
Leggendo la cronaca politica di questi giorni sul teatro europeo non si può non osservare che all’orizzonte si va predisponendo una manfrina politica fatta di operazioni spregiudicate che non possono essere fatte passare in silenzio.
Si vorrebbe imporre, in preparazione delle prossime consultazioni elettorali, una cultura del trasformismo politico dove la responsabilità dei ruoli istituzionali sulla gestione dello sviluppo produttivo e dove le radici storiche della cultura del lavoro e del welfare sono state svilite e sottomesse agli interessi di un percorso di verticalizzazione monopolistica, che risponde esclusivamente agli interessi del mondo della finanza .
Il caso della presidente della commissione Europea, la baronesse Ursula Von der Leyen, è il più emblematico e eclatante, anche se non è il solo.
Dopo aver partecipato da protagonista alla distruzione dell’industria europea e in contemporanea a minare il settore dell’agricoltura con il pretesto dell’ ecologia e della guerra in Ucraina, oggi, con la solita cinica faccia di bronzo, si ripropone per l’ennesima cooptazione nel ruolo di presidente della commissione europea.
Certo, non è la sola che si ripropone con il cinismo dei trasformisti. Lo sono, cinici e trasformisti, anche i suoi amici e alleati del PSE, i quali dopo aver scelto le alleanze innaturali del mondo della finanza speculativa e globalista, hanno partecipato attivamente a minare e tentare di uccidere la storia dei fondamentali della socialdemocrazia in Europa .
Una storia, quella della socialdemocrazia, di fondamentale importanza culturale e politica, contrastata radicalmente dai massimalisti del sinistrismo comunista, nata in Germania nel congresso storico di Bad Godesberg, che ha tracciato e segnato la politica di partecipazione dei lavoratori nei consigli di amministrazioni delle grandi imprese produttive .
Fondamentali, questi, che si sono affermati nella pratica produttiva dando stabilità e benessere diffuso a un percorso che ha potuto costruire le fondamenta del moderno welfare che tutti in Europa conosciamo. Questo in un contesto anche di conflittualità dove tutti i soggetti, lavatori e imprenditori pubblici e privati, riconoscevano le compatibilità delle leggi dei mercati regolati da riferimenti multilaterali dei rapporti tra paesi.
Oggi questi fondamentali – per demerito delle istituzioni europee sulle politiche del lavoro e di un concetto dello sviluppo produttivo acefalo – sono stati calpestati in un modo a dir poco superficiale .
Questo ha aperto la strada ad un mercato selvaggio senza regole o, meglio, con le sole regole di un mondo finanziario che non intende avere rispetto della storia di un percorso di sviluppo e delle radici culturali delle singole realtà territoriali : vale per il mondo dello sviluppo industriale quanto per lo sviluppo armonico dell’ agricoltura.
La riflessione politica si impone senza infingimenti superficiali di maniera. Vengono spontanee una constatazione ed una domanda storica e strategica: come e stato possibile una degenerazione nel mondo del PSE così che la cultura derivata dalla sua storia, quella della partecipazione elaborata a Bad Godesberg, sia stata così palesemente tradita nei suoi valori fondamentali e questo in nome di un alleanza con il modo della finanza?
Oggi nel mondo del PSE prevalgono i “Fabiani “ i quali, oltre ad avere come loro simbolo il lupo vestito da agnello , hanno una marcata tradizione di cultura politica di stampo leninista che gli consente di poter convivere con alleanze impure come la piattaforma mondiale della finanza.
Basta dare un occhio alle esperienze politiche in Italia che propongono Speranza o D’Alema e si ha una rappresentazione fedele di cosa è oggi il PSE .
Un serio esame di realtà ci porta ad osservare come sia stata tragica la politica che ha ceduto il passo alle regole del mondo della finanza, la quale ha tentato con tutti i mezzi di azzerare le radici della storia dei vari territori e nelle fabbriche europee .
Tutto questo operando in modo spregiudicato con la pretesa di voler omologare tutto alle esigenze di una programmazione del lavoro in modo verticale, soffocando così in contemporanea le libertà individuali in tutti i campi: dalla cultura alla sanità, alla ricerca scientifica, all’amministrazione della giustizia e all’orizzonte politico amministrativo.
Così la volontà popolare, espressa attraverso forme della partecipazione dal basso, viene sistematicamente declassata a volgare spazio di agibilità pedagogica.
Esaltare la cultura dell’emergenza permanente consente di agevolare il servizio di un mondo di ottimati cooptati nelle varie istituzioni Europee, i quali chiedono deleghe per farsi garanti di interessi di un sistema – quello attuale europeo privo di una democratica costituzione – che difficilmente può coniugarsi con le regole democratiche e che castra in anticipo i passaggi decisivi delle verifiche di mandato democratico.
Le verifiche certo non sono ben tollerate da chi nel suo percorso conosce solo la cultura a servizio del trasformismo, come quella palesemente annunciata tanto dalla baronessa Ursula e da un PSE di tradizione fabiana. La novità da cogliere oggi è che “il re è nudo “ e chi ha a cuore i valori della democrazia deve denunciare con la forza della ragione.





