di Marco Sarli
E adesso allacciate le cinture di sicurezza.
Il problema dei bond governativi a tassi bassissimi (ma anche di quelli Corporate emessi ai tempi della lunghissima fase dei tassi ufficiali a zero) non riguarda ovviamente soltanto le quattro banche a stelle e strisce salvate dalle Big ma in realtà a spese della collettività e con le citate perdite per i clienti per tutto quanto non era garantito, ma, come dicevo, pesa come un macigno sui conti della generalità delle banche, ove si applichi, come è doveroso fare il principio del mark to market.
E forse è questo il vero motivo per cui sia la Federal Reserve sia la BCE stanno spingendo le banche a rafforzare i loro requisiti patrimoniali pur di molto cresciuti sulla base delle sempre più stringenti previsioni provenienti da quel di Basilea (ormai giunte alla quarta versione).
Un invito rivolto da Bankitalia anche alle nostre banche che anche di recente hanno aggiunto un significativo multiplo degli extra margini di interessi a mezzi patrimoniali e, per di più, non presentando che modesti multipli, rispetto ad esempio alle banche USA tra patrimonio e capitalizzazione di borsa.
Ai malpensanti mi affretto a dire che esistono stringenti regole che impediscono alle banche di “passare” i bond svalutati ai portafogli della clientela gestita, un alleggerimento che forse qualche decennio fa era ancora possibile ma che oggi, come ho appena ricordato, è del tutto impossibile.
Se questi sono, in estrema sintesi, le vulnerabilità delle banche, vulnerabilità che si vanno a sommare alla difficile difesa rispetto a movimenti repentini in uscita da parte dei depositanti che, a torto o a ragione, vedono o vengono indotti a vedere un futuro incerto per questa o quella istituzione finanziaria, movimenti che, in particolare negli Stati Uniti, sono resi particolarmente facili dall’Home Banking.
Ma quella descritta sinora è solo una parte delle preoccupazioni che nutrivo ed esprimevo la scorsa estate e a quasi sette anni
dall’ultima puntata del Diario della crisi il mio blog di Google iniziato nel settembre del 2007 e terminato nel 2017.
Le altre forti perplessità riguardavano i mercati azionari, anche in questo caso con particolare riferimento agli indici statunitensi e ancora più in particolare le quotazioni delle principali Big Tech e pensate che allora NVidia capitalizzava meno di un terzo rispetto ai massimi raggiunti, anche se presto abbandonati, non più tardi di un mese fa.
Per dare un’idea, e’ come se le principali società europee fossero valutate dal mercato a prezzi di assoluto saldo per non parlare di molte delle banche italiane e forse anche di quelle europee.
Apparirà strano ma a dire “Il Re è nudo” è stato un signore di novantadue anni, nel mondo finanziario noto come il Leone di Omaha che anche lui qualche perplessità deve avere avuto e che, zitto zitto in mezzo al mercato, ha iniziato a gennaio di quest’anno a disinvestire da società che sono considerate pezzi pregiati del Dow Jones Industrial giungendo al top della liquidità del suo fondo cosa che, come ricordano i ben informati, ha fatto puntualmente prima di ogni crisi finanziaria, in particolar modo prima di quella del 2007-2008.
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