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LA GERMANIA SI ABBATTE SUL PARTITO POPOLARE EUROPEO

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Per il Partito Popolare Europeo l’epoca degli alibi è finita. A chiudere la partita dell’intesa con le follie verdi e socialiste ci stanno pensando gli elettori tedeschi, i quali hanno bocciato la Spd e i Verdi tedeschi, premiando la destra e la sinistra non socialista e dando un preciso segnale del fatto che Verdi e Spd sono ormai alla canna del gas per avere attuato politiche deleterie per la Germania e ancor più deleterie per l’intera Europa. 

Dei liberali è inutile persino scrivere: non pervenuti, spariti. 

In Germania la Volkswagen, novanta anni di storia, 650 mila dipendenti in tutto il mondo, ha annunciato la possibile chiusura degli impianti di produzione di veicoli e di componenti. 

La crisi dell’auto non riguarda solo la Volkswagen, ma anche la Zf, che ha annunciato il possibile taglio di 14 mila dei 54 mila addetti che lavorano sul suolo tedesco.

Continental e Michelin hanno annunciato la chiusura di diversi stabilimenti. 

La crisi dell’acciaio è di portata enorme, con la Tyssenkrupp nel caos. 

Al fondamento della crisi ci sono scelte decennali, errori madornali, ma anche una linea di politica economica europea che penalizza l’industria e destruttura gli apparati produttivi in ordine a linee ideologiche che sono, anzitutto, propugnate da socialisti e verdi. 

E qui si arriva al nodo, ossia al Partito Popolare Europeo, del quale Csu e Cdu, le due democrazie cristiane tedesche, sono gli assi portanti. 

Nelle elezioni di domenica nei lander di Turingia e Sassonia, verdi e socialisti sono finiti in fondo alla classifica, severamente puniti dall’elettorato. 

In Turingia la Spd è arrivata al 6,2 per cento e il partito dei verdi al 3,5. L’Afd (destra) ha totalizzato un 32,4 per cento, mentre la Csu è arrivata al 23,8 per cento. Ottimo risultato anche per BSW (estrema sinistra) con il 15,6%, partito che condivide con la destra l’avversione al green e alla politica dell’immigrazione. 

In Sassonia la Spd è arrivata del 7,6% e i Verdi hanno portato a casa uno scarno 5,2%. Afd ha totalizzato il 30,7%, la Csu il 31,8% e BSW il 12%.

I sondaggi del Brandeburgo, che vota a fine settembre, confermano gli andamenti. 

La domanda è semplice: può il Partito Popolare Europeo continuare a sostenere la linea politica in base alla quale ha portato alla conferma della baronessa Ursula von der Leyen, imbarcando i Verdi e confermando l’alleanza con i socialisti?

Anche l’asse franco tedesco è in rotta, grazie alle politiche di Emmanuel Macron, faro spento della grandeur francese, il quale non riesce a formare un governo dopo aver fatto un’alleanza elettorale con la sinistra (Nuovo Fronte Popolare), salvo tradire la parola data il giorno dopo. 

La Francia è in crisi economica, è stata cacciata dal Sahel, ha fallito miseramente il tentativo di fare di Parigi l’avanguardia del woke, del green, del gender.

L’Alto (si fa per dire) rappresentante europeo per la politica estera, il socialista spagnolo Borrell, fa il falco in relazione alla guerra in Ucraina, abbandonato dai più alle sue esternazioni, condivise da un altro in via di fine carriera, ossia dal segretario della Nato Stoltemberg.

La grande offensiva propagandistica di Zelensky attuata con l’invasione del territorio russo in prossimità di Kursk è ormai giunta al suo fallimentare epilogo, mentre la Russia sta conquistando posizioni nel Donbass, che ormai rischia di collassare. 

L’Europa è totalmente nel pallone, essendosi accomodata sulla mongolfiera con la quale la fiamma olimpica è stata sostituita da led e da soffi d’acqua. 

A resistere è un blocco di 30 mila funzionari tendenzialmente autoreferenziali e abituati a servire, da troppi anni, le linee politiche, oggi fallimentari, della tecno-finanza. 

Può il Partito Popolare Europeo seguire ancora per molto il suicidio di verdi e socialisti, ormai chiaramente avviati sul viale del declino e della disfatta? 

La possibilità di un ravvedimento è ancora possibile. Sopporteremo la baronessa Ursula abituata al trasformismo, ma una svolta decisa si impone nella nomina dei commissari e nel mutamento degli equilibri.

Per il Partito popolare Europeo è arrivata l’ora di abbandonare socialisti e verdi al loro destino e di cambiare radicalmente la politica europea. 

La maggiore responsabilità ricade su Csu e Cdu. Con una svolta decisa a Bruxelles i due partiti democristiani tedeschi metteranno in mora definitiva l’ormai decotto Sholz e potranno avviare a una nuova stagione per una Germania ormai in crisi profonda. 

Il rosso verde, ormai, è simbolo della disfatta d’Europa, di una crisi profonda della sua tenuta economica, della sua inesistenza geopolitica, del suo essere un mucchio di chiacchiere e una mostro burocratico. 

Una svolta si impone. 

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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