
L’Europa è ormai ridotta all’avanspettacolo. Non quello di qualità di Macario, ma quello di infima qualità di Macron, il quale aspira ad essere la prima donna di uno spettacolo indegno, recitato su un copione redatto da guerrafondai, inteso a creare paura, angoscia crescente, al fine di spostare il trans-atlantico europeo (molto trans e forse atlantico) dal green, riempito di liquame dai trattori, all’economia di guerra.
Macron, pupillo dei Rothcshild, educato dai gesuiti, fa l’avanguardista con l’elmetto, pronto a mettere gli stivali sul terreno. Le sue provocazioni sono perfettamente in linea con il copione che la Grande Scimmia, la finanza internazionale, ha ordinato al Teatro Europa, per mettere in scena l’avanspettacolo dell’economia di guerra, al fine di spostare il business dal green alle armi.
La finanza ordina, Macron esegue. Balla il can can, facendo un gran baccano e va a stuzzicare la Russia proponendosi come punta di diamante della Difesa europea, che è al di là da venire, perché prima bisogna mettere d’accordo chi produce le armi, con quali soldi e in che quota parte.
Più pragmatica Ursula Von Der Leyen, che sull’avanspettacolo europeo c’è da quando è stata incaricata di recitare il copione green e anche quello dei vaccini.
La signora tedesca punta al sodo, pensa al Commissario della Difesa, possibilmente tedesco o dei tedeschi vassallo (olandese?), di una Difesa europea dove il business è riservato al 35 per cento ad aziende europee, leggi tedesche.
Che dire? La signora Ursula ha ben giocato le sue carte pandemiche, dal momento che i vaccini sono stati prodotti in gran parte dalla tedesca Biontech, così come le auto green sono prodotte dalle aziende tedesche delocalizzate in Cina. Perché non replicare?
Prima tutto per salvare il pianeta. Ora, tutto per salvare la democrazia, messa in discussione dal perfido Putin.
Piccolo particolare. Gli States hanno licenziato la guerrafondaia Dem Victoria Nuland e questo qualcosa vorrà pur dire, visto che era la responsabile del pateracchio iniziato con Maidan e che era la consigliera (art director) di Zelensky.
Zelensky ha concordato la nomina del generale Valery Zaluzhny (ex capo delle forze armate congedato l’8 febbraio scorso e sostituito dal generale Aleksander Syrsky) ad “ambasciatore straordinario e plenipotenziario dell’Ucraina presso il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord”.
Lo ha reso noto il ministero degli Affari Esteri. “L’Ucraina – si legge nella nota – ha inviato una richiesta alla controparte britannica per l’accettazione del gradimento”.
Kiev da diversi mesi non ha un ambasciatore nel Regno Unito, da quando nel luglio 2023 è stato rimosso con un decreto presidenziale l’ambasciatore (ed ex ministro degli esteri ucraino tra il 2019 e il 2020) Vadym Prystaiko, ufficialmente senza spiegazioni, ma ufficiosamente per aver criticato pubblicamente il presidente. Alla faccia. Mao era un democratico.
“La nomina ad ambasciatore a Londra – scrive Gianandrea Gaiani (Analisi Difesa) – era già trapelata all’epoca delle polemiche che hanno preceduto la rimozione di Zaluzhny, la cui uscita dal vertice delle forze armate ucraine ha anticipato una serie di rovesci militari (inclusa la caduta della roccaforte di Avdiivka nel Donbass) che stanno costringendo da settimane le truppe di Kiev a ripiegare su tutti i fronti. Nei giorni scorsi la pubblicazione statunitense Politico ha attribuito la rimozione di Zaluzhny al suo rifiuto di seguire le raccomandazioni del Pentagono nella controffensiva del giugno-novembre 2023, conclusasi con un fallimento e altissime perdite in truppe, armi e mezzi”.
“La rimozione di Zaluzhny – commenta Gaiani – è stata messa in relazione, anche dai media anglo-sassoni, non solo alla necessità di Zelensky di trovare un capro espiatorio per la fallita controffensiva del 2023 a cui hanno fatto seguito diverse sconfitte e perdite territoriali, ma soprattutto per liberarsi di uno scomodo avversario politico”.
Secondo un sondaggio reso noto dalla stampa ucraina e condotto dal Centro ucraino per le ricerche sociali e di marketing (SOCIS), se si votasse oggi Valery Zaluzhny vincerebbe le elezioni presidenziali in due turni incassando al primo turno il 41% dei consensi contro il 23,7% di Zelensky, il 6,4% dell’ex presidente Petro Poroshenko e il 5,6% dell’ex presidente del parlamento Dmitry Razumkov.
Mentre l’Europa si profonde in abbracci a Zelensky, in Ucraina l’ex comico divenuto presidente è in caduta libera di consensi.
Forse, a proposito di abbracci, qualche attenzione andrebbe riservata anche da parte di Giorgia Meloni, dal momento che nella stessa Ucraina la linea politica di Zelensky pare essere in caduta libera.
Ma torniamo all’avanspettacolo.
Per capire come gira il teatrino europeo, mi avvalgo di un libro scritto da uno dei più valenti collaboratori del Nuovo Giornale Nazionale, Marco Palombi.
Il libro si intitola: “La Crisi della Civilizzazione Statuale e La Lezione degli USA: Serie Atlante delle debolezze – Libro primo (Italian Edition- Edizione del Kindle).
Un testo utilissimo per capire come gli NSA (Non State Actors), ossia multinazionali, Ong, colossi finanziari, ma anche criminalità organizzata, possano indurre gli Stati o le organizzazioni sovranazionali a seguire i loro interessi.
Prendo liberamente dal testo di Palombi, che consiglio di leggere, un esempio riguardante il teatrino dell’avanspettacolo europeo.

“A Bruxelles – scrive Palombi – dove ha sede l’Unione europea, risiedono circa 15.000 lobbisti con una spesa annua di un miliardo di euro. Questo equivale a un lobbista per ciascun membro del personale della Commissione europea. I lobbisti che rappresentano le diverse aziende e imprese rappresentano circa il 70% dell’intera comunità dei lobbisti”.
Altro argomento riportato da Palombi è il ruolo dei capitali nel dettare l’agenda politica.
BlackRock, ad esempio, è il più grande fondo d’investimento del mondo, il cui patrimonio gestito ammonta a 9.430 miliardi
di dollari.
“BlackRock – scrive Palombi – ha adottato una forte spinta verso il green. Ora, il green ha diverse sfaccettature. Aziende utilizzano l’ideologia green come uno strumento per alimentare artificiosamente la domanda di beni di consumo e di investimento, manipolando
le aspettative dei consumatori e degli investitori per ottenere un vantaggio economico”. “La promozione di politiche ambientali più rigorose – aggiunge Palombi – può porre aziende con risorse finanziarie limitate in una posizione di svantaggio, creando un ambiente di concorrenza sleale in cui le grandi aziende hanno un vantaggio nell’adattarsi alle nuove normative ambientali”. Non solo. “Alcune aziende – scrive ancora Palombi – incoraggiano l’obsolescenza programmata, promuovendo nuovi prodotti “verdi” che rendono obsoleti quelli non ecologici, costringendo i consumatori a sostituire i loro beni esistenti per generare profitti aggiuntivi”.
Tuttavia la parte più significativa del giochino green è la concentrazione del potere aziendale.
“Le politiche green – avverte Palombi – possono favorire l’accumulo di potere
aziendale nelle mani delle grandi corporation, creando un ambiente in cui le aziende più grandi possono dominare il mercato e ridurre la competitività delle imprese più piccole”.
E siamo arrivati alla questione delle questioni.
“Queste politiche – sottolinea Palombi – non sono in grado di evitare discriminazioni verso le aziende più piccole o i consumatori meno abbienti. Se propugnate costantemente sui media e sui social, grazie alla polarizzazione diventano pervasive, e, alla lunga, come dimostrato nel caso Italia, creano uno scollamento tra popolo e governo”.
Il cocktail green è servito: agitato, non mescolato.
Il fatto è che il green ha superato la linea rossa, sollecitando un bagno di liquame (dalle mie parti lo chiamano pisös, piscia di vacca) prodotto da trattoristi arrabbiati, che hanno innescato la rivoluzione dello spandipiscia.
La rabbia si espande, anche in funzione del fatto che il grano e l’orzo ucraino, sgravati di tasse, mettono in difficoltà gli agricoltori polacchi e rumeni mentre danno una mano, guarda caso, alle multinazionali che si sono accaparrate i terreni ucraini grazie ad una legge voluta da Zelensky.
Che fare di fonte al mondo agricolo in rivolta? Cambiare rapidamente spettacolo. Ora si punta sul riarmo e subito gli attori sul proscenio si danno da fare.
Il teatrino d’avanspettacolo europeo non accenna a trovare una dimensione dignitosa.
Come al solito dobbiamo aspettare che cambino le carte in casa dello Zio Sam. Se vince Trump, il teatrino europeo sarà immediatamente ristrutturato, con la sostituzione degli asinelli con gli elefanti e con la scritta MAGA luminosa sull’ingresso del palazzo di Bruxelles.
La scuola dei trasformisti ha in Europa livelli di eccellenza insuperabili. La dignità alberga altrove.





