di Antonio Foccillo
Uil, Cgil e Cisl quest’anno celebreranno il Primo Maggio con lo slogan: “Costruiamo insieme un’Europa di pace, lavoro e giustizia sociale”.
Ad un primo impatto sembra retorica, ma non lo è, perché si affrontano tematiche che in passato sembravano conquistate per sempre e, invece, oggi sono tutte messe in discussione.
Il messaggio del Primo Maggio, per questo, deve ritornare ad essere un grande momento di mobilitazione e di lotta. C’è poco da festeggiare!
Purtroppo viviamo in una società in cui esistono troppe apatie, troppe deleghe fino all’abbandono della militanza, che rende insufficiente la partecipazione democratica!
Tutto questo avviene, anche, perché non ci sono più strumenti di partecipazione in cui impegnarsi, né autorità morali né ideali che svolgono la funzione di stimolo ed esempio. A rischiare è proprio la democrazia in questa nuova realtà che si è determinata.
Bisogna ridare motivazione alle persone, dimostrare loro che possono essere proprietarie del loro futuro, attraverso l’ impegno diretto.
In questo processo è ancora fondamentale il ruolo del sindacato e non si può accettare la descrizione di un sindacato che ormai rappresenta la storia passata.
Il sindacato è stato e continua ad essere un vigoroso strumento di questa democrazia, dal dopo-guerra, quando i lavoratori si sono rimboccati le maniche e hanno lavorato, prima, per difendere le fabbriche durante il regime fascista e poi, successivamente, per costruire benessere, civiltà, democrazia e pluralismo.
Il sindacato ha dimostrato che le grandi idee, i grandi obiettivi, come quelli dell’Europa unita, della difesa delle istituzioni, del miglioramento delle condizioni di vita, del rilancio dell’economia hanno trovato un ampio consenso e partecipazione, pur a fronte di tanti sacrifici.
Ma non bisogna vivere solo di ricordi e bearsene, ma deve ritornare ad essere ancora un soggetto protagonista anche in questi difficili tempi.
Negli anni (dal 2000 fino ad oggi) si è verificata, su scala mondiale, una sostanziale retrocessione dei diritti del lavoro, a tutto vantaggio del capitale finanziario.
Oggi, ancora più di ieri, bisogna essere in grado di cogliere fino in fondo i processi che quotidianamente avvengono nella società, per impostare l’attività politica in modo più funzionale alla realtà in atto e quindi, svolgere la funzione più ampia, veramente politica, di aver cura degli interessi generali del Paese.
Questo metodo deve essere ripreso per far diventare comune la voglia di modernizzare, di migliorare, di cambiare questo Paese.
In tutto il mondo occidentale, gli effetti combinati della globalizzazione, del liberismo, delle delocalizzazioni e deregulation hanno prodotto precarietà, con indebolimento di molti diritti e tutele. È chiaro che anche lo spazio del sindacato è stato sottoposto ad attacchi nel tentativo di confinarlo sempre più in una logica aziendale, per poi accusarlo di corporativismo e ridurne così il peso ed il ruolo di ultimo, reale, soggetto collettivo di elaborazione e confronto.
Anche in Italia questi processi hanno prodotto molti danni, in verità limitati, perché il sindacato confederale è stato potenzialmente forte, che deriva proprio dalla sua caratterizzazione confederale.
Il sindacato confederale si distingue da quello corporativo, per la sua capacità di agire strategicamente tenendo conto dell’insieme della società e non delle corporazioni d’interessi. È questo va ancora affermato con forza!
Il punto è proprio quello di mantenere il carattere confederale, cioè un sindacato che sia in grado di entrare nei processi politici, economici e sociali con l’intenzione, senza conservatorismo, di prevederli, anticiparli e gestirli.
Negli anni sono cambiate tante cose:
- dalla composizione quantitativa e qualitativa del mercato del lavoro;
- dalla crisi dei sistemi di tutela per gli alti costi dovuto alle modifiche dell’età (aumento degli anni) di chi li utilizza al ridimensionamento del potere di acquisto dei salari e delle pensioni;
- da un fisco che sempre meno è in grado di essere distributore di ricchezza;
- dalle infrastrutture materiali e immateriali sempre più vecchie e non rispondenti alle esigenze della competitività dell’intero sistema paese;
- da una serie di servizi pubblici esternalizzati o privatizzati che ancora di più hanno aumentate le divaricazioni fra cittadini;
- da una politica europea che non esiste come autorità, anzi diventa matrigna nei confronti dei cittadini e non riesce ad essere vissuta come un “sentire comune” ad un sindacato europeo che non trova una sua funzione vera di potere contrattuale anche per i lavoratori europei;
- infine, è ritornata la guerra in Europa, con un imbarbarimento dell’intera Umanità.
Di fronte a tutto ciò, piuttosto che chiudersi in difesa, il sindacato confederale deve uscire allo scoperto ed indicare un suo modello di società e di regole condivise, un modello di stato sociale, una partecipata gestione dell’economia e delle scelte economiche.
In sintesi, deve ritornare a fare politica, avendo la consapevolezza di essere soggetto rappresentativo di un vasto mondo e che in una società democratica e pluralista ogni soggetto è legittimato e accettato anche per la sua capacità propositiva, che partendo dagli interessi particolari li inquadra sempre in un quadro di compatibilità generale.
Il sindacato italiano, in tantissimi anni di storia, si è conquistato ampio credito per la serietà delle sue proposte: quando ha difeso il Paese e le sue istituzioni; quando ha chiesto sacrifici ai lavoratori per far uscire il paese dalla crisi e assicurare un futuro migliore a tutti i cittadini; quando ha affermato principi di solidarietà, giustizia sociale, emancipazione, diritti e doveri.
È stato un protagonista positivo della nostra storia, un fattore aggregante della coesione e non può che continuare ad esserlo, ritrovando le capacità di proporsi con le sue elaborazioni, con le sue strategie, tese sempre ad affermare politiche di sviluppo e modernizzazione.
In una società che ha trasformato esigenze e bisogni della gente, il problema è come mantenere in essa un equilibrio sociale adeguato! A parer mio, senza organismi intermedi che rappresentano e garantiscano tutti gli interessi, difficilmente si riuscirà a raggiungere tale obiettivo.
Per cambiare le cose si deve ritornare a fare politica dal basso, ma proprio nel senso di politica di base, anche sui posti di lavoro e quindi il sindacato è il primo soggetto che deve rilanciare il proprio ruolo ed implementarlo, contro una tendenza a far passare come obsoleta la cultura del lavoro, intesa letteralmente come parte attiva della società, da tutelare nei diritti e negli interessi, legittimamente. Si deve tornare a parlare di diritti del lavoro, di sviluppo sostenibile e di valori sociali condivisi.
Si deve battersi, tutti insieme, per una battaglia di civiltà e progresso! Battaglia che in questi ultimi anni si è molto affievolita perché tutta la cultura che aveva portato negli anni ‘70, a partire dallo statuto dei lavoratori, ad affermare una legislazione sociale garante dei diritti e delle tutele del mondo del lavoro, non ha più ritrovato quel vasto consenso che aveva saputo creare.
Oggi i valori dominanti sono altri e sulla base dell’affermato primato della finanziarizzazione dell’economia, si stanno cancellando anche tanti elementi importanti di garanzia che fanno un Paese civile e democratico.
Pertanto, è necessario qualche cambiamento culturale nel modo di fare e pensare del sindacato, pena un imbarbarimento sempre peggiore della vita.
Il sindacato si deve porre il problema di come essere all’altezza del cambiamento e come attualizzare le strategie rivendicative e sociali, ricercando nella società aggregazioni, senza mai rinunciare alla capacità di accompagnarle con valori, principi di progresso e giustizia sociale.
Deve essere capace di far crescere nuove forme di dialogo e di partecipazione. Deve, con molta umiltà, riprendere il cammino per stimolare la partecipazione e comprendere a fondo le trasformazioni, quelle già avvenute e quelle in atto.
Il rapporto fra potere e giustizia è, in sostanza, il punto focale della partecipazione per renderla più esplicitamente istituzionale.
Il problema è come esprimere e mediare il potere in un sistema di relazioni reali e come usarlo per il bene comune.
Il sindacato ha, in questo frangente, ancora una volta, l’opportunità di contribuire a dare regole alla società, regole finalizzate ad appianare gli squilibri ed a ridurre la povertà, proprio mediando fra potere e partecipazione.




