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IL PROCESSO ANDREOTTI TRA LA DC E LA MAFIA

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di Vito Sibilio

La mafia è sempre stata un contropotere politico in Sicilia. Quando Ferdinando IV di Borbone si rifugiò, per ben due volte, nell’Isola per sfuggire a Napoleone, la Sicilia non era, al suo interno, ancora completamente mappata né all’interno era servita da un sistema viario esauriente. Il Re e i suoi feudatari, peraltro molto riottosi, non avevano pieno controllo sulla Trinacria. Non meraviglia che, nelle sue viscere, i contadini si affidavano alla protezione delle organizzazioni progenitrici delle cosche. Diventate poi le guardiane dell’ordine ancestrale delle campagne sicule, immobilizzate in un passato che non si evolveva, le famiglie, identificatesi in gran parte con gli agrari, nel nome del gattopardismo si schierarono con i garibaldini contro i Borbone, in concomitanza col sostegno inglese alla politica sabauda di unificazione del paese. La mafia stette dalla parte di Crispi quando questi represse i Fasci, così come aiutò Giolitti a raccogliere suffragi nelle campagne siciliane, senza che questo, peraltro, implicasse sospetti particolari sull’onestà personale di quei politici. La mafia fu tra i sostenitori di Vittorio Emanuele Orlando, il Presidente della Vittoria. Furono le cosche, sollecitate dalle cugine di Oltreoceano, a sostenere lo sbarco alleato in Sicilia, per vendicarsi del Fascismo che le aveva perseguitate. Fu dalla mafia che gli Alleati trassero i primissimi quadri amministrativi  della Sicilia occupata, nonostante le rimostranze degli italiani e dei più avveduti degli occupanti. Da allora, i servizi dell’anglosfera entrarono in connessione con Cosa Nostra e non interruppero più il canale.

Fu agli USA che il redivivo movimento autonomista siciliano – che risaliva ai moti del 1820 e che era lottizzato dalla mafia e dagli agrari e dal banditismo – guardò per avere appoggio e addirittura a cui esso avrebbe voluto annettere l’Isola staccandola dall’Italia. Quando poi la DC si schierò contro lo statuto speciale dell’amministrazione sicula, gli autonomisti e i mafiosi diedero un segnale al partito cattolico, votando per il PCI alle prime amministrative. In quel contesto, stando alla ricostruzione di Francesco Cossiga ne La Versione di K, il Cardinale Arcivescovo di Palermo, Ernesto Ruffini, zio del politico DC Attilio Ruffini, ammonì il partito cattolico sulla necessità di convogliare verso di sé il voto variegato della mafia, degli autonomisti e degli agrari. Fu così che la DC siciliana mandò in avanscoperta Bernardo Mattarella, suo autorevolissimo esponente, perché la moglie apparteneva a una famiglia che, pur non essendo assolutamente mafiosa, era rispettata dalla mafia e in grado di prendere contatto con essa. Cosa accadde di preciso nessuno lo sa, ma da allora la mafia e gli autonomisti – ma non gli agrari – votarono per la DC, che cambiò idea sull’autonomia dell’Isola.

Non è invece vero, come ha sostenuto lo storico Brian Sullivan, che Alcide De Gasperi si era attivato per ottenere il voto mafioso proprio tramite Andreotti e, addirittura, che l’arcivescovo Giambattista Montini ne fosse a conoscenza. In effetti, nel 1948 non solo era Bernardo Mattarella, vice segretario nazionale della DC, ad occuparsi allora degli affari siciliani – che lasciò in eredità al ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani – ma Montini era ancora in Vaticano come Sostituto agli Affari Generali della Segreteria di Stato e non era nemmeno stato consacrato vescovo. Salvatore Aldisio, dal canto suo, approdato alla DC, aveva cercato di rompere il fronte costituitosi tra mafia, siculo-americani sbarcati con gli Alleati e la Banda di Salvatore Giuliano, perché esso mirava a staccare la Sicilia dall’Italia. In questo quadro si colloca la Strage di Portella della Ginestra, che il bandito Giuliano fece nel giorno della festa del Lavoro, una strage che si mette in conto spesso alla DC, ma che ebbe probabilmente altri padrini, che non a caso erano assenti in quel giorno dalla manifestazione, per non rischiare la vita. Cosa che, puntualmente, Mario Scelba rinfacciò a Girolamo Li Causi, il segretario del PCI siciliano. Fu il primo di una lunga serie di mezzi scorretti con cui certa sinistra volle sempre mettere in difficoltà la DC.

Gli agrari infatti nel 1948 non votarono per la DC ma per l’Uomo Qualunque di Giannini e per i partiti di destra. In ogni caso, una parte della mafia, quella che si muoveva dietro a Calogero Vizzini e a Giuseppe Genco Russo, venne cooptata nella DC, che scelse proprio loro come sindaci delle rispettive città, onde indebolire il fronte separatista e coinvolgerla nella lotta al banditismo, che dopo Portella della Ginestra aveva preso troppo potere.

Andreotti ha dichiarato ad Antonio Nicaso in un bel libro intervista –Io e la mafia, in cui parla in modo insolitamente chiaro e puntuto – che non ha mai creduto all’idea che la mafia sia stata determinante nel contenimento del comunismo, ma ovviamente questo non significa che essa non abbia partecipato al blocco contro di esso per ragioni tattiche, modificandole all’occorrenza. Ha asserito che, negli anni del terrorismo, questo fu considerato una priorità perché esteso a tutto il territorio nazionale. Ha ammesso con onestà che, da Ministro della Difesa, negli anni sessanta e nei primissimi anni settanta, mai ha partecipato a vertici antimafia perché non venivano convocati. Ma una volta al governo, egli aveva sposato con risolutezza la linea della legislazione speciale, come aveva fatto ai tempi del terrorismo. Infatti, se negli anni cinquanta e sessanta la mafia, come del resto la camorra e la ‘ndrangheta rappresentarono un contropotere parallelo allo stato, con cui non si scontrava mai se non quando esplicitamente violava la legge, a partire dalla fine degli anni sessanta e per tutti i settanta essa si trasmutò geneticamente, diventando una holding internazionale del crimine e in particolare del narcotraffico, se non una agenzia di servizi disponibile anche per poteri stranieri, così da divenire una avversaria dello stato. Svariati delitti politici – Mattarella, Reina (che era andreottiano), La Torre, Dalla Chiesa – mostrarono la nuova natura dei rapporti tra i due poteri e spinsero anche la Chiesa, dapprima per bocca del Cardinale Salvatore Pappalardo, Arcivescovo di Palermo, sia del Papa stesso, Giovanni Paolo II, a prendere nettamente le distanze dal mondo del crimine, che ancora si ammantava di forme di religiosità rituale dissacrate. Una generazione di eroici inquirenti aprì la strada della conoscenza profonda del fenomeno mafioso, pagando un altissimo tributo di sangue ma distinguendosi per le sue doti intellettuali di acume e lucidità con personaggi del calibro di Livatino, Falcone, Borsellino. La coscienza civile si accorse abbastanza presto di questa mutazione della mafia, favorita dall’ascesa dei Corleonesi, mentre le istituzioni arrivarono in ritardo, ma quando il ceto politico si mosse lo fece risolutamente, a cominciare proprio dall’uomo simbolo della perennità del potere DC, ossia Giulio Andreotti.

Andreotti rivendicò poi con orgoglio sia l’impegno antidroga svolto durante l’incarico di Ministro degli Esteri, sia la molteplice attività svolta da Capo del Governo, come il decreto Mancino – Violante, di cui si era fatto promotore, assecondando l’opinione pubblica e sollecitato dall’avvocato Odoardo Ascari –legale di parte civile dei Carabinieri – e che aveva prorogato i termini della scarcerazione dei boss e che aveva permesso lo svolgimento del maxi processo e la decisione di incarcerarli in istituti di pena dislocati su piccole isole, così da rendere impossibile la loro comunicazione con l’esterno, ma anche lo scioglimento di ventinove comuni per sospette infiltrazioni mafiose, le intese con Stati esteri contro il riciclaggio (Svizzera in primis), le misure per rivedere la mappa dei domicili obbligati – onde evitare le infiltrazioni mafiose nel Nord – le norme contro i sequestri di persona fatti dai calabresi, la creazione della Divisione Investigativa Antimafia e della Direzione Nazionale Antimafia, il coinvolgimento dei servizi segreti nella lotta alla mafia, la funzione propulsiva a tale lotta nell’ambito del G7 e la lettera al prefetto Finocchiaro – ultimo atto prima di passare le consegne al Governo Amato I – che incitava le forze dell’ordine a catturare Riina e Provenzano. Tutte misure che, contrariamente a quanto avrebbe sostenuto Claudio Martelli, Andreotti aveva cominciato a prendere coi suoi governi prima ancora che il politico socialista diventasse Guardasigilli, d’intesa con il suo predecessore Giuliano Vassalli e col ministro degli Interni Vincenzo Scotti.

Nonostante ciò, la faida politica siciliana, consumatasi nella DC e tra le sue correnti tra gli anni ottanta e novanta, non si esentò dal tacciare Andreotti di mafiosità, proprio negli anni cruciali della sua attività anticrimine, anche e soprattutto per bocca di Leoluca Orlando, la cui ostilità a Lima, a Gioia e a Ruffini non era tanto dettata dalla presunta superiorità morale, ma dal retaggio dei legami del padre, politico anch’egli, con Franco Restivo, democristiano di altra collocazione interna al partito. Lima e Gioia erano fanfaniani, dei quali il primo poi approdò tra gli andreottiani. Restivo era scelbiano e scalfariano, nonché grande alfiere dell’autonomismo insulare, tanto da essere chiamato vicerè di Sicilia. Orlando aveva preteso che Lima non venisse candidato alle europee, lasciando solo lui in lista, nonostante il pieno dei voti fatto dal leader andreottiano siciliano, e ovviamente non era stato esaudito. Ad un certo punto, però, Orlando era entrato in contatto con svariati ambienti tedeschi e americani, i quali, in appositi viaggi all’estero, gli diedero il destro di propalare ai quattro venti le sue calunnie contro Andreotti, fino al Forum di Davos. Il Presidente aveva preso sotto gamba le accuse di Orlando, oramai deputato, e solo quando Gerardo Chiaromonte, già Presidente della Commissione Antimafia, lo sensibilizzò in tal senso, chiese un giurì d’onore alla Camera ma non lo ottenne, perché Andreotti apparteneva all’altro ramo del Parlamento. Sarebbe stato sempre Chiaromonte ad avvisare Andreotti del tentativo di incastrarlo, nel febbraio 1993, un anno prima dell’avviso di garanzia. Una volta che gli arrivò, Chiaromonte gli promise che sarebbe sceso a Palermo a chiarire la faccenda, facendo nomi e cognomi anche di persone defunte, che spiegavano come era nata la voce della mafiosità di Andreotti e ne parlò pure a Cossiga, ma la morte improvvisa gli impedì di realizzare il suo proposito.

A Palermo, le indagini su Andreotti erano iniziate dal 1992, prima che vi arrivasse Giancarlo Caselli nei primi mesi del 1993, quando essa era retta ancora da quel Pietro Giammanco, avversario di Giovanni Falcone. Pochi rammentano che Falcone era stimato e protetto da Andreotti, per cui i nemici dell’uno potrebbero essere stati quelli dell’altro, in un comolesso gioco di strumentalizzazioni. Una pagina non scritta di storia giudiziaria in cui la lotta politica si intreccia con le faide giudiziarie e persino con intrighi internazionali. Sono gli anni in cui si scopre la Gladio Rossa, il cui scandalo è coperto da quello più fragoroso, guarda caso, della Stay Behind. Sono gli anni in cui Falcone, su indicazione di Andreotti e richiesta di Boris Eltsin, vola a Mosca per indagare sulla connessione tra mafia siciliana, mafia russa e KGB, muore prima di concludere e la vicenda viene oscurata proprio dal processo Andreotti. La strada maestra che portava all’incriminazione di Andreotti venne imboccata dalla Procura di Palermo quando, il 20 ottobre 1992, mise nero su bianco, indagando sulla morte di Salvo Lima, che questi era stato scaricato dalla mafia perché non più utile, mentre in passato era servito come tramite presso Andreotti e, tramite costui, con la Cassazione per modificare i processi dei boss. Il tutto, senza indicare in quali casi Andreotti era stato avvicinato da Lima per gli interessi, giudiziari e non, di Cosa Nostra. Degli atti governativi dei Gabinetti Andreotti VI e VII, nessuna traccia. Trentasei dispositivi legislativi, puntualmente elencati dal Senatore a Vita nel libro A non domanda rispondo. In un secondo momento, la Procura, indagando sul Senatore a Vita, sostenne, sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che sin dal 1980 esistevano accordi per l’assoluzione dei boss nel maxi processo, ma che la situazione politica non lo aveva permesso, per cui i mafiosi avrebbero atteso pazientemente fino all’ottobre del 1991, quando si resero conto che il presunto referente romano non avrebbe fatto nulla. I legali dei boss, per boicottare il procedimento, avevano già chiesto la lettura integrale degli atti, cosa che avrebbe fatto decorrere i termini della carcerazione preventiva.

Per appannare l’immagine inequivocabilmente antimafiosa di Andreotti, la Procura palermitana sostenne che, in quelle circostanze, dopo aver votato per il PSI, la mafia si era riconciliata con la DC e Riina aveva incontrato il Ministro degli Esteri, salutandolo con un bacio. Cosa che poi si sarebbe rivelata falsa. Ma in quell’istruttoria non ci si vergognò di andare oltre il ragionevole dubbio, per cui  venne messa agli atti anche la testimonianza di Marino Pulito, per cui Andreotti sarebbe stato il referente persino della ‘ndrangheta, cosa che poi non venne tenuta in nessun conto, anche se il suo impegno contro i sequestri di persona è senz’altro alla base della calunnia lanciatagli addosso. Del resto, questo avvenne per moltissime accuse lanciate contro Andreotti e recepite dalla Procura, perché Giancarlo Caselli e i suoi collaboratori spesso non raccoglievano dall’inizio le prove necessarie, reputando che il corso delle indagini avrebbe confermato o smentito le ipotesi accusatorie, per le quali si chiese l’autorizzazione a procedere. Una tecnica, questa, molto discutibile e che alla fine si rivelò sterile. Specie quando, come nel caso di Balduccio Di Maggio, emersero retroscena che facevano perdere di credibilità ai calunniatori. Fu il caso della sua recidiva a delinquere ma anche dell’utenza telefonica concessagli, mediante cui egli colloquiava frequentemente con i suoi compagni di clan di San Giuseppe Iato, compreso quel Francesco Reda che, mentre il Di Maggio inventava i baci di Riina, venne ingoiato nel nulla dalla lupara bianca. Fu tramite la stessa utenza che Di Maggio promise alla vedova di trovare i responsabili. La cosa fu denunziata da Enzo Fragalà, il deputato che pagò con la vita il suo zelo nella ricerca della verità su tanti intrighi italiani. In genere, i privilegi dei collaboratori di giustizia, come le esorbitanti elargizioni di denaro, peraltro corrisposte in base alle rivelazioni fatte, finirono per screditarli, anche se, va ricordato, la legislazione premiale era stata un’altra delle trovate antimafia dei Governi Andreotti.

La Procura palermitana, come del resto quella perugina, non esitò a connettere le sue inchieste a fantasmi politici del passato, dal Piano Solo al Golpe Borghese, nonostante l’inanità delle ipotesi di reato. In effetti, il Piano Solo era diventato un caso mediatico per le infiltrazioni dei servizi sovietici nella stampa italiana, come ha rivelato Francesco Cossiga, mentre la candidatura di De Lorenzo e di Valerio Junio Borghese nelle fila dell’MSI e non della DC faceva giustizia dei sospetti di contiguità politica tra essi e la Balena Bianca. Andreotti, peraltro, con acume denunziava la stupidità del piano golpista di Borghese, che invece di puntare al centro del Paese sembrava fondarsi sull’appoggio periferico della mafia, almeno nella ricostruzione della vulgata. In effetti, per quel golpe, vale la definizione di Indro Montanelli: conato di conato di colpo di Stato.

La Procura di Palermo spesso sentì solo testimonianze ostili all’imputato, come quando acquisì agli atti le insinuazioni di Martelli sulla presunta tiepidezza antimafiosa di Andreotti, mentre non audì mai né Scotti, né Vassalli, né il capo dell’Ufficio Legislativo della Presidenza del Consiglio. In compenso così permise all’ex ministro socialista di attutire le voci di un sostegno mafioso alla sua candidatura in Sicilia nel 1987 e che erano rimbalzate sulla stampa nel 1992.

In genere, i magistrati palermitani sposarono con tanto accanimento l’idea che la responsabilità politica del ceto dirigente DC nella gestione, spesso trasandata, del fenomeno mafioso potesse traslocare facilmente in ambito giudiziario, da essere facilmente accusati di aver congiurato contro Andreotti, anche se senza prove. L’esito di quella inchiesta fu simile alla montagna che partorì il topolino. La complessa storia dei rapporti tra mafia e politica non poté essere riscritta in chiave solamente giudiziaria attraverso il processo a Giulio Andreotti, perché essa attraversava tutto il novecento e ad un certo punto diventava lotta aperta tra loro. Una cosa che, per quanto bypassata dagli inquirenti di parte, non poteva non pesare nella gestione di tutta l’inchiesta. A distanza di trent’anni, morta la DC, morto Andreotti e vive e vegete le connessioni tra mafia e politica, non si può negare che il processo al Senatore a Vita non fu un modo di far pulizia, ma uno strumento, in mani ignote, per intralciare la vera lotta alla mafia, iniziata, sia pur tardi, da quella classe dirigente che si voleva infangare.

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