
di Sergio Restelli
La situazione in Libia è diventata un nodo complesso e critico, segnato da un continuo stallo politico e dall’incremento della presenza militare russa, che sta trasformando il paese in un campo di battaglia per influenze esterne e interne. Questi sviluppi hanno implicazioni profonde non solo per la sicurezza della Libia, ma anche per la stabilità dell’Europa meridionale e della regione del Sahel, mentre la comunità internazionale si trova ad affrontare la possibilità di una crisi economica e politica ancora più grave. Il recente aumento della presenza militare russa in Libia ha suscitato allarme a livello globale. Mosca, violando l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite, ha trasferito almeno 1.800 soldati e mercenari nei territori controllati dal generale Khalifa Haftar. Questo dispiegamento non solo rafforza la posizione di Haftar nella Cirenaica, ma contribuisce anche a destabilizzare ulteriormente la regione, con la Libia che diventa un trampolino di lancio per operazioni militari russe in Africa subsahariana e nel Sahel.
La Russia mira chiaramente a stabilire una forza militare permanente in Libia, capace di influenzare le dinamiche politiche e militari sia nel Medio Oriente che in Africa, consolidando il suo ruolo di potenza influente in queste aree strategiche. La presenza russa in Libia non è solo una questione militare, ma ha anche profonde implicazioni economiche. La Russia sta cercando di sfruttare le risorse energetiche libiche e di estendere la sua influenza nel settore petrolifero e del gas, collaborando con le autorità locali per ottenere vantaggi commerciali. Questo coinvolgimento ha alimentato le tensioni tra le varie fazioni libiche, poiché Mosca si posiziona come un intermediario cruciale tra il governo di Tripoli e le forze di Haftar. Parallelamente, la crisi legata al controllo della Banca Centrale della Libia sta rapidamente degenerando in un conflitto economico che potrebbe avere conseguenze devastanti. Il recente esilio forzato del direttore della banca, minacciato di morte e sostituito da un board imposto dal presidente di Tripoli, Abdelhamid Dabaiba, ha intensificato le tensioni tra est e ovest.
La risposta di Haftar, che ha chiuso sei pozzi petroliferi e cinque porti cruciali per l’export di petrolio, ha paralizzato l’economia del paese, riducendo la produzione di greggio da 1,2 milioni a soli 600.000 barili al giorno. Questa lotta di potere mette l’intera economia libica in ostaggio, con il rischio reale di una crisi economica che potrebbe sfociare in una nuova guerra civile. La chiusura dei pozzi petroliferi non solo minaccia di far crollare le finanze del paese, ma mette anche in discussione la capacità della Libia di mantenere la sua posizione come fornitore energetico affidabile per l’Europa, in particolare per l’Italia, che ha recentemente visto la Libia tornare a essere il suo principale fornitore di petrolio.Di fronte a questa situazione critica, l’approccio della comunità internazionale, in particolare di Europa e Stati Uniti, è stato fino ad ora considerato troppo morbido. Gli Stati Uniti, distratti dalla campagna elettorale, hanno mostrato poca fermezza nel condannare le azioni di Dabaiba e nell’intervenire per stabilizzare la situazione. L’Unione Europea, dal canto suo, si è limitata a un appello generico per “evitare il deterioramento della situazione”, senza proporre azioni concrete per fermare la deriva verso il caos.
In particolare, il nuovo board della Banca Centrale, installato illegalmente, sta cercando di recuperare i fondi libici depositati all’estero con metodi dubbi, mettendo ulteriormente a rischio la stabilità economica del paese. Gli americani,che detengono una parte significativa di questi petrodollari in banche come JPMorgan e Bank of New York Mellon, avrebbero dovuto prendere una posizione più decisa, ma finora hanno mostrato poca volontà di agire. Se la crisi dovesse continuare, c’è il rischio concreto che la Libia si frantumi ulteriormente, con l’eventuale creazione di una Banca Centrale parallela nell’est del paese, distruggendo così ogni speranza di unificazione. Questo scenario non solo complicherebbe ulteriormente la situazione politica, ma potrebbe portare le compagnie petrolifere internazionali a riconsiderare la loro presenza in Libia, aggravando ulteriormente la crisi economica. L’Italia, che ha legami storici ed economici profondi con la Libia, dovrebbe essere particolarmente preoccupata da questi sviluppi.
Tuttavia, il governo italiano, nonostante l’annuncio del fantomatico “Piano Mattei” volto a ridurre la dipendenza energetica, è rimasto stranamente silente di fronte alla crisi più grave che il paese nordafricano abbia vissuto negli ultimi anni. Questo silenzio è sintomatico di una mancanza di strategia e di una sottovalutazione delle potenziali conseguenze per l’economia e la sicurezza nazionale italiana. La Libia si trova ora a un bivio. Da un lato, la crescente influenza russa e la frammentazione interna minacciano di trascinare il paese in un conflitto ancora più profondo, con conseguenze potenzialmente disastrose per tutta la regione. Dall’altro, la comunità internazionale, sebbene consapevole della gravità della situazione, sembra incapace di trovare una soluzione efficace. Con l’avvicinarsi di ottobre, il rischio di un’escalation è più tangibile che mai. La perdita di un milione di barili di petrolio al giorno non solo metterebbe Tripoli in una situazione disperata, ma potrebbe anche portare a un collasso totale delle finanze del paese. In questo contesto, la possibilità di una guerra civile tra est e ovest appare sempre più reale, con la Banca Centrale e il settore petrolifero al centro della contesa.Il futuro della Libia è quindi incerto.
Se la crisi attuale non verrà risolta rapidamente, il paese potrebbe ritrovarsi in uno stato di frammentazione permanente, con un’economia devastata e una popolazione intrappolata in un conflitto senza fine. L’intervento internazionale sarà cruciale per evitare questo scenario, ma finora le risposte sono state lente e inadeguate. La Libia ha bisogno di un impegno serio e coordinato da parte della comunità internazionale, se vuole avere una possibilità di pace e stabilità a lungo termine e noi sventurati una sicurezza energetica.





