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COMUNISTI SEMPRE BUGIARDI DENTRO

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di Vito Schepisi
 
L’evidenza dei fatti mostra pensa che i comunisti siano bugiardi nell’animo. Hanno cominciato da subito.
Dicevano d’aver inventato il Paradiso Terrestre, mentre infierivano sulla popolazione russa, sopprimevano il dissenso, confinavano nei lager siberiani gli intellettuali e chi aveva il “vizio” di pensare.
Postisi con autoreferenzialità come esclusivi difensori della pace (“i pacifisti” e gli “arcobaleno”), hanno sempre fatto ricorso alla violenza nelle piazze delle nostre città, incendiandole e devastandole e prendendosela, anche vilmente, con una categoria di lavoratori che aveva il compito delicato e rischioso di mantenere l’ordine e di far rispettare la legalità.
Hanno continuato sostenendo d’essere in possesso dell’elisir della felicità, ed adottavano come sport preferito quello di mettersi dalla parte opposta del buonsenso.
Poi, caduto il Muro di Berlino, smascherato il fallimento sociale ed economico d’una ideologia fondata sull’odio e sull’intolleranza, sconfitti dal senso delle cose, hanno sottratto, additandolo come l’emblema d’un sistema corruttivo, a Bettino Craxi lo spazio politico del riformismo della sinistra socialista.
Il fatto è che per essere democratici bisogna esserlo davvero.
Non si può cooptare un sentimento ideale.
La democrazia è un’educazione dell’animo e pertanto non è cosa loro!
I comunisti sono l’altra faccia del fascismo: non hanno, pertanto, la formazione culturale per essere uomini liberi e sinceramente democratici.
Si sono formati o fatti formare così come sono, ma la formazione d’una persona è come il suo Dna.
Sconfitti quasi sempre nelle urne, benché caparbiamente inchiodati nei posti chiave del Paese, con l’idea leninista di minare all’interno il sistema “capitalista”, incapaci di rappresentare i più umili, si sono occupati di finanza, di banche, della conduzione di grossi enti statali, di moltiplicare i ruoli apicali e di creare una rete capillare di gestioni e privilegi, per alimentare la rete di potere e le clientele.
Se l’Italia è piena di debiti, oltre che alla cattiva politica, è dovuto anche alla rete di sperperi e di spesa improduttiva. Si pensi alla burocrazia massacrante che costa tantissimo, produce debito e funziona come un freno che rallenta e blocca l’istinto alla crescita del Paese.
Si sono occupati anche d’accoglienza e di cooperative sociali (enti attivati – coi soldi dei contribuenti – nelle gestioni migratorie, nella tutela dei minori e nelle politiche d’assistenza sociale) con risultati devastanti per la mancanza di risultati, per le truffe e per i costi.
Quando le cose non vanno, per mancanza di risposte ai bisogni, e in assenza d’un credibile progetto politico, i neo comunisti rievocano l’antifascismo.
Il fascismo, morto e sepolto, lo s’alimenta, pertanto, con la bombola d’ossigeno per tenerlo in vita.
L’antifascismo – nei cui valori l’Italia non avrebbe difficoltà a riconoscersi – invece d’un valore insito nella coscienza democratica, in Italia passa attraverso l’attività di misurazione della sinistra vetero e neo-comunista: un po’ come dire che per rimuovere i brufoli dalla faccia ci si debba rivolgere al macellaio.
Il 25 Aprile in Italia potrebbe essere la pacifica e gioiosa festa di tutti, se non perdurasse questa assurda voglia dell’altra faccia del “male assoluto” d’alzare la voce e le mani.
La questione scivola sempre più in un mesto rapporto sillogistico, nel senso aristotelico, dell’antifascismo col fascismo.
Con gli antifascisti che hanno la stessa natura ed usano gli stessi metodi dei vecchi fascisti, diventa difficile comprendere e legittimare coloro che pretendono di misurare il tasso fascistoide degli altri.
E se nella logica aristotelica servono due premesse fortemente caratterizzanti per ottenere una conclusione deduttiva, l’antifascismo è in perfetta attinenza sillogistica col fascismo.
Il fenomeno deformante è stato denunciato da intellettuali liberi ed ampiamente stimati.
Alcuni anche affini al mondo intellettuale di sinistra.
Per ritornare all’assunto dei “comunisti bugiardi nell’animo”, già Giampaolo Pansa, giornalista ed intellettuale deluso dalla sinistra, nella presentazione del suo libro, edito nel 2007, “I gendarmi della memoria” (per Pansa questi gendarmi imprigionavano la verità sulla guerra civile in Italia), scriveva del suo libro come d’un documento di verità etica, “senza la retorica, le bugie e le omissioni che sono l’ultima trincea di una sinistra allo sbando”.
L’ uso della propaganda, adoperata come sintesi deduttiva d’un ragionamento che non s’è mai sviluppato, usa appunto “la retorica, le bugie e le omissioni” quali strumenti atti a falsare la propria narrazione ed a coprire la propria ipocrisia.
Non è che per correre dietro all’antifascismo, creandone un’anacronistica militanza, si dimentica che il ventesimo secolo sia stato travolto da due orrori simili, e che, se i due orrori si sono ritrovati contrapposti tra loro, sia stato solo per l’impossibilità della convivenza dei due galli nello stesso pollaio?

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