
di Giovanni Bernardini
In Abruzzo il campo largo, anzi, larghissimo della Schlein e di Conte ha subito una dura, anzi, durissima sconfitta. Ma i teorici dei campi larghi non si scoraggiano. “Questo è l’unico modo per fermare la destra”, li ho sentiti strillare ieri sera quando ho seguito per una ventina di minuti sulla “sette” un programma, l’unico, mi pare, che comunicasse al popolo bue i risultati elettorali.
I teorici del “campo larghissimo” ragionano, si fa per dire, come bambini della terza elementare. Fanno al pallottoliere la somma di tutti i partiti di opposizione, vedono che questi, tutti insieme, superano di un punticino, forse due, i partiti di governo, battono le manine e cinguettano: “vedete? Il campo largo, larghissimo, extra large vince!”.
Non si rendono conto, i poverini, di due cosette.
In politica le sinergie spesso operano al contrario. I partiti e i partitini di opposizione raccolgono i consensi che raccolgono proprio perché non uniti, con tutta probabilità ne raccoglierebbero meno se si alleassero. Molti di coloro che votano Renzi o Calenda lo fanno proprio perché Renzi e Calenda si tengono distanti da Conte e Fratojanni. Vale anche il discorso contrario: Conte mantiene un certo consenso precisamente perché si presenta come un fiero oppositore non solo della Meloni ma anche di personaggi come Calenda e Renzi. Elementare Watson.
Nei paesi civili forze politiche diverse si alleano per fare qualcosa, non per impedire ad altri di farla. Si concorre alla sfida elettorale per attuare dei programmi, difendere determinate idee, valori, interessi. Quale sarebbe il programma di una coalizione che andasse da Fratojanni a Renzi? Da Conte a Calenda? Domanda da 100 milioni di euro.
Diciamolo chiaramente: la vittoria politica del campo extra large, ammesso fosse numericamente possibile (e la cosa è assai dubbia) sarebbe una autentica catastrofe per il paese. Per questo la sconfitta subita in Abruzzo dai teorici di una simile ammucchiata è qualcosa di molto positivo. Per tutti.





