Home Politica I “CODARDI” DI MACRON E IL LICENZIAMENTO DELLA NULAND

I “CODARDI” DI MACRON E IL LICENZIAMENTO DELLA NULAND

0

Una vittoria che arriva, una Victoria che va e un pupillo dei Rothschild che dà del codardo a chi non lo segue nel suo avanguardismo guerriero al servizio della Grande Scimmia, ossia della finanza guerrafondaia. A corollario, la strategia di Bruxelles che, in vassallaggio alla Grande Scimmia, ha stanziato 1,5 miliardi per il periodo 2025-2027, destinati a un piano di investimenti denominato European defence industry programme (Edip) con appalti centralizzati.

Cosa si nasconde dietro alla determinazione di Bruxelles di centralizzare i bandi per la produzione di armi e di riservarne il 35% a imprese europee? Siamo alla fotocopia del metodo vaccini, dei contratti opachi che hanno avvantaggiato la tedesca Biontech?

E’ questa l’Europa?

L’Unione Europea non è uno Stato, non ha una Costituzione, è un pateracchio giuridico ed è sostanzialmente una banca, una burocrazia e una moneta.

La Difesa appartiene agli Stati e sarebbe ora che gli Stati dicessero che Bruxelles non ha il diritto di interessarsi di affari che non competono al burosauro asfissiante e prono alle giravolte della finanza (da green a armi).

Sono questi i dati di una convulsione dell’Occidente dopo il Super Tuesday che ha sancito la vittoria schiacciante di Trump alle primarie, mettendo fuori gioco Nikki Haley, la sfidante dell’ex presidente appoggiata sotto banco dai democratici.

Partiamo dalla Victoria che va.

La sottosegretaria di Stato Usa per gli affari politici, Victoria Nuland, è a un passo dalla dimissioni. L’annuncio è arrivato dal segretario di Stato, Antony Blinken, il quale ha elogiato il suo lavoro (ovviamente). Moglie del clintoniano Robert Kagan, la Nuland è considerata un falco antirusso.

Robert Kagan, il marito della Nuland, è uno storico e politologo statunitense, esperto di politica estera, membro del think tank Brookings Institution. Cofondatore del Progetto per un nuovo secolo americano, è membro del Council on Foreign Relations, con sede a New York.

Greco di nascita,  Robert Kagan, pur non essendo un neo-conservatore, a livello strategico difende le scelte interventiste americane, collocandosi tra la schiera dei “liberali interventisti” (liberal interventionists) sostenitori di una politica estera aggressiva degli Stati Uniti.

Nel 2016, Kagan ha lasciato il Partito repubblicano, criticando il “fascismo” di Donald Trump e sostenendo Hillary Clinton.

Victoria Nuland (quella del: “Si fotta l’Europa”) e George Soros, in perfetta sintonia, hanno prodotto e guidato le rivoluzioni arancione in Ucraina nel 2014 e insediato governi a loro piacimento, persino incaricando una società di ricerca del personale per identificare i ministri, ma non hanno pensato agli effetti.

E gli effetti si sono fatti puntualmente sentire, con la Crimea prima, poi il Donbass, poi, ancora, con la guerra di invasione russa e, ora, con la sconfitta di Kiev ormai evidente, nonostante i disperati annunci del povero Zelensky, ancora una volta visitato dalla suggeritrice Nuland.

A farne le spese, l’Europa che in effetti, come dichiarato dalla signora Nuland, è andata a “farsi fottere”, con in prima linea la Germania, la quale, da IV Reich economico, è ridotta con le pezze al culo e vergognosamente trucca i bilanci, dopo aver imposto il rigore agli altri Stati e dopo aver disastrato, assieme alla Francia, la povera Grecia.

L’allontanamento della maggiore responsabile di quanto è avvenuto in Ucraina dal 2014 ad oggi indica un cambio di passo degli Usa. La Nuland, infatti, ha innescato, con George Soros, il miliardario che finanzia i Dem, una bomba a orologeria che è scoppiata con l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca e che potrebbe portare a conseguenze inimmaginabili.

Da qui l’insensatezza di chi, come il Clan Clinton & Soci, innesca meccanismi senza prevedere fino in fondo gli effetti, così come è stato sino ad ora in territorio europeo e così come è stato in Libia e con le Primavere arabe.

La fine della stratega dei Clinton segna anche un possibile cambio di strategia nei confronti di Kiev e dell’Europa.

Non è un caso che questo avvenga nel contesto delle primarie in Usa che hanno tolto ai Dem le residue speranze di eliminare Trump per via giudiziaria.

La decisione della Corte Suprema di considerare legittima la corsa di Trump per la presidenza degli Stati Uniti consegna ai democratici l’onere di non presentarsi a novembre con un confronto diretto con Mosca e anche con un sempre più costoso aiuto a Kiev che gli elettori americani sembrano non gradire.

Come ho già scritto ieri, gli Stati Uniti, al netto dell’agitarsi della signora Victoria Nuland, suggeritrice di Zelensky e ora licenziata, secondo Francesco Casarotto (analista politico, Domino 2/2024) non intendono destrutturare la Federazione russa.

“L’ultima cosa che gli americani desiderano – scrive l’analista di Domino – è un’ulteriore frammentazione della Federazione. Non certo per amore dell’establishment moscovita, quanto per l’horror vacui che gli apparati provano dinnanzi alla sola ipotesi di un crollo del più vasto paese del globo”.

Congelare la guerra, con una soluzione coreana, sarebbe saggezza; sarebbe prendere atto che non è possibile andare oltre, con tracotanti proclami di intervento sul terreno di forze armate di Stati aderenti alla Nato e all’Unione Europea.

Questa è follia bellicista ed è tracotanza parolaia; è spacconaggine dovuta a disperazione e a servilismo nei confronti della Grande Scimmia, la quale, preso atto che gli Usa non hanno alcuna intenzione di alzare il livello del conflitto ucraino, coinvolgendo se stessi e la Nato, fomenta scriteriate operazioni del pupillo dei Rothschild, il quale si permette anche di dare del codardo agli Stati europei che non lo seguono nelle sue follie.

Macron ha detto agli alleati: “Sulle truppe al fronte non siate codardi”. Il tema non è essere codardi, ma essere saggi e non avventurieri senza criterio, non essere guerrafondai senza testa e, soprattutto, non essere servi sciocchi della Grande Scimmia che, non potendo contare sugli Usa, cerca di far scattare la scintilla della guerra tramite i suoi scagnozzi europei.

Ci mandi i francesi al fronte, Macron, sempre che i francesi non lo mandino prima a scopare il mare.

Sconfitto e umiliato in Africa, in difficoltà in Francia, il pupillo dei Rothschild, fa l’avanguardista della Grande Scimmia tentando di innescare la scintilla della Grande Guerra Nato Mosca.

Questa è l’Europa, signori.

E l’Europa è anche quella di una Germania che trucca i bilanci, che è in discesa a valanga sul piano economico e che è travolta dagli scandali relativi ai rapporti con Mosca: da un lato perennemente amicali e dall’altro (vedi intercettazioni) in delirio bellicoso.

L’ex asse franco-tedesco è ormai uno straccio pietoso.

Vogliamo fare una puntata in Spagna?

L’Italia ha dato il suo assenso e la sua partecipazione alla missione Aspides, condivisa con Berlino e Parigi. La missione tenta di impedire agli Huthi di colpire le navi commerciali che attraversano il Mar Rosso.

La Spagna ha detto che non partecipa. “Diverse – scrive Federico Bertasi (Domino 2/2024) – le motivazioni che hanno spinto Madrid allo stallo: la paura di perdere il controllo di Atlanta, il cui quartier generale è situato a Rota, in Andalusia; il timore di ripercussioni perpetrate dagli Huthi nei confronti delle imbarcazioni spagnole; è infine la malcelata consapevolezza che l’apertura di nuove rotte attraverso l’Africa possa rappresentare un’opportunità per i porti iberici”.

Anche questa è l’Europa.

Veniamo al nodo dei nodi: l’America.

Il Super Tuesdey ha quasi messo la parola fine sulle primarie statunitensi, evidenziando le vittorie nette di Donald Trump nelle file repubblicane e di Joe Biden tra i democratici.

Secondo le proiezioni della Cbs, Donald Trump ha già trionfato in ben 13 Stati dei 15 in palio nelle primarie repubblicane questo martedì: Alabama, Alaska, Arkansas, California, Colorado, Maine, Massachusetts, Minnesota, North Carolina, Oklahoma, Tennessee, Texas e Virginia. Un successo che consolida la certezza della sua nomina come candidato repubblicano alle presidenziali di novembre.

Nikki Haley ha conquistato il Vermont, ostacolando così lo “strike” di Trump. Il Vermont rappresenta il secondo successo della candidata repubblicana dopo quello nel distretto della capitale Washington D. C., segnalando la sua capacità di attirare elettori moderati o indipendenti.

Ora che Trump pare non essere più ostacolabile con i mezzucci della Grande Scimmia, che finanzia i giudici nel corso delle loro campagne elettorali, si avverte un’aria nuova.

Un segnale non da poco è l’allontanamento della Nuland.

In ogni caso il gioco rimane nelle mani degli Usa.

Gli europei fanno solo pietà.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui