
di Marco Palombi
Il sistema macroeconomico e monetario a influenze internazionali incrociate
Vi ricordate quando si diceva che la Cina era il più grande detentore del debito pubblico degli USA?
Gli economisti monetaristi sapevano bene che questo rappresentava un vantaggio enorme per gli USA, in quanto consentiva loro di influenzare la politica economica della Cina attraverso i movimenti del valore del dollaro.
Il rovesciamento della situazione fu tentato quando, all’indomani della crisi del 2008, le PMI americane (ma anche molte aziende più grandi) non avevano più accesso alla finanza, dato l’irrigidimento dei parametri di concessione di prestiti e la completa rivoluzione del sistema delle imprese finanziarie USA, che ha generato una carenza di liquidità (credit crunch). Questo evento ha portato le aziende produttrici americane a non poter onorare i propri debiti con i propri fornitori cinesi (nel frattempo la Cina era diventata la maggior produttrice di semilavorati, dato il basso costo della produzione e la relativa attenzione alle questioni ambientali), che quindi hanno proposto, dietro sprone del PCC alle aziende USA di convertire il proprio credito in partecipazioni, assicurando così nel contempo un continuo afflusso dei beni semilavorati con i quali avrebbero continuato ad alimentare la loro produzione.
Trump capì il gioco, da buon imprenditore, e varò una serie di embargo volti a spezzare tale iniziativa.
A sua volta la Cina reagì attraverso l’uso guerresco del Covid, andando a condizionare le catene logistiche del mondo (7 dei 10 più importanti porti mondiali sono in Cina. Più del 70% delle merci del mondo viaggia via nave. Se chiudo il porto di Shanghai perché… “c’è il Covid”, interrompo la catena logistica di tutto il mondo in modo imprevedibile). Risultato? i fertilizzanti sono quasi triplicati di costo, ciò che ha minato la sicurezza alimentare USA.
Gli USA hanno reagito declassando il debito privato cinese delle aziende faro operanti nel settore economico che la Cina aveva scelto per trainare l’economia: il settore edile, previa una campagna di informazione diffusa circa la difficoltà di vendere gli appartamenti costruiti (fattore peraltro – per chi conosce la macroeconomia – poco rilevante). Questo ha causato la crisi di alcuni grandi operatori.
La Cina ha reagito come da copione delle Tre Guerre usando le leggi dell’avversario per infliggergli un danno: ha fatto ricorso alla rinegoziazione del debito in mano agli investitori americani, facendo quindi assorbire loro la perdita del settore.
Ora, la schermaglia continua anche su altri fronti, di cui Taiwan è solo la porzione visibile. Il controllo dei traffici marini attraverso lo Stretto di Malacca è essenziale, così come è essenziale limitare l’accesso al mare aperto attraverso il canale del Nord (reso viabile dal cambiamento climatico) e/o il corridoio San Pietroburgo – Hormuz. Ed ecco le due guerre (e mezzo, dato che le ultime due sono collegate) in questo momento guerreggiate: Ucraina – Russia e Israele – Hamas + Occidente contro Houti e Iran. Nel primo caso occorreva fare in modo di assicurarsi la cooperazione alla NATO degli Stati Baltici (posti alla fine del corridoio Nord) e nel secondo destabilizzare l’area per danneggiare i flussi di cassa previsti dall’utilizzo del corridoio S. Pietroburgo – Hormuz.
Ma questa serie di attriti, ha posto in evidenza alcuni meccanismi che possono a prima vista esser sfuggiti.
The Economist, certo una testata non Rep, segnala che i 120 Paesi Non Allineati hanno approfittato di questa crisi per rinsaldare i propri legami, rinforzare la propria cooperazione comportandosi in maniera “piratesca”, talvolta, ammettendo transazioni finanziarie di soggetti sottoposti ad embargo occidentale (al quale non aderiscono proprio perché… non allineati)
E qui esce fuori il problema legato alla diffusione del dollaro che, se da una parte ha consentito e consente agli USA di mantenere una forte emprise sul commercio mondiale (che viene ancora regolato per la maggior parte in dollari, nonostante gli esperimenti sino-emiratini per la creazione e gestione della valuta digitale cinese e russo-indio-sino-iraniani per la gestione delle transazioni in rubli e yuan), dall’altra parte facilita lo scambio contro-embargo di denaro da parte di banche non allineate. Ossia: io posso usare una valuta franca (il dollaro) già in mio possesso per effettuare transazioni che violano l’embargo imposto da chi quella moneta l’ha voluta e “me l’ha data con l’intenzione di condizionarmi”.
Traduco da The Economist: “Eppure c’è un secondo modo, sempre più importante, in cui i paesi terzi ostacolano l’Occidente: facilitano l’evasione pur continuando a usare il dollaro. Alcune banche straniere sono molto più rilassate riguardo al controllo rispetto ai loro omologhi americani ed europei, e la maggior parte delle loro attività viene ora svolta senza toccare le coste americane. Mentre prima si affidavano alle filiali americane per il finanziamento in dollari, ora hanno 13 trilioni di dollari – equivalenti a più della metà delle passività in dollari del sistema bancario americano – presi in prestito da fonti offshore.“
Come fare per tornare a governare questa enorme massa di soldi?
Intanto cercando di fare in modo che tornino sotto il controllo fisico degli USA. Come?
Il sito web di Donald J. Trump, l’autore come dicevamo delle politiche di contrasto alla Cina, dichiara “Il presidente Trump ha affrontato pratiche commerciali sleali, ha imposto dazi alla Cina che hanno portato miliardi di dollari nelle casse federali, ha ampliato l’agricoltura americana e ha aperto migliaia di nuove fabbriche. Il presidente Trump attuerà un piano di reshoring nazionale di 4 anni in modo che gli Stati Uniti non debbano più fare affidamento sulla Cina per i beni medici essenziali e di sicurezza nazionale e vieterà la proprietà cinese di tutte le infrastrutture critiche negli Stati Uniti. Riporteremo in auge le nostre catene di approvvigionamento e trasformeremo l’America nella superpotenza manifatturiera del mondo.”
Un tale fermento nell’economia reale non può avverarsi senza una corrispondente innovazione delle pratiche finanziarie e degli strumenti di leva, atte a sostenere l’economia reale. Quindi è naturale che investimenti finanziari negli USA possano rivelarsi particolarmente interessanti per gli investitori istituzionali. Questo farebbe rientrare negli USA parte di quei miliardi non sotto il loro controllo.
Inoltre, all’aumento di liquidità “contante” o similare, andrebbe a corrispondere ad una diminuzione della moneta “meno liquida”, andando ad azzerare l’impatto sulla massa monetaria totale, e quindi impedendo l’innescarsi di spirali inflazionistiche da quantità di moneta.
Una mossa che si può attuare solo se si pone in essere una politica isolazionistica. Per questo abbiamo citato Trump.
Non è detto che il contest elettorale favorisca i Repubblicani. Dobbiamo augurarcelo?
Come abbiamo avuto modo di riscontrare, è più facile per una amministrazione Dem muovere guerra, rispetto ad una amministrazione Rep. Questo perché i Dem trovano nei Rep appoggio se si tratta di combattere militarmente contro una minaccia esterna, mentre, al contrario, è pressoché impossibile che un DEM appoggi una tale mozione proveniente da un Rep.
E coerentemente, in un’ottica di contrapposizione, la politica isolazionista Rep, che comporterebbe l’adozione delle contromisure finanziarie e monetarie di cui sopra, non sarebbe adottata dalla controparte Dem, qualora si confermasse al potere, con la conseguente necessità di adottare altre politiche di contenimento dell’emergenza del potere delle altre nazioni non allineate, sulla traccia di quanto sta succedendo in Ucraina, ad esempio.
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