
In questi mesi le corti che hanno la loro sede nella città olandese dell’Aja sono salite alla ribalta della cronaca per le loro esternazioni relative a Vladimir Putin, ad Hamas e a Israele.
Va premesso che le due corti non hanno il consenso unanime degli Stati del mondo e sono una, la Corte di giustizia internazionale, attiva del 1946, espressione dell’Onu e l’altra, la Corte penale di giustizia, che non è espressione dell’Onu ed è attiva dal 2002.
In ogni caso, a quanto pare, le due corti hanno la loro attenzione appuntata solo su eventi che riguardano alcune linee politiche e non altre.
Lo dimostra, ad esempio, il fatto, che riguardo al Tibet, nessuno ha mosso un dito.
Nel Tibet è in atto un genocidio culturale, con gli abitanti dei villaggi sradicati dalle loro terre, deportati anche a mille chilometri di distanza dai loro luoghi d’origine, costretti a trasferirsi in città.
La denuncia è contenuta in un rapporto di Human Rights Watch, nel quale si afferma la Cina sta accelerando l’urbanizzazione forzata degli abitanti dei villaggi e dei pastori tibetani, distruggendo sistemi di vita ed equilibri antichissimi, con l’obiettivo finale l’assimilazione forzata dei tibetani.
Dal 2016, afferma il documento di Human Rights Watch, il governo cinese ha accelerato drasticamente il trasferimento degli abitanti dei villaggi rurali e dei pastori in Tibet, sostenendo che questi trasferimenti – spesso in aree distanti centinaia di chilometri – sono volontari e che “miglioreranno i mezzi di sussistenza delle persone” e “proteggeranno l’ambiente ecologico”.
Il rapporto, che si avvale di oltre 1.000 articoli ufficiali dei media cinesi tra il 2016 e il 2023, nonché di pubblicazioni governative e studi accademici sul campo, “mostra che i resoconti dei media cinesi in molti casi contraddicono le affermazioni secondo cui tutti coloro che sono stati trasferiti hanno dato il loro consenso. Gli articoli di cronaca indicano invece che la partecipazione ai programmi di “ricollocazione di interi villaggi” in Tibet è di fatto obbligatoria”.
Il documento cita il caso di un villaggio dove 200 famiglie su 262 del villaggio inizialmente non volevano trasferirsi in una nuova località distante quasi 1.000 chilometri.
In un altro villaggio, in cui era previsto il trasferimento, tutti i residenti, ad eccezione di un attivista del Partito Comunista Cinese, inizialmente non erano d’accordo con il piano di trasferimento del villaggio.
“I resoconti della stampa ufficiale – si legge nel rapporto – indicano le forme estreme di persuasione, cioè di coercizione, utilizzate dai funzionari per fare pressione sugli abitanti dei villaggi e sui nomadi affinché accettino il trasferimento dell’intero villaggio. Questi metodi includono ripetute visite domiciliari; denigrare la capacità intellettuale degli abitanti del villaggio di prendere decisioni per se stessi; minacce implicite di punizione; divieto di critica; e minacce di azioni disciplinari contro i funzionari locali che non riescono a raggiungere gli obiettivi”.
“Queste tattiche coercitive – continua il rapporto – possono essere ricondotte alla pressione esercitata sui funzionari locali da parte di autorità di livello superiore, i quali abitualmente caratterizzano il programma di ricollocamento come una politica non negoziabile e politicamente critica proveniente direttamente dalla capitale nazionale, Pechino, o da Lhasa, la capitale regionale. Ciò non lascia ai funzionari locali alcuna flessibilità nell’attuazione a livello locale e richiede loro di ottenere il 100% dell’accordo da parte degli abitanti dei villaggi colpiti per il trasferimento”.
Oltre ai trasferimenti di interi villaggi, in Tibet, secondo il rapporto, esiste anche una seconda forma di trasferimento: quella dei singoli nuclei familiari.
“Questa forma di ricollocazione – si legge nel rapporto – prevede che i funzionari selezionino le famiglie più povere da trasferire in aree presentate come più adatte alla generazione di reddito. Anche se i partecipanti possono rifiutarsi di partecipare, Human Rights Watch ha riscontrato in molti casi che i funzionari hanno fornito alle famiglie informazioni fuorvianti sui vantaggi economici del trasferimento per ottenere il loro consenso. Dai progetti precedenti, dovrebbe essere evidente ai funzionari che molte persone rurali trasferite non sarebbero in grado di trovare un lavoro sostenibile nel loro nuovo ambiente”.
“Da un’analisi del 2014 di un precedente programma di ricollocazione nel Tibet orientale – si legge sempre nel rapporto – è emerso che anche dopo 10 anni, il 69% dei ricollocati si trovava ancora ad affrontare difficoltà finanziarie e il 49% desiderava poter tornare nelle loro case originali nelle praterie”.
Sia nei trasferimenti di interi villaggi che di singole famiglie, la legge cinese impone a coloro che sono stati trasferiti di demolire le loro case precedenti per dissuaderli dal tornare.
Le statistiche ufficiali, riportate dall’analisi di Human Rights Watch, suggeriscono che tra il 2000 e il 2025 le autorità cinesi ricollocheranno oltre 930.000 tibetani rurali.
La maggior parte di questi trasferimenti (oltre 709.000 persone, ovvero il 76% di questi trasferimenti) ha avuto luogo a partire dal 2016. Di queste 709.000 persone ricollocate, 140.000 vengono spostate nell’ambito delle iniziative di ricollocazione dell’intero villaggio, 567.000 nell’ambito di ricollocamenti di singoli nuclei familiari.
Nello stesso periodo, tra il 2000 e il 2025, 3,36 milioni di tibetani rurali sono stati colpiti da altri programmi governativi che richiedono loro di ricostruire le loro case e di adottare uno stile di vita sedentario se sono nomadi, senza necessariamente essere trasferiti.
Dato che ci sono 4,55 milioni di tibetani che vivono nelle aree rurali della Repubblica popolare cinese , queste cifre suggeriscono che la maggior parte dei tibetani rurali è stata colpita dalle politiche di ricollocazione o di ricollocamento del governo cinese negli ultimi due decenni.
Ed eccoci al punto che ci interessa.
“Il programma di ricollocazione in Tibet – denuncia Human Rights Watch – contravviene agli standard internazionali dei diritti umani. Il diritto internazionale vieta gli “sgomberi forzati”, definiti come l’allontanamento di individui, famiglie o comunità contro la loro volontà dalle proprie case o terreni senza accesso ad adeguate forme di protezione legale o di altro tipo. Gli sgomberi forzati includono quelli che non prevedono una consultazione o un risarcimento significativi e che non considerano “tutte le alternative possibili” al ricollocamento. Altrimenti, gli sgomberi legittimi devono comunque essere effettuati nel rispetto del diritto internazionale in materia di diritti umani e secondo i principi generali di ragionevolezza e proporzionalità”.
Niente da dire da parte delle corti che abitano nella città olandese?





