
di Paolo Raffone
La gioiosa macchina da Guerra americana vive una lunga e terrificante transizione interna. Una transizione che diventa sempre più pericolosa per gli Stati Uniti, ma anche per gli europei e per la stabilità mondiale.
Per capire di che stiamo parlando, percorriamo brevemente l’antefatto fino ai nostri giorni.
Sebbene nel solco della tradizione REP, le presidenze di Reagan e Bush padre aprirono la strada all’ascesa neoliberale – il cui dogma è che economia e finanza prevalgono sulla politica – incarnata da giovani figure politiche cresciute nei nuovi think tank neoconservatori e libertari. L’apoteosi di quel processo, che nella sostanza era reazionario, si ebbe nel decennio DEM (1993-2001) incarnato da Bill Clinton e sua moglie Hillary. L’attacco alla democrazia – cioè, alla possibilità che il voto popolare trovasse una qualche corrispondenza nelle scelte dei leader eletti – fu mascherato da un’abile comunicazione giovanilistica (Change! Innovation! New economy! Progress!) che nascondeva la definitiva sopra-nazionalizzazione degli interessi economici e finanziari – dalle istituzioni alle nuvole (cloud) – rendendo impossibile qualsiasi “checks and balances”, “accountability”, e “sovereignty”. Furono seminati i semi della polarizzazione, cioè di quel processo culturale che – oggi pienamente integrato nelle menti – porta al dominio per vendetta, anche andando contro i propri interessi.
Il dogma sociopolitico (“La fine della storia”) esplose nel 2001, e quello economico-finanziario (Plenty! cioè, facile indebitamento ed esplosione dei consumi a basso costo) esplose nel 2006. La guerra a tutti e a tutto (“war on terror”) iniziata nel 2001 si è conclusa nell’ignominiosa fuga dall’Afganistan (2021), mettendo in crisi definitiva la ormai vecchia retorica dell’eccezionalità e della superiorità tecno-militare ed economica statunitense. La fasulla globalizzazione iniziata nel 1993 è durata più del prevedibile, per biechi interessi di arricchimento dei nuovi oligarchi piuttosto che per scelte politiche, fino al 2006 quando gli Stati hanno ceduto alle pressioni delle nuove lobby economiche-finanziarie inaugurando la scellerata politica della facilitazione quantitativa (Quantitative easing! Too big to fail!) e hanno inondato il sistema economico di soldi stampati dal nulla (helicopter money!). Lo “sgocciolamento” verso il basso non è avvenuto (ma guarda un po’!) mentre dall’alto un piccolo gruppo, ben meno dell’1%, ha “sifonato” le masse di trilioni di dollari, diventando più ricco, e quindi potente, di molti Stati. La conseguenza immediata è stata la distruzione della classe media, impoverita dalla conseguente spinta inflazionistica e dalle politiche di austerità (“TINA – There Is No Alternative”). È seguita la gentrificazione che, tutt’ora in corso, ha messo in crisi la teoria della rete di megalopoli mondiali (“il post Stato”), trasformatesi in contenitori di rabbia, frustrazione sociale, e immigrazione. I nuovi ricchi (spesso ex libertari ed ex trozkisti) hanno messo in atto le teorie della destrutturazione (pensata negli anni ’60). I nuovi ricchi hanno compiuto un salto qualitativo verso la “iper oligarchia” fondata sul controllo della società (Woke! Cancel culture! Identity! Ben insediata nelle strutture educative e accademiche invase da docenti DEI – Diversity, Equity, Inclusion) e, con la complicità dei neoconservatori annidati nei gangli vitali degli Stati, nei partiti politici, e nei media, hanno “occupato” lo Stato e tutti gli spazi del pubblico. Per costoro, cavalcare la polarizzazione è funzionale a creare una “monocrazia”, piantando i semi culturali favorevoli all’ “autoritarismo democratico”.
Non è quindi per caso che in quegli anni il sistema politico-economico iper-oligarchico statunitense ha prodotto Obama (2009-2016), Trump (2016-2020) e infine Biden (2020-2024). Francamente, tutte figure piuttosto inadeguate, ma sufficientemente deboli e funzionali, per gestire il tremendo trapasso di potere e di poteri interno alle società statunitense.
Veniamo all’oggi. Che vuole il sistema reale di comando e controllo degli Stati Uniti d’America?
Mentre la rappresentazione della politica americana sembra una riedizione a stelle e strisce del disastroso declino sovietico con impresentabili rimbambiti e ossessi ottuagenari – Biden=Andropov; Trump=Chernenko – il sistema di comando e controllo statunitense, cioè gli iper-oligarchi e gli apparati statali (deep state), ha mandato messaggi inequivocabili: Biden è stato ridicolizzato da tutti i media, soprattutto quelli decisamente DEM come il NYT, ed è stato costretto a ritirarsi con la complicità del Covid; Trump ha ricevuto una fucilata (difficilmente sparata dall’utile giovane colpevole ucciso) e mentre si consumava la pantomima del “bug” dei sistemi Microsoft (presuntamente causato da un antivirus della CrowdStrike – nome omen – che è la nota società che condusse le indagini informatiche sui presunti hackeraggi russi ai danni di Hillary Clinton) i grandi fondi (Blackrock e Vanguard) hanno shortato sui titoli trumpiani quasi provocandone il tracollo. Da questi eventi concomitanti si può dedurre che Biden-Kamala e Trump-Vance non sono graditi. Contemporaneamente, gli europei sono stati messi in naftalina con Francia, Germania e Italia in scacco e una Ursula von der Leyen in un limbo come utile madrina di una nuova Europa che verrà.
In conclusione, si possono tracciare alcune ipotesi in merito a che cosa vuole il sistema reale di comando e controllo degli Stati Uniti d’America.
Primo, iper-oligarchi e deep state non nascondono che la direzione è l’”autoritarismo democratico” necessario a consolidare l’aggiustamento strutturale delle società e delle economie già realizzato nei fatti. La minaccia di “epidemie” di ogni genere (virali, informatiche, finanziarie) pende sulle strutture e sulle società non allineate con l’obiettivo.
Secondo, la gestione della governance (che non è il governo!) di questo processo deve essere affidata ad opportuni “Gorbacev” che avranno il compito di smontare “gentilmente” il “vecchio sistema” favorendo l’affermazione del “nuovo”. Quindi, sembra che nessuna delle attuali figure “in corsa”, in Stati Uniti e in Europa, siano adeguate ad assolvere il compito, a meno che non si “convertano” rapidamente e dimostrino concrete capacità di ordinata gestione.
Terzo, le “fughe in avanti” militari, commerciali, e monetarie devono essere ricomposte al più presto, nel comune interesse reciproco. A tal fine, la strategia del noto gioco GO prevarrà su quella degli scacchi.





