
In questo mondo, dove la guerra cognitiva ha più impatto delle artiglierie e dei carri armati, il teatrino della Procura della Corte penale internazionale (da non confondere con la Corte internazionale di giustizia) ha prodotto l’ennesimo show, con il quale si tenta di coprire, con un moralismo di bandiera, delle realtà economiche e geopolitiche che non possono essere composte portandone i protagonisti sul banco degli imputati e, tanto meno, emettendo mandati di cattura, che hanno solo l’effetto di complicare le relazioni internazionali e l’azione della diplomazia.
Allo Statuto di Roma del 1998, che ha dato vita alla Corte penale internazionale entrando in vigore nel 2002 (al tempo era presidente del Consiglio in Italia Romano Prodi), per essere poi modificato nel 2010, aderiscono 123 stati sui 195 presenti nel mondo, ma mancano le grandi potenze, come Usa, Stati Uniti, Cina, India, ossia i maggiori player del mondo, e mancano anche gran parte dei protagonisti della vicenda medio orientale. Non ci sono la Turchia, l’Arabia Saudita, l’Iran, Israele, l’Egitto e nemmeno il Libano. In compenso c’è lo Stato di Palestina, che rivendica sovranità.
La Corte internazionale di giustizia, nata nel 1945 e divenuta operativa nel 1946, è un’emanazione dell’Onu e ha il compito di dirimere le controversie tra gli stati membri che hanno accettato la giurisdizione, mentre la Corte penale internazionale si occupa di genocidio, di crimini contro l’umanità, di crimini di guerra, di crimini di aggressione, ossia di tutte materie opinabili in rapporto al punto di vista degli stati e dei governi.
Cosa ne direbbe, ad esempio, la Procura della Corte penale internazionale di incriminare George W. Bush per crimini di guerra, visto che ha mentito sulla presenza nell’Iraq di Saddam di armi di distruzione di massa e, in base alla teorie della “guerra al terrorismo” e della “guerra preventiva”, ha destabilizzato l’area, favorendo l’espansionismo dell’Iran sciita ai danni dell’Iraq sunnita e innescando in questo modo l’Isis? Vedere Bush sul banco degli imputati in Olanda, dopo essere stato catturato non si sa dove, sarebbe interessante.
Che ne dice la Procura della Corte penale internazionale del fatto che il Congresso Usa accusa Bmw, Volkswagen e Jaguar di “sfruttamento del lavoro forzato”, in quanto hanno importato beni fabbricati in tutto o in parte nella Xinjiang, dove gli uiguri sono trattati come schiavi, al punto che la Cina è accusata da attuare un “genocidio culturale”? Perché la Procura non incrimina Xi Jinping e non chiede l’emissione di un mandato di cattura internazionale? Lo potrebbe catturare Emmanuel Macron al prossimo viaggio di Xi a Parigi.
Nel teatrino è entrata immediatamente la Francia, in perenne ricerca di protagonismo. Il ministero degli Esteri francese ha, infatti, ricordato che Parigi ha messo in guardia “per molti mesi” in merito alla necessità di riportare le operazioni belliche israeliane a Gaza all’interno del quadro consentito dal diritto umanitario internazionale, specie per quanto riguarda “il livello inaccettabile di vittime civili nella Striscia di Gaza e l’assenza di accesso umanitario”.
Sulla scia di Parigi anche Berlino, in crisi di visibilità. Un portavoce del ministero degli esteri ha affermato che “la richiesta simultanea di mandati di arresto contro i leader di Hamas, da un lato e i due funzionari israeliani dall’altro, ha creato l’impressione errata di un’equazione. Tuttavia, la Corte dovrà ora valutare fatti molto diversi, che il procuratore capo ha descritto in dettaglio nella sua richiesta”.
L’asse franco tedesco ha battuto un colpo (di scena).
Il mandato di cattura di Vladimir Putin si è rivelato pura propaganda e non ha tolto di mezzo la questione che con lo zar di Mosca ora si dovrà trattare.
In questo caso, invece, l’operazione della procura della Corte penale internazionale, ha avuto come effetto quello di rafforzare la leadership di Bibi Netanyahu, visto che anche l’opposizione interna si è trovata nella condizione di difenderlo.
Come risultato non è male.
In questo contesto da teatrino cognitivo, che serve solamente a qualcuno per giustificare le occupazioni dei campus pagate da Soros & Co. o le manifestazioni pro Palestina organizzate dai soliti noti, va pienamente inserito il ragionamento che fa su questo stesso numero del giornale Silverio Allocca, il quale ci dice che Netanyahu sta facendo il lavoro sporco per conto delle gradi potenze e degli interessi dei Paesi dell’area medio orientale, che di Hamas non ne vogliono più sentir parlare, perché Israele è un punto strategico degli interessi geopolitici degli Stati sunniti e dell’Occidente.
Un solo esempio è la Via del Cotone, che parte dell’India e, attraverso Emirati, Arabia Saudita e Giordania, arriva al porto di Haifa, in Israele, per poi proseguire nel Mediterraneo verso Grecia, Italia, Spagna, Francia.
Non è un caso che, dopo la missione di Sullivan a Riad e Gerusalemme, Stati Uniti e Arabia Saudita siano a un passo dall’accordo che potrebbe cambiare il volto del Medio Oriente.
Gli Accordi di Abramo, voluti da Donald Trump, nonostante tutto, continuano a procedere.
Nell’elenco nel quale sono stati inseriti i leader di Hamas assieme a quelli di Israele compaiono molte figure controverse: dal libico Gheddafi, al sudanese al Bashir, fino a Putin.
Laurent Gbagbo, ex presidente della Costa d’Avorio, è finito all’Aja, ma dopo un processo per crimini contro l’umanità è stato assolto nel 2021 in appello. Nel 2016 la Corte penale internazionale ha condannato l’ex vicepresidente del Congo, Jean-Pierre Bemba, per assassinio, stupro e saccheggio in quanto comandante delle truppe che commisero atrocità continue e generalizzate nella Repubblica Centrafricana nel 2002 e 2003. Nel 2011 l’Aja accusò di crimini contro l’umanità l’ex leader libico Gheddafi, e un simile provvedimento fu emesso per il figlio Seif al Islam e per il capo dei servizi segreti Abdellah Senussi.
Lo stesso anno Gheddafi fu ucciso dopo essere stato catturato dalle milizie ribelli del Consiglio nazionale di transizione, mentre si nascondeva in un canale di scolo sotterraneo a Sirte.
Come è ormai noto, l’assassinio di Gheddafi fu orchestrato da inglesi e francesi con il benestare degli Usa di Obama e di Hillary Clinton. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: destabilizzazione della Libia e Cirenaica in mano ai russi.
Tra i leader di spicco finiti nel mirino dei giudici c’è l’ex presidente sudanese Omar al Bashir: il 14 luglio del 2008, il procuratore capo della Corte penale internazionale Luis Moreno Ocampo lo accusò di essere responsabile di genocidio e crimini contro l’umanità e della guerra in Darfur cominciata nel 2003. Tra i dossier aperti e su cui indaga la Cpi c’è l’inchiesta sui crimini contro la minoranza musulmana dei Rohingya in Birmania.
Un’altra indagine è quella su presunti crimini contro l’umanità commessi dal governo del presidente venezuelano Nicolas Maduro.
Nicolas Maduro è attualmente tranquillamente in carica.
A marzo del 2022, una delegazione di Washington si è recata a Caracas per trattare con il regime venezuelano la fine dell’embargo nei confronti del greggio. Una soluzione per gli Stati Uniti vantaggiosa sia da un punto di vista geopolitico che economico.
All’indomani dell’invasione da parte di Mosca, c’è stato il primo incontro tra funzionari statunitensi d’alto livello e il governo venezuelano per discutere delle sanzioni imposte dagli Usa dal 2019. Tre mesi dopo è stato il turno dell’ambasciatore, James Story, che ha avuto che ha avuto un colloquio privato con il presidente Maduro. Poi le autorità statunitensi hanno scambiato i due nipoti di Cilia Flores, moglie di Maduro, condannati a 18 anni per traffico di eroina, con sette americani detenuti a Caracas. Poi “Chevron” il colosso petrolifero è stato autorizzato a riprendere le produzione nella nazione latinoamericana che conta le seconde maggiori riserve di greggio al mondo.
A che serve il teatrino della Corte penale internazionale? A nulla, se non a complicare i rapporti internazionali e, con improvvidi provvedimenti o annunci di provvedimenti, a consolidare leadership che se ne infischiano di quanto viene detto in Olanda.
E’ andata così anche con Bibi, che consolida la sua leadership interna e continua a fare il “lavoro sporco” con il beneplacito degli interessi geopolitici internazionali.





