Home Opinioni PENSIONI E PREVIDENZA, RICERCARE EQUITA’ E SOSTENIBILITA’

PENSIONI E PREVIDENZA, RICERCARE EQUITA’ E SOSTENIBILITA’

0

di Alberto Brambilla*
Meno assistenzialismo, più controlli e innalzamento dell’età pensionabile (con flessibilità) sono misure essenziali per la tenuta della nostra previdenza: una questione di sostenibilità e di equità per un sistema che si confronta non solo con una delle aspettative di vita più elevate al mondo ma anche con pesanti disparità a carico dei cosiddetti “contributivi puri” 
 

La società italiana, come tutti i Paesi ad alto e medio reddito, si è trasformata e invecchia. Nel 1939 l’aspettativa di vita alla nascita era pari a 59 anni e mezzo, per poi scendere nel 1943 a causa della seconda guerra mondiale a 49 anni, e risalire a 59 anni nel 1946. Quindi, dalla fine della seconda guerra mondiale in Italia, la vita media si è allungata di oltre 23 anni: un regalo immenso, quasi un terzo di vita in più, che però abbiamo usato molto male dato che l’aspettativa di vita in buona salute in media arriva a 11-12 anni. Sempre nel 1939 la mortalità infantile nei primi 5 anni di vita colpiva 170 nati ogni mille ma molti altri non arrivavano ai 18 anni mentre oggi si è pressoché azzerata, e la popolazione che era per oltre la metà rurale e agricola è occupata nell’industria e nel terziario. Per le donne, la metà della popolazione italiana, la parità di genere non è completamente raggiunta ma rispetto al 1946, quando con enorme ritardo è stato dato il diritto di voto e agli anni Sessanta, le scuole superiori e l’università vedono oggi una prevalenza femminile.
Per tutte queste ragioni la demografia per il nostro Paese è già scritta e la composizione per età nel 2045/50, picco massimo dell’invecchiamento, salvo improbabili e non auspicabili grandi flussi migratori, è già nota nei minimi particolari. Ciò avrà grandi riflessi sul nostro modello di welfare e, in particolare, su pensioni, sanità e soprattutto sostegno per la non autosufficienza, considerando che gli ultra65enni sono oggi il 24% della popolazione (14,16 milioni) e sono destinati a diventare oltre il 35% nel 2045/50. Gli ultraottantenni, oggi quasi 4,5 milioni, gli ultranovantenni (circa 800mila) e ultracentenari oggi oltre 20mila, allo stesso modo, sono destinati a raddoppiare entro il 2045/50.
In questa sede ci occuperemo di previdenza lasciando a un intervento successivo sanità e non autosufficienza. Per le pensioni, anzitutto, occorre correggere la riforma Fornero che ha diviso in due le platee dei lavoratori: i misti, cioè quelli che hanno iniziato a lavorare prima del 31 dicembre 1995, e i contributivi puri che hanno iniziato a lavorare dall’1 gennaio 1996. In un sistema pensionistico a ripartizione che sottende un forte patto intergenerazionale non si possono avere regole così diverse, con prestazioni addirittura peggiorative per i contributivi, quindi le proposte che seguono si intendono applicabili in modo identico alle due platee. La prima cosa, seppur molto impopolare ma necessaria per garantire la sostenibilità del sistema per i nostri figli e nipoti già gravati da un enorme e non etico debito pubblico (nel 2025 sfonderemo i 3 mila miliardi di debito e gli oltre 90 miliardi l’anno di spesa per interessi), è l’aumento delle età per il pensionamento pur con le flessibilità insite nel metodo di calcolo contributivo.
Iniziamo con le pensioni e gli assegni sociali che, nel 2023, sono circa 820 mila (in continuo aumento) per un costo di 4,1 miliardi: si tratta di soggetti che in 67 anni di vita hanno versato pochi o zero contributi e quindi zero tasse, sconosciuti al fisco e all’INPS che però, raggiunti i fatidici 67 anni, si ricordano di essere italiani e quindi passano alla cassa senza che nessuno chieda cosa hanno fatto nella vita. L’INPS paga e basta. Non sono né inabili né invalidi civili, INPS o Inail (che in totale ammontano a 4,5 milioni, il 28,6% dei pensionati se si considerano i 110mila pensionati guerra) e quindi sarebbe utile sapere cosa hanno fatto in tutta la loro vita: lavoro irregolare o, peggio, malavitoso? Sarebbe dunque opportuno, salvo problemi di salute, portare l’età della pensione sociale a 70 anni e da subito introdurre controlli ex ante come accade in molti Paesi Europei dove, superati i 30-33 anni, se non si è mai fatta una dichiarazione dei redditi si viene convocati dalle autorità fiscali che chiedono di dimostrare di cosa vivono loro e le loro famiglie. Così facendo, ridurremo certamente l’evasione fiscale e contributiva e miglioreremo occupazione e sostenibilità pensionistica. Purtroppo, anche questo governo ha fatto l’opposto tagliando brutalmente le indicizzazioni all’inflazione dei pensionati che hanno sempre pagato tasse e contributi e aumentato molto più dell’inflazione le pensioni di quelli totalmente o parzialmente assistiti e a carico della collettività che sono ben il 47% dei 16,13 milioni di pensionati, un’enormità!
Le pensioni di vecchiaia presentano invece un flusso annuo di circa 265mila nuovi pensionati e uno stock di 4,85 milioni di posizioni in essere alla fine del 2023, di cui 2,4 milioni, quasi il 50%, integrate al minimo e almeno una metà beneficiarie delle oltre 1,2 milioni di maggiorazioni sociali; la maggior parte dei pensionati di vecchiaia in 67 anni di vita non ha versato contributi per raggiungere il minimo (535 euro al mese) e quindi nemmeno 20 anni di contribuzione effettiva (hanno in media almeno 5 anni di contributi figurativi per periodi di disoccupazione, malattia e così via). Anche per questi occorrerebbe adeguare l’età di pensionamento al crescere dell’aspettativa di vita, aumentare a 25 anni per tutti, misti e contributivi, il minimo contributivo ed erogare la pensione solo se l’importo a calcolo della pensione è pari a 1,5 volte l’assegno sociale (703 euro mese). Diversamente la pensione verrà erogata a 70 anni. Invece l’attuale esecutivo, nella scorsa Legge di Bilancio, ha fatto esattamente il contrario di quello che si dovrebbe fare equitativamente: ha alzato per i contributivi da 2,8 a 3 volte l’importo dell’assegno sociale per beneficiare della pensione di vecchiaia anticipata, penalizzando operai e impiegati e favorendo i lavoratori ad alto reddito, ed eliminato il vincolo di 1,5 volte l’assegno sociale per i pensionati di vecchiaia aumentando così l’assistenzialismo e i costi a carico impropriamente del sistema pensionistico.
Per la vecchiaia anticipata si dovrebbe infine partire dai 64 anni adeguati all’aspettativa di vita con almeno 38 di contribuzione e massimo 3 anni (dovrebbe valere per tutte le tipologie di pensioni) di contribuzioni figurative, mantenendo fissi e non adeguabili all’aspettativa di vita i 42 e 10 mesi di anzianità contributiva per i maschi e 41 anni e 10 mesi per le donne. La riforma delle pensioni, con l’estensione delle integrazioni anche ai contributivi e una revisione della previdenza complementare, sarebbe fatta definitivamente almeno per i prossimi 10 anni. Non è una cosa da supercommissioni!

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui