
di Valter Vecellio
Un mio amico, molto “compagno”, molto partecipe della causa palestinese, inorridito per quanto accade a Gaza (su questo sono concentrate da settimane le sue attenzioni), ama uno scrittore israeliano, Eshkol Nevo. Ha ragione: è molto bravo, i suoi libri dicono sempre qualcosa a chi li legge.
Nevo certamente non è un sostenitore o un simpatizzante del governo Netanyahu. In un’intervista al “Venerdì” di “Repubblica” Nevo si pone e ci pone questioni e domande:
“Quello che in Europa non capite è che nel cuore di ogni israeliano c’è la tragedia che arriva dalla nostra eredità ebraica. E che il 7 ottobre ha riattivato questo meccanismo. Non è solo la Shoah: questo è un Paese piccolo, quasi tutti hanno uno shock precedente. Pensi a chi, come lo scrittore David Grossman, ha perso un figlio in guerra, o un genitore, oppure un amico, uccisi in un attacco terroristico. Il 7 ottobre tutto è tornato a risuonare, a fare male. Capisco che sia difficile vedere la vulnerabilità quando si parla del più forte, del Paese che ha l’esercito più potente della regione. Ma è cruciale vederla. Se non vedete questa fragilità, non potrete capire quello che sta succedendo qui”.
E ancora:
“Sei a favore del cessate al fuoco?, mi chiedono. Mi pare troppo superficiale. Certo che sono a favore, ma bisogna andare oltre questa semplice domanda. Se Hamas non accetta compromessi, quanto Stati Uniti, Qatar e Egitto sono riusciti a ottenere da Israele, se respinge le proposte di tregua, se non vuole ridarci gli ostaggi, di quale cessate il fuoco parliamo? Fermarsi in queste condizioni significherebbe che fra due mesi tutto ricomincerebbe come prima”.
Chissà se le granitiche certezze del mio amico, molto “compagno”, saranno scalfite da quanto dice Eshkol Nevo. Spero di sì. Temo di no.





