
di Mauro J. Barbieri
Viviamo nell’era della “Cultura dell’urgenza”, come possiamo
sopravvivere?
Siamo ciò che progettiamo e ciò a cui ci impegniamo di diventare. L’ambiente pervadente di
esigenza immediata ci sta conducendo inesorabilmente verso l’esaurimento estremo noto come
“burnout”. Ma, cosa significa veramente questa “cultura dell’urgenza” e come siamo finiti
intrappolati in esso? Forse la domanda più pertinente sarebbe su come potremmo liberarci da essa
definitivamente. La digitalizzazione non è la sola causa, tuttavia ha sicuramente dato una spinta
decisiva in questo senso: ci è stato un punto in cui si è verificata una trasformazione sociale
riguardante la percezione della “produttività”. Noi ci definiamo in base a ciò che produciamo,
respingendo il riposo e lenti ritmi di vita; come società occidentale, siamo addirittura in grado di
creare impegni che non esistono realmente. Questo è ciò che si intende con “cultura dell’urgenza”:
l’ideologia che le nostre aspettative personali e lavorative si fondono, costringendoci ad essere
sempre reperibili, ogni giorno della settimana. L’urgency culture è diventata un sinonimo di costante
e incessante produzione. L’agitazione sociale non è solo derivante dalla diffusione degli smartphone
o del progresso tecnologico, ma ne è fortemente influenzata. Il continuo contatto virtuale con gli
altri ci induce, spesso anche in modo inconsapevole, a confrontarci con le vite che essi scelgono di
mostrare. Questo ci stimola ulteriormente a produrre, alimentando il nostro desiderio di
riconoscimento, ricchezza e beni materiali. Tuttavia, per individuare l’origine di questa cultura,
bisogna rivolgere lo sguardo al sistema economico che la promuove. La continuità di urgenza non è
alimentata esclusivamente da strumenti mobili come gli smartphone o i telefoni cellulari di vecchia
generazione, né è influenzata unicamente dall’avanzamento tecnologico, bensì ne risulta contagiata.
L’incessante connessione con gli altri ci stimola inconsapevolmente a confrontarci con il lifestyle
che essi desiderano trasmettere, il che a sua volta ci incita a essere sempre più produttivi al fine di
raggiungere riconoscimenti, guadagni e oggetti del desiderio. Tuttavia, la fonte di questa dinamica
culturale risiede nel sistema economico. E’ proprio per evitare di emulare tale dinamica che bisogna
prestare ascolto alla visione dirigenziale di Elon Musk: il controverso tweet dove afferma che “Il
mondo non è mai stato trasformato da coloro che si dedicano solo 40 ore alla settimana al lavoro”,
ha generato reazioni contrastanti. Da un lato, vi sono stati individui oltraggiati dalla pretesa di un
iperlavoro, destando preoccupazione tra coloro che richiedevano una pausa. D’altra parte, diversi
hanno plaudito a tale mentalità. Un esame dettagliato delle implicazioni della “cultura dell’urgenza”
è stato presentato nel 2022 da Lydia Phillip, una autrice e ricercatrice, nel suo scritto editoriale per
l’organizzazione Impact Organizations of Nova Scotia. Phillip delinea questo fenomeno come una
percezione costante di continua tensione ed effervescenza che pervade il nostro vivere quotidiano.
Ella proclama che tale cultura, pur immersa in un continuo flusso, è sempre sovraccaricata e i suoi
membri si trovano sempre in ritardo. In linea di massima, la cultura dell’urgenza avvantaggia e
tutela il capitalismo e, parafrasando la terminologia utilizzata dalle forze di sicurezza degli USA,
infatti lo “serve e protegge”. Tuttavia, Phillip esprime l’intuizione che tale cultura, che ci motiva
incessantemente verso l’incremento dell’efficienza e dei guadagni, ha le sue origini nella
depersonalizzazione dell’individuo. Siamo stati addestrati a pensare che la nostra esistenza possa
essere legittimata solo dal nostro rendimento lavorativo, che il nostro valore viene riconosciuto
soltanto se produciamo risultati tangibili. Questa estremizzata cultura dell’urgenza si manifesta
attraverso un’agitazione perpetua, ma a giudizio di Phillip, non si tratta altro che di un’enucleazione
del capitalismo e della supremazia bianca. Naturalmente, facciamo un errore nel supporre che tale
febbricitante attività equivale a produttività. La realtà è che questa mentalità può spesso portare
all’esaurimento, inibire la creatività e minare la nostra capacità di prendere decisioni ponderate.
L’ininterrotta pressione impedisce la definizione e determinazione delle priorità reali, lasciandoci in
uno stato di reazione costante piuttosto che di meditata azione. E la discussione prosegue: un
inquietante articolo pubblicato sul National Geographic nel mese di aprile del 2024 ha apportato
un’illuminazione sui danni inflitti dalla cultura dell’urgenza. All’interno dell’ambiente di lavoro
odierno, siamo sottoposti a un costante flusso di mail, messaggi e telefonate, provocando una
continua interruzione dei nostri ritmi naturali e portando a un indebolimento della nostra
concentrazione. Questo articolo esamina la sostenibilità di questa cultura e i rischi che essa può
comportare per la nostra salute fisica e mentale. La cultura dell’urgenza, come evidenziato da Lydia
Phillip nel suo articolo, si manifesta in numerose forme nel nostro quotidiano. Essa incentiva le
priorità di pochi a discapito della relazione e della valutazione dei bisogni, focalizzandosi su attività
che forniscono risultati quantificabili, ma che potrebbero non essere nel nostro interesse. Ci siamo
abituati a comunicare in termini di urgenza, sacrificando la qualità in favore della quantità,
posticipando continuamente i nostri impegni per un futuro che, purtroppo, non arriva mai. Questa
dinamica non riguarda solo il nostro tempo, ma anche i nostri bisogni. Se tutto è percepito come
urgente, alla fine niente lo è veramente. Nel film animation della Pixar ” Gli Incredibili” del 2004, il
villain dice: “Quando tutti saranno supereroi, nessuno lo sarà”. Allo stesso modo, se tutto diventa
urgente e prioritario, la sensazione stessa dell’urgenza si dissipa. Il multitasking può essere un
approccio utile per alcune persone quando sono sotto pressione. Essendo in grado di gestire
molteplici compiti contemporaneamente, possono prosperare in un ambiente frenetico. La cultura
dell’urgenza, di conseguenza, premia coloro che sono in grado di gestire una varietà di compiti. Il
capitalismo, in quanto sistema basato sull’individualismo, l’abilità e la gerarchia, lega il successo
all’abilità. Il nostro riconoscimento come individui produttivi dipende esclusivamente dalla
considerazione assegnata al nostro impegno lavorativo. Tuttavia, il capitalismo, dotato di inattuabili
ambizioni produttive, non facilita affatto la vita e il rendimento di soggetti disabili, anziani,
portatori di patologie croniche o con differenti funzionalità neurologiche. Per non parlare degli
elementi fondamentali, come città, ambienti lavorativi e aree dedicate all’educazione e al tempo
libero che spesso si rivelano inaccessibili per coloro che presentano problemi di mobilità. Tale stato
di cose alimenta in noi un costante stato di ansia. É sorprendentemente evidente come tale
circostanza possa senza dubbio favorire l’insorgere dell’ansia, stimolando irritabilità, lo stress e,
talvolta, persino la completa sopraffazione. Con il passare del tempo, questa alienante routine è
diventata talmente normale che ci vediamo costretti a lavorare incessantemente, domenica inclusa,
fino a raggiungere un pericoloso grado di malessere. Ma è realmente possibile far cessare tutto ciò?





