
Quando un essere umano ha avuto il coraggio di morire per difendere le proprie idee, la prima cosa da fare è rispettarlo e rispettare le sue idee, non farlo diventare un pupazzo del teatrino dei liberal progressisti debosciati, tremebondi di fronte alla morte, tanto da volersi eternare con la tecnologia transumanista, ossia con la più grande idiozia attualmente in campo per menti malate.
Navalny poteva starsene comodamente in Germania o finire negli Usa, lontano da Mosca. Poteva starsene in silenzio, godersi la vita. Ha, invece, deciso di tornarsene in Russia per difendere le sue idee, che non sono quelle che l’idiozia malata dei media occidentali e di certi politici senza dignità gli vogliono affibbiare.
Navalny non è mai stato un liberale innamorato dell’Occidente, del progressismo e delle idee sballate di chi ora lo mette sulle proprie bandiere.
Si dice che Navalny fosse ortodosso e molto religioso. Ben poco a che fare con il liberal progressismo ateo e materialista.
Alexey Navalny, avvocato 44enne è stato un attivista contro la corruzione, ma, nonostante nel 1999 sia entrato entra a far parte del piccolo partito Yabloko (Mela), una piattaforma liberale, nei primi dieci anni del nuovo millennio si è avvicinato sempre più alle idee del nazionalismo russo.
Pietro Guastamacchia (The post internazionale) in proposito scrive: ”Per comprendere le motivazioni è necessario capire che la Russia di quegli anni si trova davanti a un dubbio, mai realmente risolto, se mantenere l’eredità geopolitica dell’Unione Sovietica salvando la struttura dell’impero multietnico e multi religioso già fortemente compromessa dal crollo dell’URSS, oppure concentrarsi solo sul miglioramento della parte più etnicamente russa. La sfida geopolitica di Vladimir Putin è tutta orientata alla prima opzione, Navalny si butta sulla seconda”.
Se ne facciano una ragione i soliti woke che oggi strillano e che mettono Navalny sulle loro bandiere. Navalny voleva il miglioramento dei russi etnicamente tali e, non a caso, nel 2006 ha deciso di partecipare alla Russki March (Marcia Russa), raduno di forze xenofobe dell’ultradestra russa e nel 2007 ha fondato il movimento patriottico Narod (Popolo)”.
Nel 2007, in un video, ha paragonato gli abitanti musulmani del Caucaso settentrionale a scarafaggi contro cui consiglia di usare la pistola.
Durante le operazioni di guerra contro la Georgia, Navalniy ha dato il suo supporto a favore dell’intervento russo in Ossezia del Sud e dell’Abkhazia e alla richiesta di espulsione di tutti i cittadini georgiani dalla Federazione Russa.
Nel 2011 Navalny ha partecipato alla campagna “Stop Feeding The Caucasus” (basta sostenere il Caucaso), accusando Mosca di sostenere regimi sanguinari a discapito degli interessi degli abitanti russi di quelle regioni.
Nel 2014 Putin annette la Crimea. Navalny si concentra sulla corruzione in Russia, ma non dice nulla sulla questione internazionale.
Riporta Pietro Guastamacchia: “In una celebre l’intervista di Aleksey Venediktov caporedattore di Radio Echo di Mosca alla domanda «se lei diventasse presidente restituirebbe la Crimea all’Ucraina?», Navalny gira intorno rispondendo « a Crimea non è mica un panino al prosciutto che si prende e si restituisce così», risposta che gli costa le critiche di altri oppositori come Garry Kasparov, nonché l’ira di mezza Ucraina”.
Nel 2016 che Aleksei Navalny annuncia di correre alle presidenziali del 2018 contro Vladimir Putin. Nel frattempo continua l’attivismo suo e del suo team contro governanti, banchieri, imprenditori e star della TV. A pochi mesi dalla sua candidatura la corte di Kirov riapre un
procedimento per corruzione sospeso in passato e annulla di fatto la sua possibilità di candidarsi.
Il resto è storia recente o, meglio, cronaca.
Aleksej Anatol’evič Navalny è nato il 4 giugno 1976 a Butin, un villaggio abitato da sole di 11 persone situato nella Regione di Mosca. Il padre Anatolij è ucraino, mentre la madre Ljudmila
proviene dalle campagne della Regione di Mosca.
Nel 2013, in un’intervista in onda sul canale televisivo ucraino “Inter”, Alexei Navalny ha dichiarato di essere metà russo, metà ucraino, sottolineando che “probabilmente più ucraino per via delle sue radici e della sua genetica“. Ha anche dichiarato che la maggior parte dei suoi parenti vive in Ucraina e che da bambino trascorreva tutte le estati nella regione di Kiev.
Alexei Navalny ha iniziato la sua attività politica insieme a due donne: l’ucraina Marija Gaidar, la quale è stata Consigliere del Presidente dell’Ucraina Petro Poroshenko e la giornalista
moldava Natalia Morari, legata alle fondazioni di Soros e condannata a 4 anni di divieto di ingresso nella Federazione Russa.
Su Navalny girano le notizie più disparate e recentemente Scott Ritter, ex ispettore delle armi delle Nazioni Unite, ex ufficiale dell’intelligence dell’USMC (United States Marine Corps), autore, analista, sul suo profilo X ha scritto: “Alexei Navalny è morto. Sarà lodato in Occidente come il simbolo della democrazia perduta in Russia. La realtà era che Navalny era una creazione della CIA, una pillola avvelenata progettata per abbattere Putin. Navalny ha distrutto la democrazia in Russia. Buona liberazione”.
Tutto può essere, anche il fatto che pur di venderlo come un liberal progressista lo si inserisca tra gli agenti della Cia. Nessuna possibilità è da scartare, ma un dato è certo, Navalny era un uomo di estrema destra, xenofobo, nazionalista, che ha attaccato Putin da quel versante e non certamente perché lo zar non portava la Russia verso il modello di vita liberal progressista.
Navalny ha preferito rientrare nel suo Paese sapendo benissimo che sarebbe andato incontro alla morte. Per questo va rispettato, in quanto uomo che ha saputo morire per le sue idee.
La cosa peggiore da fare è la vigliaccata di farne un pupazzo del progressismo radical chich.
Cosa che si tenta di fare da parte di una propaganda indegna e ormai marcia fino alle ossa.





