Home Politica estera LA CIG A ISRAELE: VIA DAI TERRITORI OCCUPATI

LA CIG A ISRAELE: VIA DAI TERRITORI OCCUPATI

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di Antonello Tomanelli

Israele deve lasciare i territori occupati «as rapidly as possible». Si è espressa così la Corte Internazionale di Giustizia nel fornire il parere richiesto dall’Assemblea Generale dell’ONU, per bocca di quegli stessi giudici che soltanto pochi mesi fa hanno deciso di non archiviare l’accusa di genocidio presentata dal Sud Africa.
A fare da sfondo la guerra dei sei giorni, quella che nel giugno 1967 consentì allo Stato ebraico di accaparrarsi i territori di Cisgiordania, Gerusalemme Est, Striscia di Gaza e alture del Golan, sottraendoli a Giordania, Egitto e Siria. Una guerra nata da una serie impressionante di equivoci, alimentati in buona parte dalle fake news di cui Mosca aveva imbottito per mesi la Lega Araba, e che prefiguravano una imminente offensiva israeliana, spingendo così l’Egitto di Nasser ad ammassare ingenti truppe ai confini con Israele e a chiudere lo stretto di Tiran, sbocco naturale per il Mar Rosso, impedendo a qualsiasi nave israeliana di uscire dal golfo di Aqaba. Il resto lo fece la decisione congiunta di Siria e Giordania di costruire una diga per deviare il corso del fiume Giordano, allo scopo di sottrarre a Israele risorse idriche vitali.
La CIG non ha affrontato direttamente la questione della guerra dei sei giorni, anche perché non sono in pochi a ricondurla ad una legittima difesa di Israele, visti non soltanto i presupposti, ma anche i precedenti. I giudici si sono concentrati sulla legittimità di quella occupazione a distanza di 57 anni, rilevando in particolare la violazione dell’art. 49, ultimo comma, della Quarta Convenzione di Ginevra: «La Potenza occupante non potrà procedere al trasferimento di una parte della propria popolazione civile nel territorio da essa occupato».
In effetti, a partire dal 1967, la costruzione di numerosi insediamenti ha consentito ai coloni israeliani di decuplicare la propria presenza nei territori occupati, Gerusalemme compresa, fino a interessare un’area complessivamente grande quanto Roma e dintorni. L’occupazione, inizialmente finalizzata alla difesa di interessi vitali dello Stato ebraico, ha finito per fungere da strumento di alterazione demografica di quei territori, finalità più volte stigmatizzata dallo stesso Consiglio di Sicurezza ONU. Mentre la pratica degli espropri di terreni appartenenti ai palestinesi, che spesso, a dispetto della stessa legge israeliana, non ricevono un solo shekel di indennizzo, di certo non ha aiutato Israele agli occhi del mondo.
Gli Accordi di Oslo del 1993, nel prevedere la creazione di tre aree di rispettiva competenza, distribuite a macchia di leopardo e prive di confini certi, hanno trasformato la Cisgiordania in una groviera di 5 mila km quadrati, in cui gli insediamenti dei coloni israeliani disseminati qua e là sono stati ricompresi nell’area sottoposta alla giurisdizione esclusiva di Israele, dove i civili palestinesi, a differenza dei coloni, soggiaciono alle leggi militari israeliane. Se un colono e un palestinese commettono un reato, il primo viene giudicato da un tribunale ordinario israeliano, mentre il secondo finisce davanti a una corte militare, che applicherà il codice penale militare. Se le carceri israeliane traboccano di palestinesi, è anche perché basta un semplice slogan o una vibrante protesta ad un check point per far scattare l’accusa di sedizione.
Una disparità di trattamento che ha indotto la CIG ad accusare lo Stato ebraico di condurre una politica discriminatoria, per giunta in territori che nemmeno la Corte Suprema considera appartenenti a Israele.
Tuttavia, il parere della CIG contrasta con diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU, che nel dichiarare illegittima l’occupazione, ha sempre condizionato l’obbligo di Israele di ritirarsi dai territori occupati «al rispetto e al riconoscimento della sovranità e dell’integrità territoriale di ciascuno Stato e del loro diritto a vivere in pace all’interno di confini riconosciuti e sicuri, al riparo da minacce e atti di forza», come si legge nelle Risoluzioni 242, 338 e 446. Per la CIG, invece, Israele deve ritirarsi dai territori occupati «as rapidly as possible».
Un parere che sembra peraltro non tenere conto di un aspetto fondamentale: Israele non si ritirerà mai dai territori occupati, almeno fino a quando non otterrà sufficienti garanzie che quei territori, una volta liberati, non saranno governati da soggetti che vorrebbero cancellarlo dalle mappe. E il fitto lancio di razzi sulle città israeliane, accompagnato dai continui anatemi provenienti da personalità di spicco del mondo musulmano, di certo non aiutano. Il sacrosanto principio di autodeterminazione del popolo palestinese va necessariamente coniugato con il diritto di Israele alla propria sovranità, che consiste anche nel poter garantire al proprio popolo un’esistenza non segnata da un terrore pressoché quotidiano.
Perplessità ancora maggiori suscitano le opinioni messe a verbale dal presidente della CIG, il libanese Nawaf Salam, che la vede in questo modo: ogni Stato dovrebbe negare qualsiasi tipo di aiuto a Israele, soprattutto economico e militare. Cosa che se attuata farebbe scattare, per i motivi che sono noti a tutti, il count down della sua estinzione, questa sì «as rapidly as possible», almeno negli auspici di quelle forze che circondano Israele e che continuano a vederlo come il fumo negli occhi. Ma un conto è se simili dichiarazioni vengono fatte dal capo di Hezbollah. Altro se provengono dal presidente di una delle istituzioni più importanti e prestigiose delle Nazioni Unite.

 

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  • Redazione

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