
di Giorgio Cattaneo
Prima mossa: Elon Musk fa circolare l’intervista epocale di Tucker Carlson al Cremlino. Nel giro di un attimo (200 milioni di visualizzazioni), dopo due anni di demonizzazione obbligatoria Vladimir Putin diventa improvvisamente una specie di vecchio saggio, un leader rispettabile, uno statista di rango mondiale. Problemissimo, per il western mainstream. Al che, il destino sforna l’immediata contromossa: la misteriosa morte, in un carcere siberiano, del celebrato oppositore Alexej Navalny, presentato come grande perseguitato politico (benché, fino a ieri, noto solo al 3% dei russi, stando ai sondaggi).
Alle presidenziali russe manca solo un mese, Navalny è ora il martire preferito dalle redazioni euro-statunitensi e Putin è magicamente ridiventato il feroce satrapo impazzito, il dittatore sanguinario che fa sterminare chi lo infastidisce. Un tiranno anche idiota, dunque: un vero demente, che ordina un omicidio con tempismo eccezionale, giusto per azzerare subito l’immenso vantaggio mediatico che aveva appena incassato.
Questa almeno la sentenza dei nostri media, prima ancora che si sia saputo come sia morto, effettivamente, il povero Nalavalny: poco utile da vivo, politicamente, ma forse prezioso almeno da morto.
Ed è sempre il destino a parlare: mentre infuria la gioiosa tempesta anti-Putin, lo sconcertante Donald Trump – dall’altra parte dell’oceano – pensa che sia il momento perfetto per presentare la sua nuovissima linea di scarpe da ginnastica, create per rilanciare il brand Make America Great Again.
Quasi a suggerire l’idea che serviranno proprio quelle, nei prossimi mesi, per superare in modo rocambolesco gli ostacoli pazzeschi che sembrano attenderci, mentre i vecchi maghi neri non hanno ancora deciso cosa fare del senescente Joe Biden, di colpo esposto alla gogna come imbarazzante invalido.
Anche di Biden si occuperanno i nostri valorosi media: quelli ai quali il nome Julian Assange continua a non dire niente, neppure nel tragico Navalny-Day.





