
di Antonio Foccillo
Nell’epoca della Autonomia differenziata, del risparmio sulla spesa pubblica e della continua richiesta del ritiro del perimetro dello Stato dall’economia, voglio scrivere proprio di questi temi di cui si parla poco oppure se ne parla in modo strumentale, per l’influenza che essi hanno nella vita delle persone. Partiamo dallo Stato. Ma che cos’è lo Stato?
L’uomo non può vivere isolato, per questo motivo è in continua relazione con altri, con i quali costituisce un gruppo sociale. La ragione sociale di questo comportamento si rinviene nel fatto che certi interessi e certe esigenze non possono essere raggiunti da singoli ma soltanto collettivamente. Ne consegue che un gruppo sociale può dirsi tale quando al principio di confluenza e composizione degli interessi si sovrappone un altro principio ordinatore che senza annullarlo lo disciplina al fine di assicurarne la coesione interna al gruppo.
Naturalmente questo principio ordinatore può operare facendo coincidere l’interesse di uno solo (tirannia) o di un ristretto numero (oligarchia) o assicurando la salvaguardia ed il proporzionale soddisfacimento degli interessi di tutti gli associati (democrazia).
A prescindere però da quale sia il regime in cui l’uomo si dovesse trovare a vivere, lui, nei momenti di difficoltà, è portato a chiedere aiuto. E l’aiuto che ognuno di noi può aspettarsi è l’aiuto della comunità a cui appartiene, ossia l’aiuto pubblico che è la più importante risposta democratica al bisogno collettivo.
Il nostro Paese – come noto – è riuscito, in più di cinquant’anni, a passare dallo sfascio economico, produttivo e strutturale del secondo dopoguerra, a un livello di sviluppo e di benessere diffuso, in maniera certo non del tutto omogenea sul territorio ma certamente con caratteristiche di qualità superiore a qualsiasi altro momento della nostra storia.
È innegabile il ruolo di volano e di sostegno concreto che la Pubblica Amministrazione e l’intervento statale, con tutta la gamma dei suoi servizi pubblici e delle sue aziende, hanno avuto in questo processo storico che aveva reso l’Italia quinta potenza economica nel mondo.
Nei momenti difficili, come fu nel dopoguerra, si cerca aiuto e si chiedono politiche di intervento statale. Nei momenti “favorevoli” si dimenticano i valori che nobilitano l’uomo nella sua natura più significativa e intrinseca: quella dello stare insieme attraverso la solidarietà, la coesione, la socialità.
Un gruppo che non aiuta il più debole al proprio interno ricorda la giungla. L’uomo si distingue dagli animali proprio perché ha una sensibilità che lo spinge a fermarsi e a prestare soccorso al proprio simile. È la solidarietà che dà sostanza alla convivenza civile.
Negli ultimi tempi si è prodotto uno sviluppo senza regole e globalizzante che ha generato inevitabilmente disuguaglianze, anche a livello internazionale, che sono sfociate, come la storia ed anche l’attualità ci dicono, nei conflitti, nel terrorismo e di nuovo nella guerra.
Per chi ha una visione riformista e laica, l’obiettivo è quello di superare l’attuale situazione e questo modello di società, riaffermando l’intervento pubblico e lo stato sociale come strumenti indispensabili per avviare politiche di riforma strutturale nella direzione di uno sviluppo sostenibile.
Come sosteneva Kant: Il potere legislativo può sottostare alla volontà collettiva del popolo. Ed è da questo potere che devono provenire tutti i diritti, esso non deve assolutamente arrecare ingiustizia a qualcuno con le sue leggi. Soltanto la volontà, la volontà concorde e collettiva di tutti, in quanto ognuno decide la stessa cosa per tutti e tutti la decidono per ognuno, per questo solo la volontà del popolo può essere legislativa”.
Per questo è importante rilanciare il valore dell’intervento pubblico, perché questo è il ruolo di chi si erge a difesa del sistema di diritti e conquiste, frutto di un progresso civile e democratico che non può essere rinnegato. Ed è questa la volontà del popolo, dei cittadini e dei lavoratori.
Il progresso ha una sola direzione e se per cambiare la società si dovesse tornare indietro nel tempo, non si dovrebbe innovare molto, semmai si dovrebbero ripristinare i valori di oltre qualche secolo.
Questo non significa che vi è la volontà di affermare la conservazione o il rimpianto per un passato che fu, ma che vi è anzi la volontà di prefigurare la modernità: non solo sulla base di cambiamenti pragmatici e di nuovi effimeri valori, ma anche mantenendo il senso di fondo della convivenza di interessi che mantiene unito un popolo su valori che sono ancora attuali.
Valori che hanno costruito società coese e solidali, puntando, pur innovando, sulla continuità nel tempo di questi principi che sono, poi, quelli del modello europeo. Questo processo occupa uno spazio preciso nella storia dell’umanità.
D’altronde è la nostra Costituzione che, conformante ai principi di democrazia sostanziale a cui si ispira, ribadendo l’unitarietà dello Stato: “La Repubblica, una e indivisibile”, impegna il Legislatore ad attuare i servizi che dipendono dallo Stato stesso, in maniera omogenea su tutto il territorio e per tutti i cittadini.
Invece, chi vuole l’Autonomia differenziata va nel senso inverso. Ha fatto prevalere egoismo e voglia di divisione, spaccando proprio il principio della indivisibilità della Repubblica ed i valori di solidarietà e coesione insiti nella Carta Costituzionale. Peccato che non ci sia stata nessuna voce forte e dirompente che abbia sollevato dubbi e che si sia opposta a questa proposta.
Ecco perché, essendo un convinto sostenitore di questa Costituzione, bisogna che si continui ad affermare l’esigenza di mantenere l’unicità della Repubblica e la garanzia di difendere, pur nel decentramento dei poteri, i diritti essenziali per tutti i cittadini in modo sostanzialmente e formalmente uniforme.
Nell’evoluzione fenomenologica dello Stato moderno, lo Stato sociale è stata una tappa importante dei rapporti fra Stato e società. Il welfare state indica genericamente un tipo particolarmente sviluppato di istituzione sociale.
La sfera pubblica di diritti liberali, per esempio il diritto di associazione, agevola la formazione di coalizioni, di soggetti economici, sindacati e associazioni datoriali che premono per cambiare o sospendere le regole del mercato per far nascere una serie di norme, fra diritto pubblico e privato, riguardanti il diritto alla previdenza sociale, al lavoro, all’istruzione, alla sanità, ad un ambiente sano e alle garanzie di tutela generale del cittadino.
È questa è la risposta dello Stato alle esigenze dei ceti deboli, che segna il ritorno dell’intervento nella gestione dell’ordine economico e la messa in evidenza del fine statuale del benessere, inteso come progressivo riequilibrio sociale.
Naturalmente sia il Welfare sia la cittadinanza presuppongono e possono concepirsi solo con lo Stato. Essi, infatti, necessitano di uno Stato in senso moderno che si concretizza nell’idea di una nuova sovranità, oggi persa, che sia in grado di garantire e rendere concreti quei diritti.
All’interno degli stati industrializzati la crisi economica e monetaria ha messo in forse la distribuzione di servizi sociali ed ha spinto a ripensare ad una eventuale più oculata e misurata distribuzione degli stessi o addirittura a ridisegnare i compiti assistenziali dello Stato dietro alle parole magiche “ridurre il perimetro dello Stato in economia” e “privatizzare i servizi pubblici”, con grave danno per i cittadini che pagano di più a fronte di servizi meno puntuali e meno diffusi.
La conseguenza è che i servizi sociali mostrano la degenerazione burocratica, l’impoverimento, la rinuncia o il ridimensionamento delle prestazioni, per esempio quelle mutualistiche. La situazione non fa che aggravarsi e diventare drammatica sotto la pressione di persone sempre più povere se non anche diseredate.
In Italia il passaggio dal vecchio modello di Stato di diritto, che vede affermare il principio dell’eguale soggezione alla legge di tutti i cittadini, al nuovo stato sociale è segnato dalla Costituzione all’art.3.
Il nostro Legislatore, secondo la Costituzione, deve rimuovere gli ostacoli affinché tutti i cittadini che si trovino in situazioni di inferiorità a causa delle loro condizioni economiche e sociali, abbiamo le medesime opportunità e possano godere tutti dei medesimi diritti loro formalmente riconosciuti.
La Pubblica Amministrazione è il cardine di questo complesso sistema ed il suo funzionamento o meno è essenziale proprio dal punto di vista costituzionale per assicurare a tutti gli stessi servizi: la sua funzione neutrale ed efficace può garantire benessere o meno alle persone e la sua imparzialità può assicurare la democrazia e la solidarietà necessaria in un sistema civile come quello italiano.
E poiché l’amministrazione tanto sarà democratica quanto più permetterà ai cittadini di partecipare nelle sedi in cui gli interessi da essa curati si localizzano, proprio per questo deve essere sempre più trasparente, funzionale ed efficiente.
La scolarità e l’istruzione universitaria, il fisco equo, la salute, la previdenza, l’assistenza, la sicurezza, la tutela ambientale sono tutti temi che insieme compongono la misura della soddisfazione sociale, e sui quali non si può non rivendicare una partecipazione alle scelte che ne decidono i livelli di organizzazione e diffusione.
Rilanciare il settore pubblico, e quindi investirvi, significa rendere competitivo il Paese e ridurre, se non eliminare, le disuguaglianze, le emarginazioni e le povertà.
Negli anni, nelle varie finanziarie ci sono stati continui tagli alle risorse pubbliche. Un taglio ai servizi che si palesa su vari fronti: il personale ridotto all’osso dei presidi ospedalieri, con turni massacranti; l’abolizione del corpo forestale dello Stato e della polizia provinciale; la mancanza di tutela del nostro patrimonio paesaggistico ed edilizio; la riduzione dei tribunali; l’accorpamento delle camere di commercio, il mancato finanziamento alle università e alla ricerca e tanti altri.
Questi tagli lineari non hanno fatto altro che provocare una flessione al ribasso dei servizi offerti dallo Stato, la cui garanzia di equa fruizione non può prescindere dalla forza lavoro della sua macchina amministrativa e quindi dalla completezza dei suoi organici, dal suo aggiornamento continuo e dal benessere lavorativo in cui presta la propria attività.
Bisogna che si avvii un grande progetto – non come è avvenuto fino ad oggi con pseudo-riforme – che modernizzi l’organizzazione strutturale, adeguandola tecnologicamente ma anche facendo nuove assunzioni e stabilizzando tutti i precari, favorendo così un rinnovamento generazionale.
B. Russel sosteneva, a parer mio giustamente: “è così difficile comprendere cosa sia la democrazia da richiedere incessantemente il nostro impegno per la sua realizzazione”.
Impegno che deve riguardare tutti, proprio per affermare la salvaguardia e la completa realizzazione della democrazia. In tal senso anche l’efficienza e la modernizzazione della P.A., data la funzione sociale che questa ricopre, perseguono questo obiettivo.
Tutto ciò si deve fare oltre che per rilanciare l’intero sistema pubblico e i suoi servizi, anche per riavvicinare le persone ai valori di comunità propri di ogni istituzione, a partire dalla solidarietà, non facendo più vedere loro lo Stato solo come un oppressore decisionista, ma come un’entità di cui tutti noi siamo parte integrante e in cui tutti noi svolgiamo un ruolo fondamentale.





