
di Emiliano Bartolozzi *
Il 23 Maggio si è svolta presso la sala ISMA del Senato della Repubblica, una conferenza
organizzata dal senatore Giuliomaria Terzi di Sant’Agata e dalla Federazione Italiana Diritti Umani.
La conferenza aveva ad oggetto la particolare e preoccupante situazione venutasi a creare ad Hong
Kong, dopo il suo passaggio dal Regno Unito al Rep. Pop. Cinese. Il discorso si è poi allargato alle
politiche cinesi, volte a reprimere il dissenso in senso globale.
La prima domanda che è stata posta e che a mio avviso è giusto porsi è: perché dovremo
preoccuparci di Hong Kong ? Domanda anche cinica se vogliamo, ma sicuramente pertinente.
Io ero ad Hong Kong nel 1991. Inizio ad essere vecchio effettivamente. Ricordo bene la gioia di
tanti per la fine del periodo “coloniale britannico” ed il ritorno alla Cina, che sarebbe poi avvenuto
nel 1997. C’erano ovunque t-shirts, posters etc.. raffiguranti un imbianchino cinese che dipingeva
una bandiera rossa sopra all’Union Jack. La prima cosa che mi venne da pensare è che fossero
piuttosto confusi e illusi sul vero significato di quel passaggio storico. Temo di non essermi
sbagliato.
Molti abitanti di Hong Kong del tempo la vedevano forse anche come una specie di rivincita verso
l’uomo bianco britannico che li aveva colonizzati? Forse si.
Ma cosa avevano fatto di male gli inglesi ad Hong Kong ? Mi chiesi. Ecco … la risposta è: poco e
nulla. L’avevano resa uno dei mercati finanziari più importanti del mondo, il porto più importante
dell’Asia e una città stato dove regnavano la libertà e la democrazia. Cosa tutt’altro che scontata in
Asia.
Dopo più di 25 anni di dominio Cinese su Hong-Kong cosa è rimasto ? I soldi, sicuramente. Ma non
vi è più democrazia e nemmeno alcuna libertà politica. Temo che gli abitanti di Hong-Kong degli
anni ’90 e anche noi occidentali abbiamo molto sottovalutato questo aspetto. Speriamo sempre che i
soldi mettano a posto tutto. Non è cosi.
La Cina si era impegnata a preservare gran parte di ciò che rendeva Hong Kong unica nel panorama
asiatico. Una città stato di stampo occidentale in un continente che quasi non conosce molti dei
diritti che diamo per scontati noi abitanti delle democrazie liberali. Pechino promise che avrebbe
concesso a Hong Kong cinquant’anni nei quali la città avrebbe potuto mantenere il suo sistema
capitalistico e democratico. Non è stato cosi. Pechino ha adottato misure sempre più sfacciate per
invadere e demolire il sistema politico democratico di Hong Kong e sopratutto per reprimere il
dissenso interno.
Nel 2020, Pechino ha imposto ad Hong Kong una folle legge sulla sicurezza nazionale. Da allora, le
autorità hanno arrestato dozzine di attivisti, politici e giornalisti che si erano espressi in favore della
democrazia. Sono stati severamente limitati i diritti di voto e la libertà di stampa e di espressione.
Alla conferenza FIDU è stato fatto notare da prestigiosi e qualificati ospiti come siano circa ottanta
mila i prigionieri politici ad Hong Kong. Da poco (marzo 2024) i nuovi legislatori di Hong Kong
hanno approvato il c.d. “Articolo 23”, un’ulteriore legislazione sulla sicurezza che rafforza
ulteriormente il dominio cinese e quindi la stretta mortale sui diritti e sulla libertà della città e dei
suoi abitanti.
La Dichiarazione congiunta cino-britannica del 1984 aveva stabilito i termini in base ai quali Hong
Kong sarebbe stata restituita alla Cina. Tale Dichiarazione e la Legge Fondamentale di Hong Kong,
il documento costituzionale della città, che Pechino ha promulgato in accordo con la dichiarazione
suddetta, facevano salvi il “sistema capitalista e lo stile di vita” della città e le promettevano “un
alto grado di autonomia” dalla Cina propriamente detta; compreso quello esecutivo e legislativo.
Per la verità i funzionari del Partito Comunista Cinese non controllano direttamente Hong Kong
come fanno con le province della terraferma, ma Pechino esercita comunque un’influenza decisiva
sulla sfera politica della città, soprattutto dopo l’entrata in vigore della Legge sulla Sicurezza
Nazionale del 2020 (anno triste sotto molti aspetti). Pechino mantiene inoltre l’autorità di
interpretare la Legge Fondamentale (Basic Law) per Hong Kong, un potere di cui si era avvalso
raramente fino a poco tempo fa.
Tutti i processi politici in corso devono essere approvati non solo dal governo di Hong Kong, ma
anche dal principale organo legislativo cinese: il Congresso nazionale del popolo (o dal suo
comitato permanente). Non dimentichiamoci che la Cina è uno Stato mono-partitico (CCP) ed è
riluttante a consentire a Hong Kong di tenere elezioni veramente libere. La Legge Fondamentale
afferma si che “l’obiettivo finale” è quello di far eleggere il leader di Hong Kong con un voto
popolare, ma non fissa una scadenza affinché ciò avvenga. Infatti non è ancora avvenuto.
E’ un dato di fatto che, dopo il passaggio di consegne dal Regno Unito alla Rep. Pop. Cinese, non ci
sono state votazioni libere a suffragio universale per il capo del governo di Hong Kong !
Quest’ultimo è stato scelto da un “comitato elettorale” composto da rappresentanti dei settori
professionali dominanti di Hong Kong e dell’élite imprenditoriale. Secondo la Legge
Fondamentale, i residenti di Hong Kong potevano in precedenza votare per i membri dell’organo
legislativo, noto come Consiglio legislativo o LegCo, nonché per i membri dei consigli distrettuali
locali, che gestiscono le preoccupazioni quotidiane della comunità locale.
Ma Pechino ha frenato i già limitati diritti di voto dei residenti di Hong Kong; ha revisionato il
sistema elettorale nel 2021 per rendere più facile che i candidati pro-Pechino potessero essere
nominati come membri del LegCo. Pechino ha poi arbitrariamente stabilito che solo i “patrioti” che
“rispettano” il Partito Comunista Cinese possono candidarsi alle elezioni ! Quindi niente aspirazioni
democratiche, per capirci bene. Un solo candidato è stato autorizzato a candidarsi alle elezioni
dell’amministratore delegato del 2022: John Lee, un intransigente ex sovrintendente capo delle forze
di polizia della città.
Prima del 2021, la metà dei settanta membri del LegCo erano eletti con voto diretto, mentre il resto
veniva scelto da gruppi che rappresentavano diversi settori e professioni. Ora solamente venti
membri vengono eletti direttamente e settanta vengono scelti.
In risposta a questi cambiamenti, i gruppi pro-democrazia hanno boicottato le elezioni del LegCo
del 2021 e tutti i novanta seggi sono andati a individui pro-Pechino. Nel 2023, le nuove regole
elettorali stabilite dallo zelante Mr. Lee hanno ridotto il numero dei rappresentanti eletti dal 90% al
20% dei seggi totali del consiglio. I restanti seggi sono stati nominati dallo stesso Mr. Lee (e da un
collegio elettorale a lui vicino). A causa della diffusa insoddisfazione per le nuove restrizioni,
l’affluenza alle urne per le elezioni del consiglio distrettuale del 2023 è crollata al 27,5% degli
elettori aventi diritto, rispetto al 71% delle elezioni del 2019. Ricordiamoci che, a differenza della
Cina, Hong Kong aveva numerosi partiti politici.
Sugli attivisti pro-democrazia vengono messe delle vere e proprie taglie. Vengono arrestati come
spie, terroristi, secessionisti , etc…. chiunque aspiri alla libertà di espressione, di associazione
(anche politica) è visto come un nemico del partito unico (Partito Comunista Cinese) e viene
perseguitato ed arrestato. A volte anche all’estero.
Ed è qui che si apre il capitolo che a noi riguarda direttamente. Non solo Hong Kong rappresenta un
vivido esempio di cosa potrebbe succedere alle nostre democrazie se partiti filo cinesi (o filo altre
dittature) andassero al potere, ma è un esempio di cosa sta già accadendo all’interno del mondo
occidentale a causa delle interferenze cinesi.
Quanti di voi sanno che già dal 2022 è noto che la Cina ha aperto più di 50 stazioni di propria
Polizia all’estero ? anche in Italia. L’idea che mi sono fatto, che ci siamo fatti in tanti, è che
probabilmente sono state aperte per monitorare e perseguire le attività dei dissidenti. Il rischio,
nemmeno troppo potenziale, è che in realtà tali “stazioni” siano dei veri e propri apparati di
persuasione e intimidazione che agiscono all’insaputa (o quasi) dei Paesi ospitanti.
A scovarli è stata per prima l‘organizzazione non governativa Safeguard Defenders; ma ad aprire il
vaso di pandora sul ruolo effettivo di queste caserme abusive è stata un’inchiesta dei media
olandesi [RTL Nieuws e altri], che hanno raccolto anche una testimonianza del giovane dissidente
cinese sig. Wang Jingyu.
Mr. Wang era poco stimato, diciamo cosi, dal governo cinese per aver espresso critiche al regime
cinese per gli scontri avvenuti nell’estate del 2020 con le truppe indiane lungo il confine
himalayano. Wang, è un cittadino cinese che ha ottenuto asilo politico in Olanda; ha raccontato di
essere stato oggetto di telefonate minatorie “da parte di qualcuno che sosteneva di chiamare da una
stazione di polizia cinese di Rotterdam invitandomi a tornare a casa a risolvere i miei problemi e
pensare ai miei genitori”.
Per rimanere in Europa, il Regno Unito, il Portogallo, la Spagna e l’Irlanda, hanno aperto delle
indagini ufficiali per capire cosa facciano queste stazioni di polizia cinese. In Portogallo è stata
accertata la presenza di tre stazioni di “polizia illegale” (cit. “Expresso”). L‘Irlanda ha già ordinato
alla Cina di chiudere il proprio centro di “polizia illegale”, che era stato aperto all’inizio del 2022
come centro per il rinnovo delle patenti di guida … in Gran Bretagna vi sarebbero due sedi a
Londra ed una Glasgow. Insomma la situazione è grave e lo è anche in Italia. Il primo a parlarne è
stato il Foglio in relazione all’apertura della c.d. Fuzhou Police Overseas Service Station di Prato,
città dove la comunità cinese è molto numerosa. Secondo il Foglio e non solo secondo loro, tra tutti
i paesi europei dove sono state scoperte le misteriose stazioni di polizia cinese “l’Italia è l’unico ad
aver accolto, con il supporto di politica e istituzioni, anche dei veri poliziotti cinesi, in carne, ossa
e divisa”. Dal 2018 e fino al 2022 in base ad un accordo tra il ministero dell’Interno e l’ambasciata
cinese in Italia, sono stati attivati i c.d. “pattugliamenti congiunti” tra poliziotti italiani e cinesi nel
territorio della repubblica italiana. E’ avvenuto in città grandi, come Milano e Roma, ma anche in
città come Prato e altre città di provincia. Solo a me sembra una cosa assurda e pericolosa ? Spero
di no. Per fortuna il ministro Piantedosi ha fermato questo scempio. Ma molto altre iniziative cinesi
destano preoccupazione. La diffusione degli Istituti culturali Confucio, ad esempio; già proibiti
negli USA e osteggiati in molti paesi europei, come la Germania. Per non parlare dei famosi accordi
commerciali siglati dall’Italia con la Cina, che hanno portato il nostro deficit nei loro confronti dai
12 milioni del 2019 al 50 milioni dell’anno scorso !
C’è più di un motivo per essere preoccupati dall’espansione dell’influenza cinese sull’occidente.
Abbiamo tutto da perdere e nulla da guadagnare. Non è vero che “pecunia non olet”, a voglia se
olet!
*Coord. Naz. Comitati FIDU





