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CHI E’ KAMALA HARRIS, POCA LUCE E MOLTE OMBRE – PARTE III

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di Silverio Allocca

In questo senso il nuovo capitolo della storia americana ed europea che si è recentemente palesato come un book in progress con la candidatura di Kamala Harris alla Presidenza degli Stati Uniti e l’arresto in Francia del CEO di Instagram, si segnala per essere un monumento alla debolezza di tutto l’Occidente.

Un Occidente in cui i Governi attualmente in carica:

  • o non sanno come fronteggiare le conseguenze delle loro incapacità programmatiche e gestionali tanto del Paese quanto della loro politica estera (questo è il caso degli Stati Uniti che si stanno approssimando ad una crisi socioeconomica interna e dell’intera politica estera di proporzioni mai registrate in precedenza che, per quello che riguarda i Democratici, sta dando luogo –a mio avviso– al maldestro tentativo di scaricare la patata bollente nelle mani dei Repubblicani con la candidatura della più che potenzialmente perdente nonché sacrificabilissima Kamala Harris; e per quello che riguarda i Repubblicani ha già dato luogo al più che tempestivo ritiro dalla corsa alla Casa Bianca della vera anima progettuale del GOP, Ron DeSantis, a favore dell’ignaro parafulmine della situazione: il demagogico, qualunquista ed inaffidabile Donald Trump);
  • ovvero non sanno come arginare lo tsunami di proteste epocali in fieri dei propri amministrati che si va ulteriormente profilando all’orizzonte in tutto l’Occidente nel momento stesso in cui le contraddizioni della propria politica interna ed estera li hanno messi in condizioni di debolezza tali da far sì che l’unica strada percorribile per rimanere ancora in sella sia quella di impedire che se ne parli. Magari bollando –e di conseguenza censurando– come fake news tutto ciò che può fare aprire gli occhi ai sin qui abbondantemente menati per il naso cittadini ed amministrati (e questo, ad esempio,è il drammatico caso di una Francia che si prepara a fronteggiare, malamente a quanto pare, le conseguenze della perdita della Francafrique e quindi della fonte primaria di supporto al tenore di vita medio che i Francesi tutti sono da decenni abituati a considerare come un loro inalienabile ed irrinunciabile diritto).

Tanto poiché, a ben guardare, per ciò che concerne il primo punto stupiscono non poco sia la tardiva scelta da parte Democratica di un diverso candidato per la Casa Bianca, quanto che la stessa scelta sia caduta su Kamala Harris con una determinazione a dir poco sconvolgente se solo pensiamo che, a memoria, mai in precedenza una campagna elettorale moderna è passata da una fase di stallo ad una caratterizzata da una accelerazione quale quella che abbiamo avuto sin qui sotto gli occhi, il tutto grazie al corale sinergico impegno dell’intero Partito Democratico –e dei suoi maggiorenti– che nel menzionato breve lasso di tempo avuto a disposizione hanno letteralmente creato dal nulla una Convention nazionale incisiva, accattivante e oltremodo ben calibrata che ha permesso che nel corso della recente quattro giorni di Chicago –e nei comizi elettorali che l’hanno preceduta– si venissero chiaramente a delineare i contorni della strategia elettorale della neocandidata.

E volutamente ho parlato solo della strategia elettorale e non dei contenuti programmatici di essa, in quanto in tutto questo i grandi assenti sono proprio loro, quei contenuti che la Harris nei suoi interventi ha solo implicitamente menzionato più che altro, direi,  per millantare la loro esistenza (di cui fortemente dubito), allorché ha sottolineato, evitando –ripeto– accuratamente di scendere nei dettagli, la necessità di “tracciare una nuova strada per il futuro” puntando al mitico ‘cambiamento’: la famosa e famigerata parola con cui la politica politicante definisce quel contenitore rigorosamente vuoto di contenuti veri buono per lasciare intendere a tutti tutto, evitando l’imbarazzo di dover definire, una volta indicato il ‘cosa’, anche il ‘come’, l’in che ‘modo’, con quali ‘tempistiche’ e, soprattutto, con quali capitali, in che modo reperiti –ovvero liberati modificando dei capitoli di spesa– che, una volta menzionati, richiedono una riprogrammazione anch’essa da descrivere per rispondere alle obiezioni degli avversari e soddisfare le legittime curiosità degli elettori in genere.

Questa strategia, tipica degli imbonitori politici di ogni epoca e latitudine, nonché parte integrante del marketing politico imperante da parecchi lustri, è solitamente vincente fintanto che esistono le condizioni per poter accedere con facilità al credito, ovvero esistono quelle che possono in qualche modo giocare su una rimodulazione del regime fiscale del momento modificando in tutto o in parte le aliquote relative, o ancora possono essere reperite modificando al rialzo le imposizioni fiscali indirette…: in altre parole in tutti quei casi in cui le conseguenze delle inappropriate scelte politiche pregresse non hanno inciso a tal segno negativamente sui pregressi bilanci da rendere impossibile che una consistente massa di elettori non si accorga dei danni patiti.

Quanto questa strategia possa ancora funzionare non è dato capire, ma credo che gli stessi maggiorenti del Partito Democratico si siano resi conto che per avere un certo margine di successo (in primo luogo per cavare di impaccio i referenti Democratici di maggiore spicco, ovverosia i rappresentanti in seno al partito delle vere lobby economico finanziarie che hanno il loro referente politico nel Partito Democratico) necessitava che fosse posta in essere da una persona che avesse specifiche caratteristiche perfettamente incarnate dalla Harris e che nulla hanno a che vedere con le sue reali conoscenze e competenze.

Caratteristiche che, infatti, consistono del suo essere donna, nera, figlia di immigrati appartenenti al ceto medio, populisticamente orientata a supportare certe tematiche care ai giovani, alle minoranze etniche, alle donne, ai portatori di diversità di vario genere sui quali hanno fatto già ampiamente presa certe derive ideologiche o para ideologiche incarnate dal pensiero Woke e dalle istanze della lobby LGBQAI+.

In questo senso l’operazione di marketing elettorale del Partito Democratico ha già conseguito il suo principale risultato: far accettare la candidatura della Harris.

Come qualche giorno fa ha giustamente sottolineato Anthony Zurcher, corrispondente della BBC per il Nord America, in un suo articolo significativamente intitolato “Kamala Harris campaign is light on policy – but that’s helped her transform the race”: “Questa strategia nasce in parte dalla necessità. In tutto il mondo le democrazie sono state scosse da disordini elettorali. Mentre le economie faticano a riprendersi dalla pandemia di Covid, i conflitti regionali si accendono e le tensioni sull’immigrazione divampano, i leader politici hanno affrontato elettori profondamente scontenti in Canada, Regno Unito, Germania e India, tra gli altri” (altri verranno a breve soprattutto nel caso di una sconfitta dell’Ucraina ed in occasione della stesura delle leggi di bilancio di fine anno: si pensi in questo senso all’Italia ed ancor più alla Francia del sognatore Macron)– aggiungendo che “I sondaggi indicavano che il presidente Joe Biden, prima di abbandonare la sua campagna di rielezione il mese scorso, avrebbe dovuto affrontare sfide simili”.

Perché alla fine la chiave di lettura della oltremodo estemporanea, nonché raffazzonata, candidatura di Kamala Harris risiede tutta in queste ultime due semplici considerazioni che, per somma, ci consentono di affermare con una certa sicurezza che a allo stato attuale, per come si sono messe le cose, poco importa ai vertici del Partito Democratico che la corsa elettorale della Harris fallisca o meno visto che:

  • qualora la stessa fosse sconfitta la palla passerebbe a Trump, con –per certi versi– somma cinica gioia dei suoi avversari, e
  • qualora (cosa di cui personalmente dubito fortemente e non solo io – a tale proposito si legga quanto riportato il 20 Agosto 2024 in un articolo apparso su Il Corriere della Sera con il titolo “Kamala Harris, il super-finanziatore: «I sondaggi non sono buoni come sembrano»”) vincesse, la responsabilità del suo più che probabile fallimento (ché alla fine sarebbe solo suo, della sua deriva populista e di quanti l’avranno votata abboccando all’amo) ricadrebbe su lei solamente e non sulla governance del partito.

Tanto a maggior ragione se consideriamo che il background della Harris e la sua storia personale sono in netto contrasto non solo con il suo avversario repubblicano, ma anche e soprattutto con l’attuale Presidente che nel 2020  ha preso “a bordo” la Harris per lo più per opportunismo che per altro: il che non fa che confermare tutte le riserve sin qui espresse visto il sospetto calore con il quale lo stesso Biden ed il suo entourage hanno sponsorizzato la Harris che giustamente, durante un comizio in North Carolina la scorsa settimana, ha espresso il suo fermo convincimento “(…) che questa elezione riguarda due visioni molto diverse del futuro”, visto che “La nostra si concentra sul futuro, mentre l’altra si concentra sul passato”.

Recita un antico aforisma dalla incerta paternità (vi è infatti chi l’attribuisce al politico filosofo e scrittore britannico Edmund Burke, chi a Gianbattista Vico, chi a filoso e scrittore George Santayana…) che “Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”: un aforisma che qui, a quanto sembra,  torna utile prendere in considerazione se, dopo tutto quanto è successo, vi è ancora chi si dichiara convinto, a fine Agosto 2024, di poter individuare nella vaghezza della Harris, nel suo evitamento strategico di ogni descrizione dettagliata di come potrebbe essere la sua presidenza, l’asso nella manica della sua campagna elettorale per ora tutta all’insegna di un bluff.

Un bluff passato sotto silenzio in virtù del clima da “luna di miele” di cui la Harris ha goduto e sta ancora godendo anche grazie ad un atteggiamento alquanto benevolo della grande stampa americana: quella stessa grande stampa che, almeno per ora, non le sta chiedendo conto né dei suoi voltafaccia politici (come quello sul fracking) né del fatto che continui in qualche modo a sottrarsi ai giornalisti (durante i primi 18 giorni di campagna non ha rilasciato interviste o tenuto conferenze stampa il che lascia supporre che abbia rispettato e stia in qualche modo rispettando una consegna ben precisa).

In questo infinitamente avvilente gioco delle parti, che a tratti ricorda i discorsi e gli atteggiamenti del peggiore populismo bipartisan europeo, quello, tanto per capirci, che in un Paese come l’Italia ha assunto le forme di partiti politici come Il Movimento 5 Stelle, la Lega per Matteo Salvini premier e dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, ed in uno come la Francia ha assunto quelle del Rassemblement National di Marine Le Pen (tanto per non parlare delle derive populiste simil inclusiviste, simil ecologiste, simil ambientaliste, simil ‘di tutto e di più’ dei vecchi partiti politici della defunta Era delle Ideologie spentasi poco serenamente nel lontano 1989), abbiamo che a riportarci con i piedi per terra sono fortunatamente giunte le meritorie riflessioni di Chauncey McLean, il Presidente di uno dei più grandi finanziatori della campagna elettorale del Partito Democratico statunitense, il Super Pac Future Forward.

Ed infatti il 19 Agosto 2024, parlando alla University of Chicago, Chauncey McLean ha  messo in guardia gli ottimisti supporters di Kamala Harris riferendo che i sondaggi di opinione di cui il suo gruppo dispone erano assai meno rosei di quelli pubblici diffusi ad uso e consumo degli elettori Democratici, sondaggi che mettono in evidenza le difficoltà che la Harris dovrà affrontare per prevalere negli Stati chiave. 

Queste in sintesi le sue parole, parole che la stampa internazionale occidentale ha per lo più preferito passare sotto silenzio: “I nostri numeri sono molto meno rosei di quelli che vedete pubblicati” in quanto se è pur vero che Kamala Harris cavalca un’onda di sondaggi pubblici a suo favore (l’osservatorio FiveThirtyEight al 19 Agosto 2024 le attribuiva il 46,6% dei consensi contro il 43,8% del repubblicano Donald Trump, e tutto lasciava prevedere che avrebbe preso il sopravvento in diversi sondaggi pubblici in stati chiave), è altrettanto vero che questi dati cozzano con quelli fatti rilevare ed elaborare dal gruppo di finanziamento Future Forward.

Il perché di questa prudenza non può essere compreso se non diamo prima una occhiata al sistema elettorale americano.

Per noi Italiani, ma non solo per noi, abituati ad un sistema elettorale completamente differente, il processo che porta all’elezione del Presidente degli USA risulta essere abbastanza difficile da comprendere e di conseguenza risulta ancora più complesso interpretare i dati dei sondaggi che solitamente sono letti andando a confrontare le percentuali stimate di potenziali consensi: in altri termini per noi un 46,6% di consensi pro Harris a fronte di un 43,8% di consensi pro Trump si traduce automaticamente in una attesa vittoria di Kamala Harris, Peccato che le cose negli Stati Uniti non siano così automatiche perché negli USA raccogliere più voti non equivale a vincere ed il perché è presto detto.

Per prima cosa vi è da dire che le incongruenze tra il sistema americano e quello, ad esempi,  italiano sono dettate principalmente dalla diversa forma di governo dei due Paesi: l’Italia è una Repubblica parlamentare, mentre gli Stati Uniti sono una Repubblica presidenziale; ciò significa che il Capo di Stato, ovvero il Presidente, è anche a capo del Governo, quindi esercita sia il potere esecutivo, che quello rappresentativo.

Entrando nel dettaglio del meccanismo elettorale USA si ha che questo prevede che pochi mesi dopo la “Convention”, individuate che siano le nomine ufficiali del Partito Democratico e di quello Repubblicano per i ruoli di Presidente e Vicepresidente, la parola passa ai cittadini con la formula del suffragio universale che viene esercitata nel proprio Stato dell’Unione con un meccanismo indiretto, ovverosia non votando direttamente per il candidato alla Casa Bianca preferito bensì per un suo rappresentante, detto anche “grande elettore”.

Ora poiché la maggior parte degli Stati dell’Unione usa il sistema maggioritario, ecco che da ciò discende che il candidato, in caso di vittoria nella regione in questione, otterrà tutti i grandi elettori associati ad essa cosicché come nel caso dei delegati, questi speciali rappresentanti sono delle persone affiliate ad un Partito  o ad un candidato in particolare, tuttavia non mancano senatori e governatori. Per legge queste persone devono essere formalmente nominate dal Partito o dal determinato concorrente e sono 538 in totale, ovverosia tanti quanti sono i membri presenti al Congresso più tre ulteriori rappresentanti del distretto di Washington e sono distribuiti nei vari Stati –e questo è il nodo cruciale– in base al numero di abitanti che vi risiedono: così, ad esempio, il numero di grandi elettori dell’Iowa sarà minore rispetto a quelli del Texas.

Successivamente, questi speciali elettori andranno a comporre il collegio elettorale del proprio Stato che, a metà Dicembre, si riunirà per la votazione del Presidente degli Stati Uniti. Questo dal punto di vista pratico vuol dire che non tutti gli Stati dell’Unione pesano nello stesso modo in quanto ciò che maggiormente conta è la vittoria in quelli che permettono di ottenere la nomina del maggior numero di “grandi elettori” visto che al giorno d’oggi nella maggior parte dei casi, questi si limitano a votare il candidato a cui sono legati. (Detto per inciso la precisazione non è oziosa in quanto la vecchissima Costituzione americana non lo impone: per tutto il ‘700, e per buona parte del ‘800, questi “Grandi elettori” ricoprivano un ruolo molto più incisivo, poiché agendo senza vincolo di mandato, erano legittimati a votare per qualsiasi soggetto volessero).

Infine, ai primi di Gennaio, il Congresso, riunito in seduta comune, sarà incaricato di conteggiare i voti: questa fase è fondamentale perché il Capo di Stato può essere regolarmente eletto solamente nel caso in cui si aggiudichi il voto di almeno 270 “grandi elettori”; nel remoto scenario in cui questa situazione non si verifichi sarà il Congresso a nominarlo ed eleggerlo.

Ora, Chauncey McLean, avendo ovviamente ben presente questo meccanismo ha predisposto un’enorme operazione contemplante, tra le altre cose, la creazione e la verifica di circa 500 annunci digitali e televisivi per Biden e di circa 200 per la Harris, nonché un sondaggio che ha coinvolto circa 375.000 Americani nelle settimane successive alla presunta candidatura democratica della Harris risalente al 22 luglio 2024. Per somma McLean avendo a disposizione qualcosa come 250 Mln di USD da spendere, ha previsto pure un’ondata di pubblicità dal digitale alla televisione tra il Labor Day del 2 Settembre e il giorno delle elezioni del 5 Novembre. 

Secondo McLean la maggior parte del novello impulso impresso ai sondaggi dal subentro della Harris a Biden è stato determinato dai giovani elettori neri, una circostanza questa che ha riaperto la competizione negli Stati della Sunbelt come Nevada, Arizona, Georgia e North Carolina, che i Democratici avevano già ampiamente letteralmente perso negli ultimi giorni della campagna di Biden, cosicché al momento la Harris, forte della rimessa in gioco dei Democratici in ben sette Stati (i quattro citati più la Pennsylvania, il Wisconsin ed il Michigan), ha la possibilità di dare il via ad una inversione di tendenza completa rispetto a quella di quando Biden era in lizza, avendo cura di tenere presente che la Pennsylvania rimane lo Stato più importante nell’analisi del gruppo.

 
   

 

Tanto si evince anche, per doverosa verifica, da una semplice  consultazione del sito “2024 Presidential Election Polls” o, in alternativa, dall’Osservatorio FiveThirtyEight ed in particolare dalla pagina “Who Is Favored To Win The 2024 Presidential Election?” In foto la situazione aggiornata al 26 Agosto 2024 come proposta dall’Osservatorio 538, ma ovviamente vi sono molte altre variabili in gioco.

La partita è indubbiamente aperta e la Harris deve puntare, come già sottolineato, su neri, ispanici e giovani, e quanti si uniformano al pensiero dominante, come è ovvio che, nonostante tutto, gli stessi potenziali elettori non possano ancora essere riguardati come acquisiti in quanto giustamente non del tutto convinti a causa del fatto che, come ha sottolineato McLean, i sondaggi mostrerebbero che il pubblico desidera da Harris posizioni politiche più dettagliate: certamente non programmi già scritti, ma nemmeno le banalità generiche che abbiamo visto essere il cavallo di battaglia di una Harris che non potrà esimersi dall’entrare nel merito di due temi fondamentali: l’economia e il costo della vita, e le differenze dal ben poco poco convincente Biden.

Guarda caso proprio le stesse questioni su cui la pungolano, da tempo, Trump e i suoi. Se ora a questo aggiungiamo l’affaire Zuckerberg–COVID–META non resta che attendere il 10 Settembre 2024.

Non secondarie, dati i tempi, potrebbero diventare a sorpresa anche le questioni di politica estera per tutto quanto attiene al ruolo che potrebbero giocare sulla campagna presidenziale USA gli sviluppi imprevedibili ed inaspettati di due conflitti (quello in Ucraina e quello in Medioriente) ed un contenzioso (Taiwan) ancora in atto.  

Confortano per certo questa lettura dei fatti:

  • la notizia di certe dichiarazioni di Donald Trump, che sembrerebbero deporre a favore dell’intenzione del Tycoon di mollare Taiwan al suo destino: una opzione che farebbe uscire le società occidentali dei semiconduttori dalla comfort zone di questi anni, una comfort zone che ha un nome ben preciso, ovverosia quello della TSMC. Come noto TSMC è un acronimo che sta per Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, che al momento rappresenta il più grande produttore indipendente di semiconduttori al mondo, con sede principale presso lo Hsinchu Science Park di Hsinchu, dal quale dipendono un po’ tutti i partner americani ed europei, come i giganti Nvidia ed Apple, tanto per citarne qualcuno tra quelli più in vista. L’arrivo di questa notizia ha fatto sì che il mercato abbia punito pesantemente le società statunitensi ed europee del silicio. Tanto a maggior ragione allorché è circolata la notizia relativa all’intenzione di Washington di inasprire le restrizioni all’esportazione di tecnologia avanzata per semiconduttori in Cina al preciso scopo di impedire a Pechino di accedervi: un’opzione che non poco ha colpito l’ASML (ovverosia il fornitore olandese di apparecchiature per la produzione di chip) le cui azioni hanno fatto registrare, all’atto della diffusione della notizia, una repentina flessione del 9% nonostante che la stessa avesse battuto le stime sugli utili del secondo trimestre. Analoghe flessioni hanno interessato le quotazioni delle azioni dell’azienda statunitense leader nella produzione di processori del tipo AI Nvidia (–6%), della multinazionale statunitense Advanced Micro Device-AMD (–7,5%), come pure, anche se di minore entità, quelle della Qualcomm, della Broadcom, della Micron Technology e della Arm, con l’eccezione della statunitense Intel il cui titolo ha fatto registrare un +5%. Un apprezzamento che ne ha premiato gli sforzi volti al conseguimento dell’assoluta autonomia grazie ad una strategia di lungo periodo che prevede pure la costruzione di numerose foundries dì semiconduttori in tutto l’Occidente al fine arrivare ad un’autonomia produttiva importante che svincoli il destino dei propri chip da tutto quanto accade in Asia. Anche il piccolo produttore a contratto GlobalFoundries è salito di oltre l’13%: un chiaro segnale di sfiducia nel leader TSMC. Interessante notare come tali risultati siano il frutto di scelte aggressive operate negli ultimi mesi dall’amministrazione Biden in perfetta sintonia con la filosofia di Donald Trump che promuove da tempo una salutare de–globalizzazione all’insegna del “mai più regali di know–how a Beijing” in particolar modo per tutto quello che concerne i prodotti altamente tecnologici del tipo AI che favoriscono ulteriormente la capacità produttiva a basso costo del Dragone e la sua competitività sui mercati. Nell’ottica di una tale politica è oltremodo evidente che rischiare un conflitto con la PRC avente per oggetto del contendere la difesa della sovranità di Taiwan non è cosa che possa essere attuata da Biden, non così dicasi per Trump per l’atipicità del personaggio.
  • La posizione di Trump e quella dell’establishment USA (quindi dell’accoppiata Biden–Harris) sulla questione Gaza, che ci ha già mostrato una Harris oltremodo contraddittoria ed in palese imbarazzo

A questo punto non resta che attendere con pazienza il corso degli eventi di una vicenda elettorale che sicuramente rappresenta uno spartiacque nella storia dell’intero Occidente e della cui portata pochi paiono essersi resi pienamente conto soprattutto in Europa. (fine)

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