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SAGGEZZA E DIPLOMAZIA PER AFFRONTARE LA REALTÀ

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La politica deve dare spazio d’iniziativa alla diplomazia – Il Patto Italia Kiev guarda alla ricostruzione, ma per ricostruire deve finire la guerra e non può che finire con un compromesso. – Passare dai sogni dell’auspicabile alla concretezza del possibile.

 In una realtà ormai da piena terza guerra mondiale ibrida, dove si accendono in continuazione focolai incontrollabili da un Occidente in piena crisi a causa dell’inconsistenza delle classi dirigenti e della tracotanza di un nucleo finanziario ottuso e vorace, chi in politica conserva un minimo di saggezza dovrebbe ora, non domani, ma subito, invocare l’avvento della diplomazia.

Ci sono esempi eclatanti di insensatezza che, per quanto ci riguarda in quanto occidentali, mettono a nudo l’inconsistenza e l’inadeguatezza delle classi dirigenti, ottuse dalla troppa frequentazione di ideologie da ascrivere al novero dei fenomeni psicanalitici e ammalate di tatticismo obliterante delle facoltà mentali.

Prendiamo la questione del Mar Rosso.

Le cronache si rincorrono mostrando insensatezza e pochezza di cervello.

I media americani, citando alcune fonti, scrivono che gli Stati Uniti e il Regno Unito, hanno lanciato attacchi contro decine di obiettivi degli Houthi in Yemen. Gli attacchi hanno riguardato almeno 18 target sparsi in diverse aree. Nel mirino – riportano i media americani – sono finiti anche missili e droni. Gli attacchi sono la quarta operazione congiunta di Stati Uniti e Gran Bretagna contro i ribelli sciiti filoiraniani yemeniti dal 12 gennaio.

Centcom annuncia che una nave battente bandiera del Belize, registrata in Gran Bretagna e gestita dal Libano, è stata attaccata mentre navigava attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. L’equipaggio è stato costretto ad abbandonare la nave, che era diretta in Bulgaria dopo essere partita da Khorfakkan, negli Emirati Arabi Uniti. La nave, che trasportava più di 41mila tonnellate di fertilizzante, ha subito danni significativi che hanno portato ad una chiazza di petrolio e, ha aggiunto il Centocom, potrebbero portare al riversarsi nel Mar Rosso del fertilizzante, peggiorando il disastro ambientale.

La storia potrebbe andare avanti mesi, anni, senza che si cavi un ragno dal buco.

Gli Houthi, con poche risorse a costo bassissimo, possono continuare a rendere instabile l’accesso al Mar Rosso, salvo che Usa e Regno Unito non eliminino completamente la loro capacità di lanciare razzi e droni. Cosa possibile? A quanto pare no.

La questione degli Houthi è politica e può essere risolta solo con la politica e la diplomazia.

La questione Israele- Palestina

Lo stesso vale per la questione mediorientale, dove continuare a insistere con la soluzione dei due popoli e due stati, in assenza di un chiaro pronunciamento dei Paesi arabi di riconoscimento dello Stato di Israele, con la conseguente sua messa in sicurezza, è pura propaganda.

Continuare per decenni a negare l’esistenza dello Stato di Israele che, piaccia o non piaccia, è una realtà ormai dal 1948, è pura follia.

Il 14 maggio del 1948 David Ben Gurion, primo ministro del nuovo Stato, proclamò ufficialmente la nascita dello Stato d’Israele. Quello stesso giorno le armate arabe di Siria, Giordania, Egitto e Iraq attaccano il Paese.

Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata e mi pare chiaro che voler eliminare Israele è irrealistico a meno che non si voglia innescare una guerra devastante, perché, come sta dimostrando anche in questi giorni, Israele sa vendere cara la pelle.

Donald Trump ha tentato di stabilizzare il Medio Oriente con gli Accordi di Abramo, subito resi inutili dall’insipienza dell’attuale amministrazione Usa, la quale, al di là dei frenetici colloqui del segretario di Stato Antony Blinken, sembrano non avere uno straccio di linea politica che sia da supporto ad un’azione diplomatica.

Continuare a recitare il mantra dei due popoli e due stati, ben sapendo che questa soluzione impatta con questioni come la eliminazione preventiva di Hamas e l’incapacità dell’Autorità palestinese a garantire una qualsiasi stabilità, significa solamente non fare i conti con la realtà.

Veniamo al focolaio bellico in terra europea.

 

Anche qui l’esame di realtà è lungi dall’essere attuato.

Partiamo da quanto ci racconta l’Institute for the study of war,  istituto think tank con sede a Washington negli Stati Uniti.

L’Ucraina, scrive l’ISW, che “continua a difendersi dall’aggressione russa e dal tentativo del Cremlino di distruggere lo stato e l’identità ucraina nonostante le crescenti difficoltà a due anni dall’inizio dell’invasione su vasta scala da parte della Russia”.  

“Due anni fa – ricorda ISW – la Russia ha lanciato una guerra di conquista su vasta scala per rovesciare il governo ucraino e installare con la forza un regime filo-russo saldamente sotto il controllo di Mosca. Le forze russe avanzarono su Kiev da diverse direzioni e colpirono Kharkiv, Kherson, Mariupol e altre città ucraine. Il presidente russo Vladimir Putin si aspettava che gli ucraini accogliessero le sue forze o fuggissero. Invece, gli ucraini hanno combattuto per la loro libertà. Hanno fermato le incursioni russe sulle città di Kiev e Kharkiv, fermato l’avanzata russa sulle città di Mykolayiv e Odessa e hanno combattuto le truppe di Putin fino a bloccarle lungo il resto della linea. Poi, armata di esperienza, coraggio, determinazione e crescente aiuto occidentale, l’Ucraina ha risposto. Le forze ucraine cacciarono i russi da Kiev e da Kharkiv e liberarono ampie aree di territorio nell’Ucraina nord-orientale. Liberarono la città di Kherson e costrinsero le forze russe ad abbandonare la riva occidentale (destra) del fiume Dnipro. Per il momento hanno posto fine alla minaccia all’esistenza dell’Ucraina”.

Questo è un dato di fatto che consente di dire che l’iniziale idea della Russia è fallita ed ha prodotto un processo, ancora in atto, di identificazione nazionale ucraina.

Dall’altro lato della medaglia, ISW evidenzia come i russi abbiano mantenuto il controllo di aree strategicamente ed economicamente vitali per la sopravvivenza dell’Ucraina.

Riguardo alla controffensiva dello scorso anno, ISW nota come le eccessive speranze per quella controffensiva non siano state soddisfatte, cosicché la “guerra ha assunto un carattere posizionale e l’atteso aiuto americano è stato ritardato”.

Arrivando all’oggi ISW afferma che “le forze russe hanno ripreso l’iniziativa in tutto il teatro e stanno attaccando e guadagnando terreno. Tali guadagni finora sono molto limitati ed estremamente costosi. Probabilmente sono morti più soldati russi per conquistare Avdiivka di quanti ne siano morti durante l’intera guerra sovietico-afghana. Gli ucraini sono stanchi e preoccupati che l’assistenza militare americana cesserà, ma continuano a combattere con determinazione, ingegnosità e abilità”.

“L’assistenza militare americana – osserva ancora ISW – rimane essenziale: solo gli Stati Uniti hanno le risorse per dare all’Ucraina in questo momento ciò di cui l’Ucraina ha più bisogno. Se gli Stati Uniti, alla fine, rifiutassero gli aiuti, la situazione potrebbe diventare davvero molto grave”.

E qui arriviamo alla differenza tra le chiacchiere dei politici e la realtà degli arsenali.

Gli osservatori e gli analisti più attenti sono dell’avviso che, comunque vada, anche dando fondo a tutti gli stoccaggi oggi disponibili di munizioni, l’Ucraina non è e non sarà in grado di avere un volume di fuoco tale da contrastare quello russo e che già posizionarsi in difesa è un problema. Perfettamente velleitario pensare ad un nuovo attacco.

Dall’altro versante, se si considera che la conquista di Avdiivka è costata ai russi un’enormità, in termini di uomini e mezzi, è difficile pensare che Mosca possa pensare ad avanzate.

Non a caso, se si guarda quanto accade al fronte, i russi stanno tentando di rettificarlo, per creare il più possibile un confine solido che sia tale anche in futuro.

In una situazione di stallo che potrebbe durare anni, la situazione dell’Ucraina potrebbe diventare ancora più disastrosa di quanto non sia oggi.

Ed ecco che qui, ancora una volta, alle chiacchiere e ai proclami roboanti, relativi ad impossibili vittorie che riportino la situazione a prima della guerra, con la riconquista del Donbass e della Crimea, la politica dovrebbe sostituire il lavoro silenzioso della diplomazia.

Difficile pensare che si possa addivenire ad una qualsiasi soluzione se l’Ucraina, come il Kyiv Indipendent riporta, si attesta sul suo piano di pace.

Scrive il Kiyiv: “Nel forum “Ucraina – Anno 2024”, che si è svolto il giorno dopo il secondo anniversario dell’invasione su vasta scala, si è discusso del raggiungimento degli obiettivi dell’Ucraina nella guerra, dello sviluppo delle forze di difesa e di sicurezza, dell’attuazione della formula di pace dell’Ucraina e della garanzia della crescita economica. e l’integrazione nei mercati mondiali, le garanzie di sicurezza, lo status del suo complesso militare-industriale e la protezione della vita degli ucraini. […]. Zelenskyj ha presentato la proposta in un discorso virtuale ai leader del G20 il 15 novembre. Il piano prevede la prevenzione dell’ecocidio in Ucraina, la punizione dei responsabili di crimini di guerra, il ritiro di tutte le truppe russe dal territorio dell’Ucraina, il ripristino dell’integrità territoriale dell’Ucraina e il rilascio di tutti i prigionieri di guerra e deportati”.

Se il piano rimane questo, è evidente che è fuori dalla realtà e ha un valore puramente propagandistico.

Il patto Italia Kiev

In qualche modo è equivoco è anche il patto sottoscritto dal nostro Paese con Kiev durante il G7, in base al quale l’Italia si impegna ad un sostegno finanziario, umanitario e militare, anche in materia di cooperazione industriale.

Riguardo alla difesa, una clausola ci vincola, qualora i russi attaccassero, a svolgere “consultazioni entro 24 ore per determinare le misure necessarie per contrastare o scoraggiare l’invasore”.

Domanda: i russi non stanno già attaccando? Di cosa parliamo?

Giorgia Meloni ha confermato che saremmo tenuti ad una “collaborazione immediata e rafforzata nel caso di un futuro attacco nei confronti dell’Ucraina”.

Che vuol dire? Che attaccano Kiev o Robotine? O Kerson?

Antonio Tajani ha specificato che non dovrebbero essere previsti gli stessi automatismi dell’articolo 5 del trattato della Nato. Sembra il gioco delle tre carte.

E allora? Di cosa stiamo parlando?

Ci stiamo preparando a presidiare una situazione incerta e senza una definizione precisa o ci siamo impegnati semplicemente in un’operazione propagandistica?

L’intesa segue quelle di Gran Bretagna, Francia e Germania (arrivato anche il Canada) cosa è: una sorta di buffonata per la costruzione di una sorta di Nato parallela?

Vediamo meglio cosa prevede il patto e cominciamo a capire dove il patto (i patti) va a parare.

Oltre alla risposta immediata in caso di un attacco futuro armato da parte della Russia (puro fumo, visto che la Russia sta già attaccando), il patto prevede aiuti militari ed economici e il sostegno delle imprese italiane per la ricostruzione.

A ben guardare il punto vero di tutta questa manfrina si chiama ricostruzione.

L’Italia, si legge nel patto, continuerà a fornire assistenza finanziaria e aiuti militari a Kiev, in linea con quanto accaduto finora.

Nel dettaglio, gli impegni variano dalla cooperazione in ambito industriale della difesa a quello economico, dalle infrastrutture critiche ed energetiche al sostegno umanitario, passando per lo scambio su cybersecurity e intelligence, e infine per la ricostruzione.

L’Italia si candida a un “ruolo di primo piano” per il post guerra, anche ospitando nel 2025 la “Ukraine recovery conference” (Conferenza per la ripresa dell’Ucraina).

Attenzione alle date.

Una qualsiasi ricostruzione dell’Ucraina presuppone la fine della guerra e un prolungamento all’infinito del conflitto interdice la ricostruzione. Nessuno ricostruisce sotto le bombe.

Pertanto, se la logica esiste ancora, per dare avvio alla ricostruzione è necessario che la guerra finisca e, dal momento che, come è universalmente riconosciuto dagli analisti militari, non è possibile che finisca con la riconquista della Crimea e del Donbas, dovrà finire in altro modo.

La qual cosa significa che se Putin non ha sfondato fino a Kiev e dovrà accontentarsi di quanto ha conquistato, Kiev, che non ha la forza di riconquistare quanto ha conquistato Mosca, dovrà accontentarsi di chiudere la partita congelando la situazione così com’è ora.

Ricostruire l’Ucraina potrebbe essere un enorme volano economico per un’Europa esangue, ma i tempi stringono, perché non è possibile pensare che la manfrina attuale duri ancora per anni.

La politica deve passare la parola alla diplomazia, sapendo che non sempre si ottiene tutto ciò che si vuole e che a volte è meglio chiudere con il possibile, anziché cullarsi nell’auspicabile.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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