia delle forniture del gas russo, invece sostenute come ritorsione dalla Ue e dallo stesso governo Draghi, si rivela un’ipocrisia di dimensioni imbarazzanti.
Draghi è stato l’artefice, negli anni Novanta, della privatizzazione a favore di investitori esteri dei maggiori asset pubblici relativi alla fornitura e distribuzione dell’energia.
Di conseguenza mentre la Francia ha nazionalizzato EDF, con l’obiettivo di assicurare il più basso costo dell’energia per le famiglie e per le imprese francesi, come pure la Spagna ha adottato il Price cut per il gas, il governo Draghi ha atteso invano la definizione di un Price cat europeo.
La nefasta sintesi di queste strategie e gestioni operative ha determinato che il costo dell’energia in Spagna risulti inferiore del -59% rispetto a quello Italiano ed in Francia del -72% rispetto ai costi sostenuti dalle imprese e famiglie italiane.
Senza poi dimenticare la nefasta scelta del Commissario Prodi di quotare il gas (un asset fondamentale) alla borsa di Amsterdam, rendendo un bene di primaria necessità oggetto di speculazioni finanziarie.
Parlare, poi, di innovazione (5) come se questa non presentasse un costo in termini energetici definisce l’ultima clamorosa svista.
Basti ricordare come Microsoft e Google inquinino quanto la Croazia e i Data Center in Irlanda, che emettono sostanze inquinanti molto più delle stesse abitazioni.
Quindi, paradossalmente, l’innovazione si dimostra anche come una nuova fonte di inquinamento molto più pericolosa della stessa tradizionale industria sempre intesa come espressione di una superata “old economy”.
Le energie rinnovabili (6) rappresentano una direzione nella quale dirigersi, non certamente un traguardo raggiungibile verso il quale l’intero mondo si deve dirigere: non dimenticando contemporaneamente il contesto competitivo.
Perché andrebbe ricordato una volta di più come non si possa accettare un sistema globale e competitivo all’interno del quale la Cina utilizzi per la propria produzione di autoveicoli elettrici l’energia prodotta dalle centrali a carbone, vanificando ogni risparmio europeo in termini di emissioni globali.
Lo stesso capitolo riferito al debito pubblico comune europeo (7) da utilizzare per questa inutile e costosa conversione Europea, dimostra quanto questa relazione sia per nulla economica e prettamente politica ed ideologica, all’interno della quale ancora una volta la sola spesa pubblica rappresenta l’unico volano di sviluppo.
In estrema sintesi, quindi, questa relazione in riferimento ai punti 1/2/3/4/5/6/7 dimostra ancora una volta come Draghi abbia persa l’ultima occasione per dimostrarsi un un economista, allorché appare nei fatti un semplice politico.
Cosa questa che suscita una profonda delusione e senso di inadeguatezza complessiva.





