
di Giulio Galetti
Esiste un MOMENTUM preciso per tutto e tutti.
Anche per Matteo Renzi, schiantatosi di recente contro la sua ambizione giustapposta a quella di un altro protagonista con un EGO altrettanto smisurato.
Esiste spazio per una forza moderata e attenta alle esigenze dello sviluppo economico contemperato da una attenzione al sociale?
Ci sono opportunità per chi richiede riforme per il progresso e la crescita ?
È possibile ridare forza e priorità a chi produce e genera risorse sui mercati?
La risposta era un SI convinto a tutti e tre gli interrogativi. Su questo si è articolato il programma comune di IV e Azione presentatisi insieme alle politiche del 22 dopo molteplici tentativi e con l’indubbio ‘sacrificio’ di Renzi che accettò il nome del rivale nel simbolo.
Un programma che raccolse consensi inattesi al nord e nelle metropoli, Milano al 15,2%
Al sud (ovviamente) un programma che privilegiava la crescita e ridimensionava la redditanza di cittadinanza non aveva molte chances. E di conseguenza le buone performances a due digit del centro nord, sono state ridimensionate nei collegi del Sud e, soprattutto in quelli delle isole, laddove se non parli di contributi a pioggia non ti considerano proprio.
Renzi e Calenda, in questo scenario avevano raggiunto il 7,8% dei consensi, ovvero la dimensione media dei partiti riformisti e liberisti europei.
Ed è stata proprio l’Europa, due anni dopo, la buca in cui sono caduti. Divisi e marginalizzati grazie alla reciproca avversione, diventata cronica e personale, si arrovellavano su come continuare a mantenere non tanto il consenso, quanto i “posti” e le posizioni per la propria compagine e per sé stessi.
Carletto dei Parioli, incerottato dopo il 3,31% pare continui tutt’ora a tracciare una sua discreta e silenziosa opera diplomatica con l’ala riformista del PD.
Matteo di Sarawack (indimenticabile la sua foto opportunity al matrimonio indiano) andato sotto al 3%, con un’altra mossa del cavallo (probabilmente fatale) punta dritto al dialogo con Elly e con Giuseppi scavalcando le figure intermedie.
Un cammino di 5 anni rinnegato per tornare o confluire sotto i rami di un nuovo Ulivo, in campo largo però.
Carletto almeno tace, Matteo (ahimè) straparla illudendosi di essere ancora determinante, mentre i consensi si dileguano come neve al sole.
I maggiorenti del PD non sono famosi per la clemenza e l’intervista rilasciata da Goffredo Bettini in merito ai nuovi posizionamenti di Renzi e di Calenda è la dimostrazione di questa cinica predisposizione al massacro di chi viene considerato un pericolo per la stabilità interna del partito democratico.
Matteo e Carletto irrilevanti per Goffredo Bettini, e da lasciare ai margini, come consiglia pubblicamente a Elly Schlein, dopo le finte aperture iniziate negli spogliatoi dello stadio Gran Sasso d’Italia.
In questo scenario Renzi fa un Harakiri memorabile. Dopo aver caldeggiato (3 Luglio) un nuovo congresso rifondativo che cambi simbolo e leader, (vedi quanto è generoso… si leggeva nei commenti dei FANatici) dopo 2 settimane cambia idea, e di brutto!
Niente congresso, niente nuovo simbolo e soprattutto ITALIA VIVA c’est moi,
A questo punto anche l’assemblea è inutile. Il partito è suo.
Peccato che ciò che ne resta non sia che il retaggio di una insipienza politica improvvisa che ha folgorato il suo leader facendolo desistere dal progetto ambizioso del 2019.
Renzi e Calenda saranno quindi due teneri ramoscelli all’ombra dell’Ulivo 3.0 determinanti come il due di bastoni quando briscola è coppe





