
di Maria Rita Monaco
Olocausto. Già solo a leggere o pronunciare questa parola vediamo le immagini dei film sulla Shoah e proviamo orrore per quello che l’uomo riesce a fare nei confronti di altri esseri umani,
Vediamo le sofferenze, le uccisioni, le camere a gas, le ciminiere che sputano il loro fumo nero. Siamo dentro i campi di concentramento, varchiamo con donne, bambini, uomini anziani e non i cancelli che con la famigerata scritta “Arbeit macht Frei“introduce all’inferno.
Vediamo e partecipiamo a tutto con gli occhi puntati sulle vittime. Sempre.
Ma nel film” La zona di interesse” assistiamo ad altro, un altro che non avevamo mai visto.
La famglia Hoss, trasferita in Polonia per il lavoro del padre Rudolf direttore del campo di Auschtwitz, sarà la guida del nostro viaggio alla scoperta della banalità della vita quotidiana al di là del muro che separa l’inferno dall’indifferenza. Non possiamo restare insensibili davanti all’orrore della banalità del male che si rivela non solo entrando nell’inferno,ma anche fermandoci ad osservare la vita quotidiana di chi viveva al di qua del muro.
Un alto muro recintato dal filo spinato attraverso il quale passa l’elettricità; al di là del muro, sullo sfondo, una ciminiera, al di qua un grande giardino ben curato, una piscina, bambini che giocano,sono i 5 figli della famiglia Hoss. Una vasta estensione di verde fino al vicino lago, meta preferita nelle calde gionate d’estate dalla famiglia Hoss.
Si organizzano picnic con gli amici che non hanno la „fortuna“ di vivere in una villa in mezzo al verde. Le signore prendono il tè e si racconta di un diamante scoperto in un dentifricio…non una parola su quello che succede al di là del muro … soloo una battuta…”i soliti ebrei furbastri”. Ghiaccio nel cuore degli spettatorima non certo in quello del regista che nel discorso di ringraziamento in occasione dell’Oscar,miglior film straniero, ha definito simile alla shoah quello che oggi sta facendo Israele a Gaza. Ma cerchiamo di tenere distinta l’opera dalla persona.
Per inciso, se Ceccherini ha visto il film e assistito alla premiazione la notte dell’Oscar, questo commento lo ha portato ad affermare „Ha vinto il film di Jonathan Glazer non perchè è il film più bello, ma perchè tanto vincono
sempre gli ebrei“. Agghiacciante!
Nello studio di Rudolf gli uomini discutono sull’uso del gas per accelerare lo sterminio dei prigioneri ebrei, mentre nella stanza accanto i servi (prigionieri ebrei ) preparano la tavola.
A poca distanza campi dove pascolano cavalli, un lago. Il tutto ripreso da una camera spesso fissa e che, quando si muove lo fa lungo rotaie che non permettono sbalzi. Ogni scena è ripresa con matematica precisione per rendere al meglio la visione dell’eden al di qua del muro che si conratrappone all’inferno che non vediamo ma è al di là del muro: Auschwitz.
Impressionante la colonna sonora formata da una cacofonia di suoni che possiamo ascoltare per tutta la durata del film. Fischi, grida, colpi di pistola, sfrigolio continuo dell’elettricità che passa lungo il filo spinato sopra il muro,costituiscono la colonna vertebrale del film che entra nella testa dello spettatore fino a fargli provare un persistente senso di nausea, favorito anche dal rimbombo degli stivali degli ufficiali tedeschi, dal rumore degli zoccoli die prigionieri. Senso di nausea che si accresce ascoltando le parole del regista che mi sento di definire di una grossa scorrettezza morale.
La banalità del male culmina nel male assoluto tramite la disumanizzazione dell’umanità.





