
Putin ha vinto le elezioni in Russia.

L’inglese David Cameron ha commentato: “Queste elezioni russe sottolineano la profondità della repressione del regime del presidente Putin, che cerca di mettere a tacere qualsiasi opposizione alla sua guerra illegale. Putin elimina i suoi oppositori politici, controlla i media e poi incorona se stesso come vincitore. Questa non è democrazia”.
Che ci sia repressione in Russia non è una novità e che la Russia non sia un Paese democratico secondo le regole inglesi lo sapevamo già.
E’ quanto meno interessante, invece, il concetto di guerra illegale. Quale sarebbe la guerra legale? Quella che David Cameron, con Nicolas Sarkozy, Hillary Clinton e Barack Obama, condusse contro Gheddafi in Libia, ad esempio?
Il 19 marzo 2011, le forze Usa/Nato iniziano il bombardamento aeronavale della Libia. La guerra fu diretta dagli Stati Uniti, prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa. In sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettuò 30 mila missioni, di cui 10 mila di attacco, con oltre 40 mila bombe e missili. L’Italia – con il consenso multipartisan del Parlamento (Pd in prima fila) – partecipò alla guerra con 7 basi aeree (Trapani, Gioia del Colle, Sigonella, Decimomannu, Aviano, Amendola e Pantelleria); con cacciabombardieri Tornado, Eurofighter e altri, con la portaerei Garibaldi e altre navi da guerra.
L’intervento aveva per obiettivo di seppellire i piani a stadio avanzato di Gheddafi per creare una moneta africana ed araba che rimpiazzasse il dollaro nel commercio del petrolio. Da quando la moneta USA ha abbandonato il sistema di convertibilità con l’oro nel 1971, essa ha perso molto del suo valore in rapporto all’oro. Gli Stati produttori di petrolio arabi e africani dell’OPEP da tempo lamentavano la riduzione di valore delle loro entrate petrolifere, fissate per volontà di Washington, dal 1970, in dollari statunitensi, mentre l’inflazione del dollaro è cresciuta più del 2000% dal 2011.
In una email declassificata inviata a Clinton da Sid Blumenthal (Consigliere anziano del presidente degli Stati Uniti), in data 2 aprile 2011, quest’ultimo rivela la ragione per la quale Gheddafi doveva essere eliminato. Col pretesto di citare una fonte di non meglio identificate “alte sfere”, Blumethal scrive a Clinton: “Secondo le informazioni sensibili in possesso di questa fonte, il governo di Gheddafi dispone di 143 tonnellate di oro e una pari quantità d’argento… L’oro è stato accumulato prima dell’attuale ribellione ed era destinato ad essere utilizzato per istituire una moneta panafricana basata sul dinaro-oro libico. Si tratta di un piano destinato a fornire ai paesi africani francofoni una alternativa al franco francese (CFA)”.
Erano legali le guerre in Iraq, basata su delle menzogne, e dell’Afghanistan?
La guerra è guerra ed è la sconfitta della politica e della diplomazia. Quando c’è la guerra non c’è alcuna legalità. Ci sono i rapporti brutali di forza.
La Casa Bianca ha parlato di elezioni né libere né giuste. Che non siano libere non è una novità in un Paese autocratico, ma cosa significa: “giuste”? Qual è il criterio che rende un’elezione giusta?
Inutile chiederlo al comandante in capo della più grande potenza del mondo, il quale volge la questione a pura ridicola propaganda interna, facendo di Trump il velenoso amico di Putin, dimentico dei soldi presi da suo figlio dai russi, dagli ucraini e dai cinesi e anche del fatto che l’impeachment inscenato dai Dem contro Trump si è dimostrato una farsa.
Biden autore di quel “figlio di Puttana” rivolto a Putin con autentico stile da grande statista, ha affermato: “Viviamo in un momento senza precedenti. La democrazia e la libertà sono sotto attacco. Putin è in marcia sull’Europa e il mio predecessore si inchina a lui e gli dice di fare quello che vuole. Ma noi non ci inchineremo, io non mi inchinerò. Il veleno scorre nelle vene della nostra democrazia. La disinformazione è ovunque. C’è un ciclo tossico di rabbia e cospirazione”.
Gli aspetti proiettivi noti alla psicologia sono tutti racchiusi in questa frase.
Tuttavia, nonostante le intemperanze di Biden, la Casa Bianca ha preso atto della realtà. “Le elezioni in Russia non sono state né libere né giuste, ma la realtà è che Putin è il presidente e dobbiamo fare i conti con questa realtà”, ha detto il Consigliere per la sicurezza americana Jake Sullivan in un briefing con la stampa.
Volodymyr Zelensky ha parlato di “una farsa, un’imitazione di elezioni”.
Il presidente ucraino ha detto che Putin è “dipendente dal potere” e che non c’è “nessun male che non avrebbe commesso per prolungare il suo potere personale. Non c’è legittimità in questa imitazione delle elezioni e non può esserci. Questa persona dovrebbe essere processata all’Aia. Questo è ciò che dobbiamo garantire”.
Qui gli aspetti proiettivi sono più che mai evidenti. Zelensky le elezioni le ha rimandate, pur essendo in caduta libera di consensi, anzi, proprio per quello e ha eliminato progressivamente tutti quelli che in qualche modo gli potrebbero mettere in discussione la sua dipendenza dal potere.
Il richiamo alla Corte dell’Aja ha poi, ormai, del grottesco e rivela questa stramba idea che l’unico mondo in grado di legittimare e delegittimare, di condannare e di assolvere, sia l’Occidente. Non è così.
Il governo tedesco non riconosce il risultato delle elezioni in Russia e quindi il cancelliere Olaf Scholz non si congratulerà con Vladimir Putin. Il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier non invierà al presidente russo Vladimir Putin una lettera di congratulazioni per la sua rielezione.
Non congratularsi è lecito, ma non riconoscere il risultato delle elezioni significa non riconoscere Putin come presidente della Russia.
Che fa la Germania, che fino a ieri usava il gas russo per arricchirsi e imporsi al resto dell’Europa? Rompe le relazioni diplomatiche con Mosca?
Steinmeier aveva precedentemente rilasciato un comunicato in cui dichiarava: “Oggi penso al popolo russo che lotta per la libertà e la democrazia e che vive in costante pericolo a causa del regime di Putin. Non dimenticheremo queste persone coraggiose”. Nessuno dimentica gli oppositori a Putin, ma siamo proprio così sicuri che questi siano “il popolo russo” e che il quasi 90 per cento dei voti sia il frutto di un vasto dissenso costretto a tramutarsi in un vasto consenso?
Se anni fa, Steinmeier si congratulò con Putin per la sua rielezione, quattro anni dopo l’annessione della Crimea e l’inizio della destabilizzazione nell’Ucraina orientale. Erano tempi in cui il gas russo scorreva nei tubi verso Berlino. Il capo dello Stato tedesco scrisse allora al suo omologo: “Mi congratulo con te e con i cittadini della Federazione Russa per la tua rielezione e ti auguro buona fortuna per il tuo nuovo mandato”. Quelle elezioni furono democratiche, libere? Direbbe l’italico Totò: “Ma mi faccia il piacere”.
Più felpato l’italiano Tajani, il quale, dopo aver recitato la litania: “Le elezioni in Russia non sono state né libere né regolari ed hanno riguardato anche territori ucraini occupati illegalmente”, ha aggiunto: “Continuiamo a lavorare per una pace giusta che porti la Russia a terminare la guerra di aggressione all’Ucraina nel rispetto del diritto internazionale”.
Ovviamente non si è fatta attendere la risposta del Cremlino il cui portavoce, Dmitry Peskov: ha giudicato assurde le accuse di elezioni illegittime.
La questione, tuttavia, non è tanto nelle risposte scontate della Russia. La questione è che, mentre l’Occidente fa propaganda a fini interni (elezioni Usa, elezioni europee), la Russia incassa le congratulazioni della Cina (“siamo fiduciosi che i rapporti tra la Federazione russa e la Repubblica popolare cinese continueranno a svilupparsi”) “, del presidente della Bolivia, Evo Morales, del presidente venezuelano, Nicolas Maduro, di Cuba e del Tagikistan.
Congratulazioni anche da parte del presidente bielorusso Alexander e del presidente cinese Xi Jinping, il quale ha scritto: “Negli ultimi anni, il popolo russo si è unito per superare le sfide. Credo che sotto la tua guida la Russia sarà in grado di raggiungere maggiori risultati nello sviluppo e nella costruzione nazionale”.
Congratulazioni per Putin anche da parte del presidente della Repubblica islamica dell’Iran, Ebrahim Raisi.
Significative, infine, le congratulazioni dell’India. “Congratulazioni di cuore” a Vladimir Putin “per la sua rielezione a Presidente della Federazione Russa” ha detto il presidente indiano e ha aggiunto:”Non vediamo l’ora di lavorare insieme per rafforzare ulteriormente il collaudato partenariato strategico speciale e privilegiato tra India e Russia negli anni a venire”.
Inutile fare la conta delle congratulazioni mancate e di quelle arrivate. Già da quanto sopra si capisce che la Russia non è isolata e che Putin può tranquillamente farsene un baffo dei giudizi occidentali e dei graffi diplomatici che lasciano il tempo che trovano.
Arriviamo, pertanto, alla questione vera. La Russia c’è, è comandata da Vladimir Putin, il quale, che le elezioni siano democratiche o meno, ha comunque un ampio consenso, come del resto avevano evidenziato in questi mesi tutti gli osservatori del mondo russo.
Che fare? A Vladimir Putin diamo del figlio di puttana? Diciamo che è un nuovo Stalin e un nuovo Hitler? Se è così, con Putin non si deve trattare e non trattare significa fare la guerra e chi vuol fare la guerra a Putin, quella vera, non dal salotto, alzi la mano.
Che facciamo? Ogni tanto diamo a Putin del figlio di puttana, sull’esempio preclaro del presidente degli Stati Uniti e poi parliamo di pace, di diplomazia, di trattative, e via discorrendo.
L’Occidente si è fritto il cervello?
L’italiano ministro degli Esteri Tajani, parla di fughe in avanti di Macron che possono dividere l’Europa e afferma: “Vogliamo la pace, non la terza guerra mondiale. Impossibile mandare truppe in Ucraina, vorrebbe dire incendiare il mondo”.
In un’intervista a ‘La Verita’ Tajani prende le distanze dalle fughe in avanti francesi su Kiev: “Così non si fa il bene dell’Europa unita. Rischiamo di apparire divisi agli occhi di Putin”. Il presidente francese si dichiara pronto a schierare truppe in Ucraina: per l’Italia non è non è mai stata un’ipotesi sul tavolo. “Noi – dice Tajani – non siamo in guerra con la Russia. Stiamo difendendo l’Ucraina, che è cosa completamente diversa”.
Anche Budapest frena Parigi: “Si rischia la guerra mondiale”.
Il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, a Bruxelles per partecipare al Consiglio Esteri, ha scritto che a poco più di due anni dall’invasione russa dell’Ucraina “la situazione in Europa è la più critica e lo spettro di una guerra mondiale incombe sempre di più. I leader dell’Europa occidentale dovrebbero ammettere che la loro strategia di guerra in Ucraina è fallita e che se avessero dedicato alla costruzione della pace la metà degli sforzi che hanno profuso per i trasferimenti di armi, ci sarebbe stato un cessate il fuoco molto tempo fa”.
“Sotto la guida francese – ha aggiunto Péter Szijjártó -, il pericolo di una guerra mondiale diretta viene ora alimentato secondo il principio ‘la migliore difesa è l’attacco”.
Il fatto è che l’unico vero attacco di Macron è ai tedeschi per togliere a Berlino la leadership in Europa.
Lo ha capito benissimo Putin, che solletica la grandeur del pupillo dei Rothschild. “La Francia – ha detto Putin dopo la vittoria elettorale – può ancora svolgere un ruolo nella risoluzione pacifica del conflitto in Ucraina. Mi piacerebbe molto che la Francia svolgesse un ruolo che non porti all’aggravamento del conflitto ma al contrario stiamo parlando di possibili vie per una soluzione pacifica. Non tutto è perduto”.
Vuoi vedere che il galletto di Francia, toccato nel punto debole, con una giravolta trasformista alla quale ormai siamo abituati, diventa il leader della diplomazia gallica che guida l’Europa a considerare la necessità della trattativa?
Nel frattempo da vari monti sorgono segnali di fumo che fanno capire come, mentre russi e ucraini scavano trincee e allestiscono difese sul fronte, si cerchi di far capire quali potrebbero essere i termini di una sospensione del conflitto.
Il Cremlino ha detto che l’unico modo per proteggere il territorio russo dagli attacchi ucraini è quello di creare una zona cuscinetto che metta le regioni russe al di fuori della portata del fuoco ucraino. Putin ha dichiarato di non escludere la creazione di una tale zona cuscinetto. “Non escludo che, tenendo conto dei tragici eventi di oggi, saremo costretti a un certo punto, quando lo riterremo opportuno, a creare una certa ‘zona sanitaria’ nei territori oggi sotto il regime di Kiev”, ha detto Putin.
Volodymyr Zelensky invoca uno scudo celeste, ossia uno scudo aereo paneuropeo.
Cosa possibile? Molto difficile. Molto più possibile un riarmo dell’Ucraina, anche nei cieli (oggi Kiev non ha copertura aerea), ma dopo che si sia dichiarato il cessate il fuoco e stabilite le coordinate entro le quali sia possibile non avere ulteriori conflitti.
La Russia, allo stato attuale dell’arte, un presidente ce l’ha e si chiama Vladimir Putin.
Gli Stati europei sono divisi sul da farsi e l’Unione Europea non ha la minima idea di cosa fare (salvo vessarci con il green e il clima).
La Nato ha in mano i target militari e Nato significa Usa.
Ora la partita si sposta tutta a Washington. Dalla Casa Bianca continueranno a dare a Putin del figlio di puttana per bocca del presidente in carica, nonché candidato Dem ad esserlo per altri quattro anni o si arriverà alla determinazione che Putin torna ad essere un capo di Stato con il quale si dialoga?
A sentire Joe Biden c’è poco da sperare, ma si sa che a decidere non sono i presidenti, ma lo “stato”. E allora gli Usa che fanno? Questo il vero interrogativo. Il fatto è che anche negli Usa ci sono le elezioni. Facciamo gli scongiuri, perché ora la frittura di cervello dell’Occidente è cucinata a Washington.





