
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso ieri a chiare lettere il suo rifiuto delle richieste di Hamas per la fine della guerra di Gaza in cambio della liberazione degli ostaggi, affermando che ciò manterrebbe il gruppo islamico palestinese al potere e rappresenterebbe una minaccia per Israele.
E’ sempre più chiaro che la guerra a Gaza finirà quando Hamas sarà stato sradicato dal territorio e appare chiaro anche, da molti indizi, che l’occupazione di Gaza non terminerà anche dopo la fine del conflitto.
Netanyahu ha detto che Israele è disposto a sospendere i combattimenti a Gaza, non a finire la guerra, per garantire il rilascio degli ostaggi ancora detenuti da Hamas, che si ritiene siano più di 130. “Ma – ha detto Netanyahu – mentre Israele ha mostrato disponibilità, Hamas rimane radicato nelle sue posizioni estreme, prima fra tutte la richiesta di rimuovere tutte le nostre forze dalla Striscia di Gaza, porre fine alla guerra e lasciare Hamas al potere”.
Il gioco delle parti è ormai evidente, nonostante gli sforzi diplomatici di vari paesi.
Non è impossibile, anzi, è assai probabile, infatti, che Hamas non abbia più niente da offrire e che di prigionieri ne siano rimasti pochissimi: giusto quelli da mostrare ogni tanto per illudere che ci sia qualcosa da trattare.
La richiesta di ritiro delle truppe israeliane da Gaza, ha detto chiaramente Netanyahu, “Israele non può accettarlo”, in quanto “Hamas sarebbe in grado di mantenere la sua promessa di portare a termine ancora e ancora e ancora i suoi massacri, stupri e rapimenti”.
Che con tutta probabilità, che non ci siano più ostaggi da scambiare (cosa indicibile per tutti) è dimostrato anche dal cambiamento di posizione di Joe Biden nei confronti delle proteste degli studenti, appoggiate dal regime di Teheran e dietro le quali spunta l’ombra di un network filo iraniano con finanziamenti del magnate George Soros.
La svolta di Biden, che facendo cacciare gli studenti rivoltosi dalla polizia ha messo in luce che buona parte dei manifestanti sono degli infiltrati, fa inoltre capire che gli Usa non possono staccarsi da Israele per questioni geostrategiche, ma anche per equilibri interni all’America.
Che Israele abbia intenzione di rimanere a lungo a Gaza è dimostrato dalle forze armate israeliane, che hanno costruito una nuova strada, descritta come un «corridoio strategico», che taglia in due la Striscia.
Il corridoio corre da est a ovest, dalle linee di demarcazione fino alla costa mediterranea. Otto chilometri percorribili in pochi minuti dai mezzi militari israeliani che in questo modo possono muoversi ed intervenire anche nel nord e nel sud della Striscia.
Il corridoio, con l’allestimento di posti di blocco e di zone di sicurezza, fa capire che Israele intende mantenere il controllo di Gaza per un periodo indefinito di tempo.
La strada si aggiunge alla «zona cuscinetto» larga un chilometro che il Gabinetto di guerra israeliano ha ordinato di realizzare lungo il confine, all’interno di Gaza, sottraendo quasi 40 kmq, in buona parte terreni agricoli, al già minuscolo territorio della Striscia (circa 360 kmq).
Nel frattempo è arrivata, il 15 marzo la prima spedizione di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza attraverso un corridoio marittimo aperto da Cipro.
Sono arrivate 200 tonnellate di cibo scaricate attraverso la chiatta che è collegata al molo “temporaneo” costruito a sud-ovest di Gaza City, la cui costruzione è stata completata, come ha confermato il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana John Kirby in un briefing con un ristretto gruppo di giornalisti.

Dati i tempi del conflitto e, soprattutto della ricostruzione della Striscia, il molo provvisorio, costato 320 milioni di dollari, potrebbe diventare definitivo, costituendo un’alternativa agli ingressi dall’Egitto.
Un alto funzionario statunitense ha riconosciuto che l’installazione finale della strada rialzata costruita negli Stati Uniti sulla spiaggia del porto sarà regolata dalla situazione della sicurezza, che viene valutata quotidianamente. Le forze di difesa israeliane hanno una brigata – migliaia di soldati – nonché navi e aerei dedicati a proteggere le consegne.
La rotta marittima ha una sua definizione precisa.
I pallet di aiuti verranno ispezionati e caricati principalmente su navi commerciali a Cipro, che poi navigheranno per circa 200 miglia fino alla grande piattaforma galleggiante costruita dalle forze armate statunitensi. I pallet verranno poi trasferiti su camion, trasportati su navi militari più piccole e portati per diverse miglia fino alla strada rialzata, che sarà lunga circa 1.800 piedi, o 550 metri, e sarà ancorata alla costa dall’esercito israeliano. I camion percorreranno quindi la strada rialzata fino a un’area di scarico sicura, dove i pallet verranno distribuiti alle agenzie umanitarie.
La missione, ha detto il funzionario militare americano, potrebbe durare diversi mesi, il ché significa anche che gli Usa sono prossimi alla Striscia se non nella Striscia.
Un funzionario delle Nazioni Unite ha detto che il porto avrà probabilmente tre zone: una controllata dagli israeliani dove verranno scaricati gli aiuti dal molo, un’altra dove gli aiuti verranno trasferiti e una terza dove gli autisti palestinesi ingaggiati dalle Nazioni Unite aspetteranno per ritirare gli aiuti prima di portarli ai punti di distribuzione.
Dall’insieme delle posizioni e di quanto sta avvenendo nella Striscia è evidente che la guerra finirà dopo l’invasione di Rafah e che, anche dopo, le condizioni per dare un assetto politico alle gestione della Striscia non saranno di breve e nemmeno di facile momento.





