
di Francesco Pontelli
Mentre la campagna elettorale per le prossime elezioni europee sta entrando nel vivo con tematiche degne di un programma trash, nessuna forza politica investe un euro per leggere l’ultimo report pubblicato dal WSJ (per i candidati alle europee Wall Street Journal), dal che se ne deduce il silenzio imbarazzante in relazione all’argomento.
Il prestigioso giornale statunitense pubblica uno studio nel quale si evidenzia come nel giro di pochi anni, la Slovenia e la Lituania supereranno l’Italia in rapporto al reddito disponibile ai rispettivi cittadini.
Il nostro paese, quindi, passerà nel volgere di poche stagioni da ” rappresentare la locomotiva ” d’Europa a diventare il ” fanalino ” di coda nella crescita economica e retrocederà’ nella classifica del reddito disponibile (confermando la tendenza degli ultimi trent’anni).
Una prospettiva così disastrosa, ma assolutamente probabile, in considerazione dell’andamento delle retribuzioni (-0,1% nell’ultimo trimestre 2023) che dovrebbe irrompere come una bomba nel dibattito politico elettorale, se ci fosse un minimo coscienza ed una sufficiente conoscenza di questo possibile destino riservato al nostro paese.
Invece, L’Italia si trova all’interno dell’ennesima campagna elettorale, in questo caso Europea, con l’intera classe politica assolutamente distratta da polemiche personali ed interessata a tematiche ridicole rispetto a questo scenario apocalittico del quale nessuno sembra anche solo averne la minima consapevolezza.
Dalla caduta del Muro di Berlino fino alla nascita dello Stato della Slovenia nel 1991 sono passati poco più di trent’anni, ma comunque sufficienti a questo giovane stato per superare in termini economici una delle Nazioni fondatrici della stessa Unione Europea.
In termini temporali ancora minori sono risultati i tempi per la Lituania, entrata nell’Unione Europea nel 2003, e riuscita in soli vent’anni anni a superare una Nazione comunitaria come l’Italia in profonda metastasi politica ed economica.
La nostra retrocessione ad un ruolo sempre più marginale nel mondo occidentale, si potrebbe individuare con la crisi finanziaria del 1992 ed alla successiva vendita di tutti gli asset pubblici da parte di una classe politica e dirigente, le quali affermavano di operare in funzione della riduzione del debito (*) quando invece appena appena riuscì a scalfire il deficit.
Questo tipo di politica impera ancora oggi con il governo in carica che intende porre sul mercato gli ultimi asset pubblici, per cui ci ritroveremo con un paese sempre più in mano ai fondi privati, ed impossibilitato ad elaborare una gestione degli interessi pubblici sempre subalterni a quelli degli investitori.
Questo declino italiano conclamato dalla ricerca del WSJ dimostra quali possano essere le responsabilità politiche condivise con quelle accademiche che hanno sempre appoggiato questo scialo disgraziato di asset pubblici che hanno impoverito l’intero paese, rendendolo sottoposto, non tanto all’interesse pubblico, ma a quello dei singoli fondi e degli investitori.
Mai come ora il nostro paese avrebbe bisogno di un azzeramento totale dell’intera classe politica nazionale e locale , i quali all’unisono in questi decenni hanno sperperato le risorse pubbliche solo per il proprio interesse personale o di partito ma anche legato , molto probabilmente , ad un lobbismo senza più regole.
Sembra incredibile, ma nel prossimo futuro con questa ennesima retrocessione economica, il nuovo Est Europa, inteso come la zona meno evoluta del continente europeo,
verrà individuato nell’Italia.
(*) la medesima argomentazione addotta dal ministro Giorgetti per la vendita di Poste Italiane.





