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POLITICA E FINANZA, COSA BOLLE IN PENTOLA

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di Giuseppe Augieri

“C’è una fazione della finanza che, per frenare i tre colossi del risparmio favorevoli ai Democratici, vuole Trump”. Lo dice Alessandro Volpi, che “qualcosa” ne capisce. Una cosa è certa: in due giorni la borsa di Tokyo è scesa ieri di oltre il 12% e si è riapprezzata quasi del tutto oggi.
Ma non è un gioco alla pari: c’è chi ha guadagnato centinaia di miliardi e chi li ha persi. Quello che viene suggerito è che si è avviata, o forse incattivita, una guerra tra finanzieri con obiettivi politici. Una ipotesi per me credibilissima.

Diventerebbe arido, e inutilmente didascalico, citare gli elementi di economia che sono alla base di questo sommovimento. Magari sarebbe interessante quanto meno “rivalutare” la politica industriale democratica degli USA. Al di là delle mano tesa alle imprese (che sono riusciti così a innalzare il valore del rapporto tra prezzo e utile portandolo al 21, quando storicamente è 16,5), l’esposizione passiva netta verso l’estero degli USA è di 21mila miliardi di dollari. La ricetta di Biden, l’iniezione gigantesca di spesa pubblica, ha fatto aumentare a dismisura il debito.
Come sempre, quando si parla di USA, gran parte di esso viene pagata, indirettamente, non dagli USA. Perciò ogni segnale, anche piccolo, che può far pensare ad una recessione, spaventa i mercati. Questi segnali si sono appalesati, ed in parte erano da prevedersi. Tutto vero. Ma quanto pesa, sul lunedì nero delle borse, la vendita di azioni Apple da parte di Warren Buffet per 72 miliardi (!!!) di dollari? Spiccioletti per Buffet, ma capaci di scatenare il putiferio facendo affidamento su una Borsa, sempre più soggetta agli algoritmi (leggi anche AI). Ma questo è un discorso a parte.
Ritorna il tema sempre lasciato sullo sfondo: il denaro non è un servo, ma il padrone. Quando si accusa la dirigenza politica europea di essersene fatta se non schiava almeno portatrice dei suoi interessi, non si fa solo un’analisi politica, ma si prospetta una condizione che è, contemporaneamente, ineludibile ma anche inaccettabile. L’accusa non è, per me, un attacco alla sinistra, che della governance europea è stata protagonista. Sarebbe una sterile accusa perché nessuno spiega come si sarebbe dovuto comportare altrimenti, entrando in rotta di collisione con la grande finanza, chi governa una istituzione che oltretutto è asfittica, ed ora stretta – vaso di coccio – tra due contendenti al dominio mondiale. Ciascuno con alle spalle capitali incredibilmente potenti.
Ma non è argomento che può essere sottaciuto. Come invece si fa.
Ho, alcuni mesi fa, considerata l’ipotesi di contrattare con questa immensa forza – non potendosi scontrare frontalmente e dunque senza finti puritanesimi – lo sviluppo di politiche che dessero maggiore spazio allo sviluppo del welfare, grande assente nelle discussioni politiche europee. Si, assente. Il green non è welfare. I sostegni all’Ucraina, e tra poco alla guerra di Israele, non sono welfare. Lo spostamento dei capitali verso l’industria bellica non è welfare. Le regole sulle sostenibilità dei debiti sovrani non sono welfare. Ma queste ultime sono il cavallo di Troia che consente alla grande finanza di entrare, con la massima facilità, nelle gestioni dei diversi Paesi, interferendo con l’autonomia delle loro politiche e anche della loro dirigenza. Indoviniamo chi lo pagherà.
Una volta sfumata l’ubriacatura di polemiche folli, che vanno fino a quelle sul sesso degli atleti alle Olimpiadi, l’ipotesi che la grande finanza interferirà pesantemente con la situazione europea, anche e soprattutto passando per la messa in discussione delle situazioni interne e delle posizioni assunte dai Paesi che la compongono, mi sembra ritornerà prepotentemente alla ribalta.
Non so quando siano concrete le ipotesi sviluppate da Marcello Veneziani circa pressioni in atto, sull’ Italia, per una “staffetta” di Governo già all’inizio dell’autunno. Concordo con Cacciari che bastano due pomeriggi, ai mercati, per rovesciare (io dico con un “golpetto finanziario”) il governo in carica. E’ già successo una volta, e ancor non lo si capisce. Qualche segnale ora lo si scorge. I fratelli Berlusconi in campo; Renzi che “riflette”; Tajani con qualche imbarazzo, qualche movimento ingiustificato nello spread….
Quello che non si vede, e fare polemiche sterili rende più facile tenerlo ai margini, è cosa si agita, non solo nell’opposizione, ma anche nel governo se questa ipotesi fosse vera. Perché è evidente che solo uno sprovveduto – a quei livelli – non si accorgerebbe della manovre in atto. E dunque vorrei capire, e ne sono spaventato, quali sono le azioni che si stanno mettendo e si metteranno in campo per favorire o contrastare questo disegno, o quanto meno deviarne gli effetti finali.
Solo una sbornia di mezza estate? Possibilissimo. Ma io un pizzico di attenzione lo metterei in campo.

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