
La storia qualche volta ha bisogno di eroi, li trova e ce li propone. E poi li ripropone, ricordandoli. Ma non sono gli eroi a fare la storia. La storia siamo noi. De Gregori «…perché è la gente che fa la storia», richiama tutti a sentirsi responsabili perché «la storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano». C’è un disinteresse che la gente crede di potersi permettere. L’oblio, per chiunque non sia un eroe, è il peggior fomentatore di questo disinteresse. Quando poi l’oblio è volontà di cancellazione, si commette un doppio assassinio.
Ho richiamato De Gregori e la sua canzone in un post di poche parole, il giorno dopo la morte di Ottaviano Del Turco. Che qui ora voglio ricordare. Ora, dopo alcuni giorni (come peraltro consuetudine del nostro giornale ndr). Perché a me non piacciono i “coccodrilli” e mi da fastidio anche solo poter far pensare che, nell’immediato, si scriva qualcosa quasi “costretti da un obbligo morale”. Per alcuni, non c’è neanche quello.
In verità ho letto articoli dei quali ho apprezzato sincera commozione e rispetto. Degli diversi episodi di vita richiamate – il suo essere a fianco di un grande come Lama, le sue posizioni a difesa dei socialisti in CGIL, la responsabilità che si assunse nel patto di San Valentino le sue posizioni nel Partito – ho avuto il privilegio di essere stato testimone, in alcuni casi testimone diretto. Per esempio dell’enfasi posta del suo intervento al Congresso PSI di Bari del 1991, sulla questione morale. Ero nella Segreteria del Congresso, ad un passo da chi interveniva, e mi rimase impressa questa sua invocazione: diffidate da quei compagni nei cui occhi vedete accendersi scintille di luce, non perché chiamati a rappresentare il Partito, ma pensando agli affari che potranno gestire. Non l’ho virgolettata, perché le parole potrebbero essere appena diverse. Vado a memoria, ma non sbaglio.
E sono stato testimone, qui non diretto, anche della sua esperienza di Segretario del PSI, dopo i 100 giorni di Benvenuto. E delle scelte fatte in quella occasione. L’inutile prodigarsi verso le procure per dare testimonianza della volontà di chiarezza del Psi non sortì effetti. Il partito doveva morire a tutti gli effetti. Bisognava fargli «passare la voglia e non fargli tornare il gusto di chiedere e raccogliere voti» disse qualcuno (non faccio nomi, le polemiche sono inutili). Eppure fu in quegli ambienti che Ottaviano Del Turco indirizzò lo sbocco del moribondo PSI. Non fui d’accordo e ne rifiutai la logica: e capii i tanti drammi interiori – e mi rifiutai di condannare le scelte – di alcuni importanti compagni che presero strade diverse. Considero quella decisione di Del Turco, ancora oggi, un errore: ma credo che essa vada, se non condivisa, rispettata, perché una scelta fatta guardando non a se stesso ma alla politica nella quale credeva. Perché tutto ciò che altri ed io abbiamo ricordato, sbatte in faccia a tutti, senza equivoci, la figura di una persona intellettualmente onesta e degna di rispetto.
Ho voluto richiamare queste vicende perché Ottaviano è stato un uomo: con tutte le sue vittorie e le sue sconfitte. I suoi dubbi e le sue certezze. Con le sue intuizioni ed i suoi errori, o almeno giudicati tali. Un grande uomo non un eroe. E dunque non necessariamente da ricordare. E prima ancora di dimenticarlo, per questo moralismo accattone che purtroppo ci ha sommerso, abbandonarlo, lasciarlo solo in una vicenda che tutti, tranne i giudici, hanno capito essere nata e sviluppata su una manfrina. Per me il dimenticarlo, ed ancor prima di dimenticarlo coprire la sua uscita di scena con il silenzio, significa negare una vita ed un solco, neanche troppo tenue, lasciato nella storia.
La storia siamo noi, nessuno si senta escluso. Anche ignorare questi silenzi è contribuire all’oblio.
Riposa in pace, grande compagno.





