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IMPARARE A DIRE NO A CHI CI IMPONE IL SUO MODO DI PENSARE

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Federico Faggin, nel suo “Oltre l’invisibile: Dove scienza e spiritualità si uniscono” (Mondadori), scrive: “Dobbiamo imparare a dire di no a coloro che ci impongono il loro modo di pensare. Ma, ancora di più, dobbiamo fare lo sforzo di conoscere più a fondo chi siamo e che cosa vogliamo davvero, perché questa è la nostra responsabilità più profonda. Solo se manteniamo vivo e coltiviamo il nostro mondo interiore, e se impariamo a osservarci con onestà e integrità, potremo smettere di accettare acriticamente ciò che ci viene detto, soprattutto se proviene da fonti considerate autorevoli”.

Il suggerimento vale più che mai oggi a fronte di un mondo dove i media inscenano narrazioni che rispondono ad interessi che ben poco hanno a che fare con la realtà.

Ritrovare il nostro mondo interiore, interrogare noi stessi, cercare di capire chi siamo e cosa vogliamo veramente è fondamentale per essere liberi, ma è altrettanto fondamentale imparare a non bere tutto quello che ci è propinato ogni giorno, a diventare degli apoti, a cercare le notizie e le loro fonti, a confrontare opinioni, a non farci suggestionare, a cercare di capire il perché di fatti e di notizie.

Prendiamo un esempio attuale.

Kamala Harris, che fino a prima della rinuncia di Joe Biden a correre per la Casa Bianca era data come assolutamente fuori gioco, con gradimenti a una cifra, improvvisamente, in due giorni, è stata indicata davanti a Donald Trump 44% a 42% in un sondaggio di Reuters-Ipsos (istituto statistico francese) tra gli elettori registrati.

Se ci chiediamo per quale motivo si sparano cifre al vento, probabilmente, anziché bere, possiamo giungere alla conclusione che da qui alla Convention di agosto i sondaggi saranno propaganda interna, ossia volti a convincere i delegati a scegliere Kamala Harris come la donna vincente.

Se per convincere Joe Biden alle dimissioni Nancy Pelosi gli ha mostrato sondaggi disastrosi, è del tutto improbabile che in due giorni Kamala Harris abbia stravolto la situazione.

Ergo. Impariamo a dire no a chi ci vuole imporre il proprio modo di pensare e cerchiamo di capire, anche sulla base delle analisi di chi la realtà la conosce a fondo e non è, peraltro, accusabile di essere dalla parte di Trump.

Federico Rampini, giornalista, scrittore, attento conoscitore della realtà americana, ha scritto sul Corriere della Sera ponendosi la questione del gradimento elettorale.

Rampini mentre sottolinea il subitaneo sostegno di George Soros e di vari attori e cantanti e il fatto che non è “una gran novità quella che i democratici abbiano dalla loro parte i miliardari”. 

“Il potere del capitalismo americano, Wall Street, la Silicon Valley – sostiene Rampini – da molto tempo finanziano più il Partito democratico che non quello repubblicano”, ma “all’ultima convention repubblicana ha parlato invece il capo del sindacato dei Teamsters”. 

“Ecco – sottolinea Rampini – , la classe operaia è la vera posta in gioco di questa elezione, perché ricordo che gli Stati in bilico, quei quattro, cinque, sei Stati dove si gioca veramente l’elezione perché sono quelli che possono oscillare da un campo all’altro sono soprattutto stati del Midwest, stati industriali, Stati operai”.

Non sarà facile per Kamala Harris competere non tanto con Trump, ma con J.D.Vance, il vice designato dall’ex presidente, il quale è cresciuto tra Middletown, in Ohio, e Jackson, in Kentucky, si è arruolato nei Marines dopo il diploma, ha prestato servizio in Iraq, si è laureato in legge a Yale, ha attivato un’azienda di successo nella Silicon Valley, ma, soprattutto è un hillbilly, ossia uno che la classe operaia, il mondo del lavoro li conosce perché è uno di loro.

Come ben spiega chi si intende di propaganda, tu puoi convincere uno delle tue idee, ma se lo convinci di essere una certa persona e non un’altra, allora si comporterà nell’orizzonte di quella sua intima convinzione del suo essere.

Come può Kamala Harris essere convincente se il suo intimo sentire è quello di chi l’ha creata come personaggio, ossia il mondo della finanza, quello di Hollywood, quello californiano woke? Come può parlare alla classe operaia chi non sa nemmeno cosa sia?

Per diplomarsi e laurearsi J.D.Vance ha scaricato piastrelle, poi è andato a combattere in Iraq nel corpo dei Marines.

In “Elegia americana”, libro di testimonianza, scritto quando aveva 31 anni, Vance descrive il mondo degli agricoltori e della classe operaia degli Appalachi e di quelle che sono state le città industriali d’America senza veli, con un’adesione alla realtà che impressiona soprattutto per il destino riservato alla struttura produttiva del Paese dalla logica folle della globalizzazione.

“Sono nato – scrive Vance – in una famiglia povera della Rust Belt, in una cittadina dell’Ohio che era cresciuta intorno a un’acciaieria e che non ha fatto altro che perdere posti di lavoro e speranze. […]. Dalla bassa mobilità sociale alla povertà, dalla diffusione dei divorzi alla droga endemica, la mia patria è un luogo di infelicità”.

In queste poche righe c’è il dramma della finanziarizzazione dell’economia e della globalizzazione, che hanno gettato nella miseria i bianchi d’America, i quali, ora, grazie ai fighetti woke, dovrebbero anche genuflettersi in un lavacro penitenziale per essere quello che sono: lavoratori bianchi, figli di immigrati (come tutti gli Americani, ad eccezione dei Nativi).

Kamala Harris è l’eponente del mondo della finanziarizzazione e della globalizzazione.

Vance è un hillbilly.

“Sì, sono bianco – scrive il cattolico Vance – , ma non mi identifico di sicuro nei WASP, i bianchi anglosassoni e protestanti del Nordest. Mi identifico invece con i milioni di proletari bianchi di origine irlandese e scozzese che non sono andati all’università. Per questa gente, la povertà è una tradizione di famiglia: i loro antenati erano braccianti nell’economia schiavista del Sud, poi mezzadri, minatori e infine, in tempi più recenti, meccanici e operai. Gli americani li chiamano hillbilly (buzzurri, montanari), redneck (colli rossi) o white trash (spazzatura bianca). Io li chiamo vicini di casa, amici e familiari”.

Ecco il punto. Gli Stati in bilico, come scrive Rampini, sono Stati operai.

Sarà opportuno appuntare l’attenzione sulla realtà di quegli Stati e dire di no a chi ci vuole imbonire.

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  • Redazione

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